Il gruppo di scienziati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità incaricato di ricercare le origini della pandemia di Covid-19 arriverà in Cina giovedì. Dopo un breve stop imposto dalle autorità a causa dei visti d’ingresso non ancora pronti, il team si recherà a Wuhan dove ha avuto origine il primo focolaio riconosciuto del virus. È stato necessario ripetere più volte che la ricerca non mira a incolpare la Cina della diffusione mondiale del Covid-19, ma cercare di scoprire come il virus si è evoluto e trasmesso dagli animali all’uomo. La missione fa parte di un progetto più ampio e non porterà subito dei risultati certi, ma i ricercatori si dicono soddisfatti di poter iniziare a lavorare sul campo. A preoccupare ora è il dialogo con le autorità, che sarà in carico all’OMS e dovrà garantire che la Cina non ostacoli le indagini. Nel frattempo, aumentano i casi di trasmissione locale nel paese, dopo che ieri è stato annunciato un picco di nuove infezioni che non si registrava da oltre cinque mesi, ben 85. Secondo gli studiosi la nuova ondata sarebbe iniziata nella provincia del Lianoning a causa del contatto del personale portuale con beni importati dalla Russia, mentre la maggior parte dei casi sono stati individuati nello Hebei e un nuovo caso a Pechino fa preoccupare circa possibili nuove restrizioni nella capitale. Tutta la città di Langfang è stata messa in quarantena per sette giorni.[Fonti: The Guardian, Reuters]

In Cina nasce la prima rete di comunicazione quantistica

La Cina ha appena terminato la costruzione di una rete di comunicazione quantistica integrata di 4600km. La rete collega le principali aree metropolitane del paese fino alla provincia dello Xinjiang. Secondo il paper che documenta il progetto pubblicato su Nature, la rete QKD è la più avanzata al mondo nel suo genere, garantendo la massima sicurezza delle comunicazioni: i fotoni all’interno delle fibre che trasmettono le informazioni se attaccati finiscono per “collassare” ed eliminare il dato. Il team di ricercatori, guidato dal Prof. Pan Jianwei dell’Università di Scienza e Tecnologia della Cina, ha annunciato che la comunicazione quantistica verrà presto applicata a settori particolarmente vulnerabili ai cyber-attacchi come l’amministrazione governativa, la finanza, la difesa e le informazioni elettroniche. La rete non è ancora riservata ai cittadini, ma l’obbiettivo di Pechino è quello di renderla il più ampia possibile in modo da proteggere i dati sensibili, sempre più a rischio a causa dell’elevata digitalizzazione dei servizi. Il successo dell’impresa dimostra l’impegno della Cina a sviluppare la leadership nel settore delle tecnologie quantistiche, arrivando a definirne gli standard internazionali. [Fonti: SCMP, People’s Daily]

La Cina pubblica un libro bianco sulla cooperazione internazionale allo sviluppo

La Cina ha pubblicato domenica un libro bianco dal titolo “Cooperazione internazionale allo sviluppo della Cina nella nuova era”, esponendo al suo interno la visione cinese sulla cooperazione allo sviluppo. Nel documento sono elencate la definizione, scopo e la portata della cooperazione allo sviluppo, che dal 2013 (data di inizio della “nuova era”) ammonta a oltre 270,2 miliardi di dollari. Pechino inquadra ancora il tema nella cooperazione tra paesi in via di sviluppo, affermando che la Cina, nonostante i grandi risultati raggiunti, sia ancora lontana dal considerarsi un paese avanzato. Insieme ai prestiti la Cina ha inviato personale sanitario, volontari e tecnici per portare avanti progetti di assistenza sociale e aiutare nella costruzione di infrastrutture chiave per la crescita di un paese. In questo contesto la Belt and Road Initiative rappresenta una piattaforma importante per promuovere la connettività e lo sviluppo economico e sociale dei paesi, mentre Pechino ambisce a ottenere risultati nel rispetto dell’agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile. Il documento intende anche enfatizzare l’approccio multilateralista della Cina e la sua vocazione per un maggiore coinvolgimento all’interno delle organizzazioni internazionali per promuovere uno sviluppo comune. [Fonte: CGTN]

