Per il suo sessantaseiesimo compleanno, sabato il presidente cinese Xi Jinping ha ricevuto una bella torta di auguri da Vladimir Putin e una parziale (e inaspettata) sconfitta politica da Hong Kong.

Dopo le proteste dei giorni scorsi, avvenute sia in piazza sia attraverso canali ufficiali, la chief executive dell’ex colonia britannica Carrie Lam, filo cinese, ha dovuto annunciare la sospensione del voto sulla controversa legge che permetterebbe l’estradizione in Cina di «sospetti».

Una vittoria per i manifestanti e per la resistenza inneggiante alla «diversità» di Hong Kong e uno stop non da poco per Pechino.

Per Carrie Lam, in lacrime mentre infuriavano le manifestazioni, si tratta di un tonfo politico che di sicuro non dimenticheranno in Cina, specie quando sarà il momento di scegliere il cavallo giusto per proseguire nella lunga ed estenuante conquista politica di Hong Kong in vista del passaggio completo alla madrepatria previsto nel 2047.

Nella sua complicata conferenza stampa, Carrie Lam ha anche specificato di non avere «nessuna intenzione» di fissare una scadenza per il rinvio, sottolineando l’importanza di una maggiore comunicazione tra sostenitori e manifestanti. I legislatori di Hong Kong avevano programmato di votare la legge giovedì prossimo.

La situazione a questo punto, ricorda molto da vicino le proteste che si videro a Hong Kong nel 2003: anche allora si trattò di mobilitazioni con numeri rilevanti, oltre 500mila persone in piazza, e anche allora Hong Kong tentò di arginare una questione di natura giudiziaria (l’inasprimento delle pene per tradimento, sovversione e furto di segreti di stato) concepita come un tentativo di Pechino di inserirsi sempre più nella vita dell’ex colonia.

E anche allora la lotta ottenne la sospensione sine die del provvedimento che i più pessimisti pensavano potesse tornare d’attualità proprio in questi giorni, nel caso di passaggio della legge sull’estradizione.

Ma questo parallelo è quello che tiene maggiormente banco sui media e sui social di Hong Kong: all’epoca dopo lo stop alla legge ci fu un terremoto politico che portò due mesi dopo le manifestazioni al ritiro completo della proposta (l’articolo 23 della legge sulla sicurezza nazionale). E due anni dopo – si disse per questioni di salute – il chief executive Tung Chee-wah diede le dimissioni.

Durante la conferenza stampa di ieri a Carrie Lam è stato chiesto più volte se provvederà a presentare le dimissioni. Non ha risposto, ma di sicuro per non fare la stessa fine di Tung Chee-wah, ha un’unica scelta: attendere il momento più propizio per riproporre la questione dell’estradizione.

Ma chissà quando questa situazione si presenterà. In piazza nei giorni scorsi si è presentato un milione di persone, caratterizzato da una agguerrita e organizzata presenza di giovani, memori della sconfitta subita nel 2014 quando la «rivoluzione degli ombrelli» si chiuse senza alcun successo e con una coda repressiva pesante per gli organizzatori delle manifestazioni.

Insieme a loro una popolazione trasversale, middle class e lavoratori, con un unico obiettivo: difendere l’autonomia, sempre minore, che resta a Hong Kong e che ancora oggi la differenzia dalla Cina continentale.

Perfino i giornalisti di un noto quotidiano locale (il Mingbao) hanno espresso la propria posizione criticando la direzione che aveva pubblicato un editoriale molto critico contro i manifestanti.

Tanto che oggi sono tornate le accuse contro la violenza usata per le strade da parte della polizia che, a sua volta, si è difesa giustificando l’impiego della forza contro i manifestanti con l’esigenza di mantenere «la pace» e «l’ordine» pubblici.

Dalla Cina continentale, per ora, di fronte al rinvio, arrivano parole pubbliche di comprensione; Pechino dimostra così la capacità – acquisita solo di recente – di capire quando non è il caso di aizzare gli animi. Il portavoce del ministero degli esteri Geng Shuang ha definito la decisione di Lam, come un tentativo di «ascoltare più ampiamente le opinioni della comunità e riportare la calma nella comunità».

«Sosteniamo, rispettiamo e comprendiamo questa decisione», ha ribadito Geng, ricordando (agli americani in primo luogo) che quanto accade a Hong Kong è un «affare interno della Cina».

[Pubblicato su il manifesto]