Negli ultimi anni, una delle questioni che hanno gettato ombre sull’ascesa della Cina è senz’alcun dubbio l’assertività (definita da alcuni studiosi come una sorta di “terrorismo di stato”) delle politiche di sicurezza adottate dalle autorità governative nel Xinjiang, una regione autonoma multi-etnica situata ai confini nord-occidentali del paese. Sono sempre più numerose le voci internazionali che identificano nel Xinjiang di oggi i tratti di uno “stato di polizia” dove nutrite forze di sicurezza, affiancate da un massiccio utilizzo di tecnologie di sorveglianza e dall’istituzione di strutture definite come “campi di internamento”, si fanno gli strumenti più evidenti dell’esercizio del potere e del controllo dello stato sulle diverse minoranze islamiche presenti nella regione, prima fra tutte quella uigura.

Il Xinjiang è oggi un vero e proprio esempio per gli osservatori della Cina contemporanea dell’articolazione estrema del carattere autoritario del regime e dell’enfasi posta sulla tutela del potere delle autorità centrali. Le politiche adottate dal Partito Comunista Cinese (PCC) nella regione consentono di identificare gli strumenti con cui la Cina della “Nuova Era” è disposta a perseguire le proprie priorità interne, nonché di confrontarsi con l’applicazione pratica delle norme di comportamento promosse dal paese in ambito internazionale. La comunità internazionale sta infatti assistendo al ritorno in prima linea di una competizione sempre più evidente tra cluster di regimi (democrazie vs. autoritarismi) in cui la Cina si propone sia come capofila dello “schieramento autoritario” sia come possibile centro delle istituzioni di governance globale. In questo contesto, il Xinjiang tratteggia, quindi, in maniera palpabile, anche quelle che potrebbero essere le caratteristiche di un sistema internazionale in cui regimi con priorità simili a quelle cinesi scelgono gli stessi strumenti per realizzarle.

Sebbene la realtà della “securitizzazione” del Xinjiang e, ancor di più, quella dei campi, fatta di detenzioni extra-giudiziali, indottrinamento, torture e isolamento, sia stata portata all’attenzione internazionale soprattutto attraverso recenti inchieste di giornalismo investigativo, l’attuale “Xinjiang policy” cinese è il risultato di processi di securitizzazione iniziati circa trent’anni fa,  sulla scia della crisi di Tian’anmen, del crollo dell’Unione Sovietica e dell’istituzione delle repubbliche indipendenti dell’Asia Centrale. È proprio la storia recente delle politiche di sicurezza regionali a mostrare quanto l’approccio attuale si discosti da quelli adottati in precedenza.

Se negli anni Novanta era stata principalmente la normalizzazione delle relazioni con i vicini occidentali a caratterizzare la policy di sicurezza regionale, negli anni Duemila a questa era stata affiancata la strategia di sviluppo per la Cina occidentale (西部大开发 Xībù Dàkāifā). Mentre il primo approccio mirava a scongiurare moti secessionisti uiguri che avrebbero potuto trovare ispirazione e sostegno nei vicini dello spazio post-sovietico, il secondo puntava a facilitare l’integrazione del Xinjiang nel tessuto della Repubblica popolare sia attraverso politiche volte ad innalzare il tenore di vita a livello locale (diminuendo, di conseguenza, le disparità con la Cina costiera), sia con la costruzione di infrastrutture volte a ridurre la distanza fisica tra centro e periferia. Le politiche attuate negli ultimi anni, tuttavia, mettono in secondo piano questi approcci, dando priorità a strategie sempre più invasive che restringono i diritti e le libertà personali degli appartenenti alle minoranze.

L’attuale securitizzazione del Xinjiang è, quindi, se non un completo allontanamento dal passato, un vero e proprio radicamento nell’esercizio del potere e del controllo dello stato sulla vita delle minoranze e sull’amministrazione dell’intera regione. Tale approccio, che per le autorità governative ha avuto un grande successo, ci spinge a interrogarci su quanto queste politiche rimarranno entro i confini regionali nel breve periodo, senza diffondersi in altre aree cariche di tensioni etniche, come il Tibet o la Mongolia interna, o all’interno di province strategiche per Pechino, come il Guangdong, dove è localizzata buona parte della forza produttiva cinese e dove ogni anno si registrano sempre più episodi di contestazione legati alle condizioni di lavoro.