Vittima del #metoo costretta a pagare per diffamazione

Una causa per molestie sessuali presentata alla corte di Hangzhou è stata respinta, dichiarando l’accusatrice – una giornalista di nome He Qian – colpevole di diffamazione. La donna aveva denunciato un collega più anziano che nel 2009 l’avrebbe aggredita mentre lavorava come stagista al Phoenix Weekly. Il tribunale ha inoltre richiesto una somma di 1813 dollari per pagare i danni all’accusato, Deng Fei. La sentenza è stata interpretata come una sconfitta per il movimento #MeToo in Cina, mentre l’uomo è accusato di aver sfruttato la propria rete di contatti per ostacolare la copertura mediatica della vicenda. Il caso di He Qian ricorda il più noto dell’attivista Xianzi contro Zhu Jun, conduttore della tv nazionale, che ha dato una spinta alla diffusione del movimento contro la discriminazione di genere. In Cina le proteste del movimento me #MeToo vengono messe a tacere dal governo, che vede in questo fenomeno un potenziale sovversivo alimentato da “forze straniere ostili”. [Fonte: China Digital Times]

Un nuovo passaporto per Taiwan

Lunedì è stato presentato in via ufficiale il nuovo passaporto della Repubblica di Cina – ovvero l’isola di Taiwan – con l’obbiettivo di ridurre la confusione con il passaporto della Repubblica Popolare Cinese. Il nome ufficiale del paese rimane ridimensionato e in caratteri cinesi tradizionali, ma diventa ben visibile la scritta “Taiwan Passport”. Ma è anche una mossa diplomatica: la presidentessa Tsai Ing-wen ha commentato l’evento anche sottolineando come il passaporto “renderà la comunità internazionale più incapace di ignorare l’esistenza di Taiwan”. Non sono mancate parole in merito al successo di Taipei nella lotta contro il Covid-19, mentre gli osservatori temono una dura risposta da Pechino che potrebbe considerare la modifica come una violazione della sovranità nazionale. La proposta per un nuovo passaporto più coerente con l’identità taiwanese era in corso da anni, da quando nel 2002 era stata aggiunta la prima differenza con la clausola “rilasciato da Taiwan” e molti cittadini avevano iniziato ad aggiungere adesivi con la scritta “Repubblica di Taiwan”. A luglio il governo aveva approvato la modifica ed era stato permesso alla popolazione di proporre delle soluzioni, alcune molto divertenti come la gazza di Taiwan (l’uccello nazionale) con in testa un bubble tea. La cerimonia avviene in un momento concitato per la politica estera taiwanese, dopo che il segretario di stato USA Mike Pompeo ha annunciato il ritiro delle restrizioni “auto-imposte” e l’ambasciatore USA per l’ONU Kelly Craft arriverà a Taipei per discutere lo status dell’isola all’interno della comunità internazionale. Nessun commento ancora da Pechino, ma la testata Global Times ha già attaccato con un editoriale queste iniziative invitando il governo taiwanese a “non farsi illusioni sul sostegno degli Stati Uniti in caso di secessione, la comunità internazionale è con la Cina”. [Fonte: NYT]

Kirghizistan: trionfo per Japarov, “il Trump kirghiso”

