Segnali discordanti gettano le relazioni tra Cina e Stati uniti in una nuova fase di incertezza. Sul fronte commerciale, l’inaspettato ritardo a cui sta andando incontro “l’accordo di fase uno” lascia intravedere malcelate divergenze sui termini anticipati dalle due parti: un aumento delle importazioni di prodotti agricoli americani a fronte di una sospensione (parziale o totale) delle tariffe imposte da Trump. Poche ore fa l’inquilino della Casa Bianca ha bacchettato Pechino per non procedere abbastanza speditamente nei negoziati, mentre compaiono le prime previsioni di una possibile posticipazione della firma al 2020. Che una risoluzione non sia vicina lo testimonia l’offerta di esentare Apple dai dazi che rischiano di penalizzare la mela morsicata rispetto ai competitor sudcoreani. Nuovi venti di guerra soffiano anche da Hong Kong, dove il pugno di ferro del governo contro le proteste ha spinto Camera e Senato a velocizzare l’approvazione di una bozza di legge che minaccia di privare l’ex colonia britannica del trattamento commerciale privilegiato che fino a oggi l’ha protetta dalle misure tariffarie imposte contro la Cina continentale. Non solo. Il provvedimento promette sanzioni contro l’establishment accusato di violazioni dei diritti umani. Hong Kong a parte, secondo il Scmp, Washington avrebbe in cantiere ben 150 bozze di legge mirate a colpire Pechino nei suoi punti più deboli, dal trattamento degli uiguri al trasferimento di tecnologia. Fin qui tutto sembra andare per il peggio. Eppure qualcosa si muove. Inaugurando la seconda edizione del New Economy Forum organizzato da Bloomberg a Pechino, il vicepresidente Wang Qishan ha condannato protezionismo e populismo, invitando la controparte americana alla calma. La guerra commerciale comincia ad affaticare entrambe le economie. Ed è forse proprio la consapevolezza dei danni reciproci ad aver giocato a favore di Huawei. Ottenuta lunedì una nuova proroga di 90 giorni, il colosso di Shenzhen potrà continuare a rifornire le aziende americane, mentre il dipartimento del Commercio poche ore fa ha annunciato di aver cominciato a rilasciare le prime licenze necessarie ad assicurare l’impiego di tecnologia statunitense nei prodotti Huawei [fonte: SCMP, SCMP, Reuters]

Editing genetico, affari militari e AI nei libri di scuola

Anche i libri scolastici si adeguano alle nuove ambizioni tecnologiche della leadership cinese. Pochi giorni fa il Ministero della Pubblica Istruzione ha pubblicato una lista di libri consigliati per per le biblioteche delle scuole elementari, medie e superiori. Tra i titoli spiccano testi sull’informatica quantistica, droni, attrezzature militari, intelligenza artificiale e persino la tecnica utilizzata nell’editing genetico (CRISPR). Un quarto dell’elenco, che raccoglie in tutto 7.000 libri, riguarda le materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics): sette testi introducono gli studenti alla scienza quantistica, 50 agli “affari militari” e altri 50 al settore aerospaziale. Nonostante la svolta tecnologica, l’elenco vede ancora primeggiare le materie umanistiche con 2.200 titoli letterari e oltre 1.000 voci nella sezione “cultura, pedagogia, educazione fisica”. Appena 200 i manuali dedicati alla filosofia e all’ideologia comunista. Sono in molti a credere che il principale ostacolo al raggiungimento dell’egemonia tecnologica dipenda ancora dal numero insufficiente di esperti cinesi. Ora Pechino vuole correre ai ripari. [fonte: Caixin]

Il tradimento di Zuckerberg

Traditi e delusi. Ecco come si sono sentiti i netizen cinesi dopo il discorso con cui il mese scorso Mark Zuckerberg ha cercato di respingere le recenti critiche contro Facebook e Libra, agitando il fantasma di un dominio digitale cinese. A preoccupare l’imprenditore è sopratutto l’avanzata di Tik Tok, la piattaforma di micro video sempre più popolare alle nostre latitudini, accusata di censurare i contenuti sgraditi al partito comunista. Secondo la tesi dell’imprenditore americano, nonostante le problematiche relative alla privacy e alle fake news, le techno-corporation della Silicon Valley rappresentano ancora il male minore per gli internauti occidentali. L’invettiva caustica di Zuckerberg – un vecchio corteggiatore del mercato cinese – ha trafitto al cuore molti fan. Un articolo dal titolo “Il buon genero cinese Zuckerberg ha improvvisamente pugnalato il suocero alle spalle” ha ottenuto oltre 100mila visualizzazioni su WeChat, scatenando i commenti risentiti degli utenti. Per un editorialista del sito Guancha.cn, le accuse di Zuckerberg contro la censura spiegano il motivo per cui Facebook non sia mai riuscito a piegare le autorità comuniste, nonostante l’offerta di sviluppare una versione “armonizzata” della piattaforma ad uso e consumo cinese. [fonte: SCMP]

La visita di Xi in Italia e il nazionalismo cinese

Mentre sulla stampa tricolore imperversavano le polemiche per l’adesione italiana alla Belt and Road, in Cina, la visita di Xi Jinping a Roma veniva celebrata per un altro motivo: la restituzione di 796 reperti – alcuni antichi di 5000 anni – esportati illegalmente nel Belpaese nel 2007. La consegna italiana – la più rilevante per numero di pezzi in circa 20 anni – è stata esaltata sul web cinese con toni nazionalisti. Secondo un paper pubblicato dall’Istituto Affari Internazionali, sono stati centinaia i commenti ad accogliere la notizia con frasi quali “bentornati a casa” e “grazie Italia”. Ma non sono mancate nemmeno esternazioni più patriottiche. Mentre il ricordo dei saccheggi perpetrati dalle potenze europee nel XIX è ancora motivo di risentimento in Cina, l’ascesa politica ed economica del gigante asiatico sullo scacchiere globale ha alimentato tra i netizen sentimenti revanscisti. Così, per molti cinesi, l’Italia non avrebbe restituito gli oggetti per buon cuore bensì per ripagare un “debito storico”. “Questa è l’influenza di una grande potenza” scrive un utente su Weibo alludendo alla sudditanza dei paesi occidentali più in difficoltà nei confronti della seconda economia mondiale. I reperti sono stati esposti presso il museo nazionale di Pechino dal 24 aprile al 30 giugno. [fonte: IAI]

Aung San Suu Kyi risponderà alle accuse di genocidio

Aung San Suu Kyi comparirà davanti alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) per contestare le accuse di genocidio presentate dal Gambia in riferimento alla persecuzione della minoranza musulmana rohingya, per cui è indagato l’esercito birmano. Il caso, avviato l’11 novembre dal paese africano a nome dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (OIC), vede Suu Kyi direttamente coinvolta a causa del silenzio mantenuto davanti alle violazioni dei diritti umani perpetrate dal Tatmadaw. Per questo la leader “ha deciso di affrontare questa causa da sola”, ha spiegato il portavoce della Lega nazionale per la democrazia. Sia il Gambia che il Myanmar sono firmatari della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. Le prime udienze pubbliche si terranno dal 10 al 12 dicembre. [fonte: Reuters]

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