A una diffusione della Xinjiang policy in altre parti del paese potrebbe seguire un ripensamento della relazione con Pechino da parte delle grandi democrazie mondiali nonché un conseguente “allineamento” dei regimi non democratici intorno alla Cina, come già è stato con lo scambio epistolare in seno al “Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite” riguardo alla giuridicità della legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong e la tutela dei diritti umani in Xinjiang. Tale allineamento sulla “questione uigura” dovrebbe quindi farci pensare (e approcciare) la politica estera cinese sempre di più in riferimento alla sua relazione con gli altri regimi autoritari nel mondo, regimi con cui il paese condivide le norme di comportamento e che, oltre a esprimersi in favore di Pechino nelle contese con le democrazie occidentali, si sono anche dimostrati particolarmente aperti, per esempio, all’acquisizione di quelle stesse tecnologie di sorveglianza che sono al cuore del “successo” delle politiche di securitizzazione regionali (si vedano per esempio la Serbia e diversi regimi africani).

Certamente, le motivazioni fornite dalle autorità governative all’attuale Xinjiang policy si incardinano nell’unicità regionale, seppur lasciando spazio ad aperture anche su scala più ampia. In primis, l’assertiva securitizzazione della regione è ricondotta alla lotta al terrorismo, mentre i campi di internamento a programmi di de-radicalizzazione. Una lotta al terrorismo che, sebbene preceda di qualche mese l’11/9 e si rifaccia a quel processo di normalizzazione delle relazioni con l’Asia Centrale che aveva caratterizzato le politiche di sicurezza per il Xinjiang dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha tratto forza dalla “guerra mondiale al terrorismo” di George Bush, grazie soprattutto all’inserimento di un gruppo secessionista uiguro, il “Movimento islamico del Turkestan orientale”, tra le organizzazioni terroristiche internazionali.1) Proprio questo gruppo sintetizzerebbe quella che è la concezione cinese di terrorismo, ossia un aggregato che racchiude sotto l’unica cornice dei “tre mali” (三股势力 Sān gǔ shìlì), oltre al terrorismo stesso (恐怖主义 Kǒngbùzhǔyì), anche il separatismo (分裂主义 Fēnlièzhǔyì) e l’estremismo religioso (极端主义 Jíduānzhǔyì).Una concettualizzazione che lascia pochi dubbi su quanto siano la tutela del potere centrale e la ricerca di una stabilità politica interna a motivare la securitizzazione del Xinjiang più che una lotta alla violenza, al “terrore”, e che dovrebbe spingere gli osservatori internazionali a studiare le politiche di sicurezza (regionali e non) proprio alla luce di questa triplice definizione. La Xinjiang policy odierna ci dice anche che la Cina si è radicata nell’idea che le instabilità interne devono essere risolte ad ogni costo, poiché mettono a rischio la presenza internazionale del paese andando a ledere l’immagine di “potenza pacifica” con cui Pechino si presenta tradizionalmente al mondo. Il Xinjiang rimane tuttavia una questione di competenza delle autorità nazionali e interferenze esterne non sono ben accette.

Sebbene questi princìpi facciano storicamente parte della politica estera cinese, la Cina della Nuova Era se ne fa roccaforte. L’asfissiante ricerca di stabilità, inoltre, rischia di avere conseguenze di più ampio respiro nella spinta della Cina verso la costruzione di un ordine mondiale “alla cinese”: i confini della sovranità nazionale, per esempio, sono già stati rimessi in discussione da Pechino dopo che i cantieri della “Nuova Via della Seta” sono stati oggetto di episodi di violenza come quelli avvenuti in Pakistan e in Kazakistan, preferendo, per quanto possibile, un’amministrazione dei progetti proveniente in tutto e per tutto dalla Cina, soprattutto attraverso l’utilizzo di forze di sicurezza cinesi che vanno già a ledere quell’immagine pacifica che il paese si sforza di proiettare verso l’esterno.

A corollario della lotta al terrorismo vi sono altre due motivazioni fornite dalle autorità nazionali per l’attuazione della politiche di sicurezza in Xinjiang. Da una parte, la necessità di portare avanti programmi di de-radicalizzazione su larga scala è giustificata dalla stigmatizzazione della minoranza uigura, i cui membri tendono a essere presentati come terroristi, criminali, facili prede di processi di radicalizzazione. Dall’altra, essa è legittimata dall’obiettivo di costruire una “coscienza comunitaria” (共同体意识Gòngtóngtǐ yìshí), che crei un senso di appartenenza condiviso tra tutti i gruppi etnici sotto l’egida di un’unica civiltà cinese e che sia di conseguenza strumento contro il terrorismo e l’instabilità. In un certo senso, questo principio ricade in quei processi di “sinizzazione” (中国化 Zhōngguóhuà), riportati in auge dal Presidente Xi Jinping fin dal 2015. Come la lotta al terrorismo, anche queste due giustificazioni tratteggiano una Cina che sembra oggi dare priorità alla costruzione di un paese completamente teso verso il suo centro e dove le “singolarità” (come lo è, ad esempio, la cultura uigura) non sono elementi che arricchiscono e rafforzano il paese ma sono un fattore di rischio proprio a causa della loro diversità.2) Questo tipo di securitizzazione in Xinjiang, così come la stretta data a Hong Kong, inoltre, segnano il tempo delle periferie: da sempre uno dei punti deboli dell’effettiva capacità di governance cinese, esse sono oggi destinatarie di politiche che portano le decisioni prese dal centro direttamente nella periferia, di fatto alleggerendo il peso del potere decisionale e della capacità di governance locale.