Domenica 10 gennaio si sono svolte le elezioni presidenziali in Kirghizistan. Un voto molto atteso dopo quanto accaduto negli scorsi mesi. Il voto legislativo dello scorso ottobre, con il successo (secondo le accuse “truccato”) dei partiti sodali del presidente Sooronbai Jeenbekov, avevano scatenato le proteste in un paese frammentato e sempre sull’orlo dello scontro tra fazioni rivali. Jeenbekov (come già accaduto a suoi predecessori) è stato costretto a dimettersi, mentre Sadyr Japarov è stato liberato dal carcere dai manifestanti ed è diventato il leader ad interim, rinunciando poi alla posizione per potersi candidare alla presidenza. L’ex presidente Atambayev, invece, è tornato in carcere dopo che anch’egli era stato in un primo momento liberato durante le proteste. Oltre a Japarov c’erano anche altri 16 candidati, ma la vittoria è stata a dir poco agevole, con oltre il 79% delle preferenze. Non solo. I kirghizi si sono espressi anche per un referendum costituzionale, decidendo con oltre l’80% dei voti di rafforzare i poteri presidenziali. Un risultato che qualche mese fa sembrava insperato per Japarov, che dopo quattro anni di esilio era stato arrestato con l’accusa di aver organizzato il rapimento di un governatore provinciale. Japarov si è sempre difeso sostenendo che la sentenza fosse dettata da motivi politici. Dopo essere stato liberato durante le proteste scaturire dalle elezioni dello scorso ottobre, ha preso di fatto in mano la politica di un paese diviso. E ora è diventato presidente, anche se Adakhan Madumarov, uno dei suoi 16 rivali, si è rifiutato di riconoscerne la vittoria. Nel suo primo discorso ha promesso “una dittatura del diritto e della giustizia”, come riporta AskaNews. “Non ripeteremo gli errori del governo precedente. Negli ultimi 30 anni la corruzione ha preso piede nel nostro paese in quasi ogni aspetto della nostra vita, da oggi non tollereremo questa vergogna”. Japarov ha poi annunciato che nominerà il nuovo primo ministro nei prossimi giorni, garantendo inoltre di rispettare l’equilibrio dei poteri. Mentre per superare la crisi economica causata dal Covid (e non solo), Japarov sostiene che ci vorranno due o tre anni. Prevista anche l’istituzione di un consiglio politico militare, mentre per le modifiche costituzionali ci sarà un altro referendum nei prossimi mesi. Il voto è stato osservato con attenzione da Vladimir Putin, preoccupato negli scorsi mesi dalle turbolenze kirghize, che si erano sommate alle proteste in Bielorussia e alla crisi del Nagorno Karabakh. Il presidente russo si è subito congratulato per la vittoria con Japarov, che da parte sua ha garantito che la Russia rimarrà il “principale partner strategico”. [fonte RFERL, FT]

Legislative Kazakistan tra arresti e denunce di brogli

E’ andata come doveva andare. Domenica 10 gennaio si è votato in Kazakistan per le elezioni legislative, le prime sotto la guida di Kassym-Jomart Tokayev. Diventato presidente, a sorpresa, nel 2019 al posto del decano Nursultan Nazarbayev, Tokayev aveva promesso l’avvio di graduali riforme politiche e di apertura del sistema autoritario. Cosa che secondo molti non è avvenuta. Nazarbayev (il cui nome, Nur-Sultan, è diventato anche il nome della capitale), continua a mantenere il controllo politico del paese. Il suo partito, il Nur Otan (che già controllava la camera alta) ha vinto le elezioni di domenica con il 71% dei voti. Vale a dire la stragrande maggioranza dei seggi del Mazhilis, la camera bassa del parlamento kazako. Tra i candidati c’era anche la figlia maggiore, Dariga Nazarbayeva, che era stata licenziata (senza spiegazioni ufficiali) da Tokayev dal suo ruolo di speaker del Senato. I restanti seggi sono finiti ad altri due partiti fedeli al governo che sono riusciti a superare lo sbarramento del 7%. Si tratta del Partito democratico Ak Zhol con l’11% e del Partito del popolo del Kazakistan con il 9%. L’unico vero partito di opposizione, il Partito Socialdemocratico Nazionale (OSDP), ha boicottato le urne, criticando le mancate riforme e aperture promesse da Tokayev. Nei giorni precedenti al voto, decine di manifestanti sono stati arrestati, e poi rilasciati, ad Almaty e a Nur-Sultan. Manette scattate per centinaia di persone dopo il voto, quando sono partite le proteste in diverse città del paese. Gli osservatori dell’Osce hanno criticato il voto e sostengono che sia stato oscurato da restrizioni sistemiche della libertà di espressione. Tokayev ha definito il voto “un altro passo verso lo sviluppo democratico del Paese” e ha annunciato per i prossimi giorni la presentazione di un nuovo piano di riforme.

Ha collaborato Lorenzo Lamperti

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