Nonostante la natura di “regione di confine” del Xinjiang e la presenza di diversi cittadini stranieri che vi risiedono, le reazioni internazionali alle politiche attuate in loco sono state lente, frammentate e generalmente attente a salvaguardare le relazioni bilaterali con Pechino. Sono principalmente quattro le macro-categorie in cui possono essere suddivise le reazioni internazionali alla securitizzazione del Xinjiang. Da una parte, i sostenitori di Pechino, perlopiù regimi non democratici o anche paesi fragili che spesso ospitano progetti Belt and Road. In questo gruppo, troviamo anche grandi paesi islamici, in primis l’Arabia Saudita, che sostenendo la Cina ha dimostrato di essere pronta a subordinare il proprio ruolo di autorità religiosa a favore della relazione con Pechino. Questi paesi adottano la retorica cinese della lotta al terrorismo e alla radicalizzazione e sostengono che le accuse mosse dai paesi occidentali siano infondate, motivate da dinamiche di opposizione alla crescente presenza della Cina sulla scena internazionale. Un esempio di questa tendenza è il trattamento riservato da diversi media ad Adrian Zenz, antropologo e capofila della ricerca sulle misure attuate dalle autorità di governo nella regione, i cui studi sono sempre più spesso accusati di essere basati su dati falsati.

Dall’altra parte, vi sono gli oppositori alle politiche di sicurezza in Xinjiang che trovano in prima linea gli Stati Uniti, le istituzioni europee e la Germania: non è un caso, infatti, se la sede europea del “Congresso uiguro mondiale” (una no-profit nata in seno alla diaspora a sostegno dei diritti della minoranza e a più riprese identificata come gruppo terroristico da parte dei media nazionali cinesi) si trovi proprio a Monaco di Baviera.In Europa, in ogni caso, le posizioni degli stati nazionali rimangono frammentate. In Italia, per esempio, contrariamente a quanto accaduto riguardo a Hong Kong, le autorità nazionali non si sono ancora posizionate a livello internazionale sul Xinjiang, mentre a livello interno alcune voci hanno messo in discussione, più o meno ufficialmente, la veridicità delle accuse mosse alla Cina dal resto d’Europa.

Le ultime due categorie sono composte da quegli attori che, benché godendo di una certa autorità per fare pressione su Pechino, hanno optato per approcci ondivaghi, giocando la “carta del Xinjiang” in concomitanza di accordi commerciali/di investimento. È il caso, per esempio, del Kazakistan, che ha visto alcuni suoi cittadini residenti in Xinjiang coinvolti nel sistema dei campi di internamento, e della Turchia, paese con cui il gruppo etnico riconosce un’affinità storico-culturale. Infine, vi sono quegli stati – come l’Indonesia – che hanno scelto di non esprimersi, nonostante condividano il credo religioso con le minoranze oggetto della securitizzazione.

Quali indizi ci danno, quindi, le attuali politiche di sicurezza adottate in Xinjiang da parte delle autorità centrali per orientare le nostre opinioni sulla Cina della Nuova Era? E perché la regione rimane oggi così centrale? Il quadro è certamente complesso. Prima di tutto, la securitizzazione del Xinjiang pone l’accento sulla priorità acquisita dalla tutela del centro e dalla stabilità politica nelle scelte di politica interna. Queste includono anche le minoranze etniche che, in passato, avevano invece goduto di trattamenti che ne tutelavano le peculiarità (come nel caso della “politica del figlio unico”) e l’estensione degli strumenti che le autorità governative sono disposte a utilizzare per raggiungere questi obiettivi. Corrisponde, inoltre, alla genesi di un nuovo approccio alle periferie, dove vediamo che l’implementazione delle decisioni riguardo alla periferia è sempre più nelle mani delle autorità centrali. Un approccio che è destinato a espandersi nel breve periodo, come suggerito, per esempio, dall’adozione di misure restrittive all’insegnamento di lingue diverse dal putonghua nelle scuole della Mongolia interna.

La securitizzazione del Xinjiang ci fornisce, però, anche delle chiavi di lettura per interpretare meglio alcuni tratti salienti della politica estera cinese. Le reazioni della comunità internazionale alle politiche di sicurezza nella regione, ad esempio, disegnano gli estremi di quella rete di partnership su cui Pechino può fare affidamento e sottolineano quanto la relazione con la Cina sia oggi un elemento centrale per il posizionamento internazionale di diversi paesi nel mondo. Questa centralità contribuisce ad alimentare il confronto tra autoritarismi e democrazie che caratterizza il sistema internazionale. Il rischio è quindi che la Cina si faccia portavoce di princìpi di governance globale che poggiano su norme che sono di fatto incompatibili con quelle democratiche. E con la Presidenza americana di Joe Biden e l’annunciato “Summit delle democrazie”, questo confronto rischia di irrigidirsi nella competizione tra Cina e Stati Uniti con conseguenze imprevedibili sul resto del sistema e sulla vita di quei gruppi etnici, come le minoranze in Xinjiang, che sono i destinari delle sempre più invasive politiche adottate dalle autorità centrali.

In pochi anni, il Xinjiang è passato da dominio quasi assoluto degli esperti a nodo cruciale del dibattito accademico, pubblico e politico sulla Cina, contribuendo in larga misura alla polarizzazione “filo” e “anti” cinese, già trattata estensivamente in questa rassegna di articoli, in particolare negli interventi di Stefania Stafutti e Guido Samarani. Come ribadito anche in questi due contributi, il compito di chi studia la Cina contemporanea è invece soprattutto quello di fornire analisi critiche anche su tematiche, come il Xinjiang, dove è più difficile portarle avanti. Nella mia esperienza di ricerca sulla securitizzazione della regione, un elemento che è sempre stato evidente riguarda il tradizionale ruolo svolto dal Xinjiang a supporto della proiezione internazionale del paese. Grazie alla posizione geografica e alla mescolanza di culture, la regione ha infatti giocato un ruolo importante nel creare un’immagine della Cina per il resto del mondo. Sebbene le attuali politiche di sicurezza abbiano contribuito a chiudere la regione in sé stessa, il Xinjiang continua a svolgere una funzione simile per il paese. La securitizzazione regionale fornisce infatti a chi studia la Cina gli estremi per riflettere sulle caratteristiche dell’autoritarismo che governa oggi il paese e sul tipo di norme, pratiche e messaggi che Pechino porta con sé nella sua ascesa internazionale. Poiché il sistema securitario in Xinjiang si poggia su misure che sono in larga parte incompatibili con i valori democratici, rappresenta anche un mezzo attraverso cui ampliare la nostra comprensione del tipo di penetrazione oggi raggiunta dalla Cina nel mondo. La questione uigura in Xinjiang, per fare un esempio pratico, non si è dimostrata un punto di rottura per la conclusione del recente “Accordo comprensivo sugli investimenti” tra Cina e Unione europea, nonostante i valori europei sedessero al tavolo dei negoziati.

Una domanda a cui i sinologi sono sempre più spesso chiamati a rispondere riguarda proprio i limiti dell’ascesa cinese: fino a che punto sarà la Cina in grado di spingersi al centro del sistema internazionale? Come una “cartina di tornasole”, studiare il tipo di securitizzazione adottata in Xinjiang e le reazioni che susciterà in giro per il mondo sarà fondamentale per arrivare ad una risposta, per trovare delle chiavi di lettura che consentano di capire fino a che punto il sistema internazionale sarà in grado di continuare a scegliere la strada del pragmatismo nelle relazioni con la Cina e, di conseguenza, a sostenere, più o meno direttamente, l’avanzata delle norme veicolate da Pechino, fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi che la Cina della Nuova Era si è prefissata.

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di Giulia Sciorati* per Sinosfere**

*Giulia Sciorati ha ottenuto un dottorato di ricerca in Studi internazionali presso l’Università di Trento nel settembre 2020 con una tesi sulle politiche di anti-terrorismo adottate in Xinjiang tra il 1996 e il 2017. Attualmente collabora con diversi centri di ricerca su tematiche inerenti alla politica estera e di sicurezza cinese, il terrorismo e l’antiterrorismo in Asia e le relazioni della Cina con i paesi dell’Asia Centrale. Con Axel Berkofsky ha curato il volume “Mapping China’s Global Future: Playing Ball or Rocking the Boat?”.

**Sinosfere è una rivista che si occupa di cultura cinese, intesa come l’universo molteplice e mutevole delle rappresentazioni che, viaggiando storicamente nel tempo e nello spazio, hanno variamente influenzato i particolari modi di vedere, di parlare e di sentire che informano la vita delle società cinese odierne. Creata da un gruppo di studi di storia e cultura cinese, Sinosfere vuole essere – come meglio si chiarisce in altro luogo – una piattaforma volta a esplorare e una discussione sulle dinamiche socio-culturali cinesi indagando su una logica peculiare che il governano.