Siamo ad Amsterdam e, nonostante la pioggia e il vento autunnali, le strade del quartiere Neuwe Pijp rimangono gremite. In mezzo al mix di case tradizionali olandesi, i caratteristici canali e i vivaci locali, ci si imbatte in un tipico ristorante gestito da uiguri, etnia turcofona e musulmana. Ogni dettaglio sembra parlare della loro terra d’origine: gli strumenti tradizionali affissi alla parete, gli odori delle spezie che avvolgono la sala ed una genuina convivialità. Tutti elementi destinati forse a sparire nello Xinjiang, la regione autonoma della Cina occidentale da cui gli uiguri provengono. Politicamente la “Nuova Frontiera” – questo il significato del nome in mandarino – è parte del territorio cinese, ma quanto a uso e costumi sembra di trovarsi in Asia Centrale.

In Occidente si è cominciato a sentire parlare degli uiguri solo da pochi anni, purtroppo, per via dei cosiddetti “campi di rieducazione.” Secondo un report rilasciato nel 2018 dalla Commissione ONU per l’eliminazione della discriminazione razziale, sarebbero circa un milione gli uiguri detenuti involontariamente in queste strutture. I campi sarebbero stati istituiti per assimilare di uiguri e altre minoranze nella “multietnica nazione cinese” ma, secondo quanto riportato, ciò implicherebbe la “cancellazione” della cultura uigura. Le accuse includono pulizia etnica, sequestro di persona e tortura. Ma le autorità, primo tra tutti il governatore uiguro della regione Shohrat Zakir, descrivono i campi come “centri di formazione professionale volontari”. “ [I trasgressori] non sono stati sottoposti a nessuna detenzione arbitraria, se escludiamo i trattamenti medici!” – risponde Yu Jianhua, rappresentante permanente della Cina alle Nazioni Unite – “ La legge anti-terrorismo del 2016 si basa sull’opposizione dello stato ad ogni forma di estremismo, inclusa la distorsione delle dottrine religiose per ispirare odio, discriminazione e violenza”. “Non è in corso nessuna “de-islamizzazione” e nessuna violazione della libertà religiosa delle minoranze nel nome del contro-terrorismo” – continua Yu.  La giustificazione per questi provvedimenti, suggerisce il rappresentante, va trovata negli sforzi di Pechino contro le “tre forze” del terrorismo, dell’estremismo e del separatismo che costituiscono elementi di instabilità nello Xinjiang e intralciano la strada verso il compimento del “Sogno Cinese”.

L’arrivo nei Paesi Bassi e l’inizio di una nuova vita per gli uiguri

Sfuggito a tutto ciò, al sicuro nel ristorante uiguro di Amsterdam, ci accoglie Enver, redattore per l’Uyghur Times. Si occuperà lui di tradurre l’intervista con il sig. Obul Qasim, direttore finanziario del Centro di istruzione del Turkestan Orientale- nome adottato dagli uiguri per indicare lo Xinjiang –  fondato nel 2009 con sede a Zeist (Utrecht) e tassista per arrotondare. I nostri ospiti ordinano il cibo e, mentre sorseggiano del tè, ci dicono che tutti i loro nonni erano contadini e che le loro mogli e figli vivono nei Paesi Bassi. Purtroppo non hanno notizie del resto delle loro famiglie. Obul inizia a raccontarci della sua organizzazione presente in 4 città olandesi: “Gli studenti vanno lì durante il fine settimana e le vacanze. Per la nostra comunità è fondamentale preservare l’identità che il governo cinese cerca in ogni modo di cancellare” – afferma Obul con fare solenne – “quindi nei Paesi Bassi, dove siamo liberi, cerchiamo di tramandare ai nostri figli la lingua e le tradizioni del nostro popolo”.

Obul è stato lontano da casa a lungo e ha viaggiato per molti anni prima di arrivare in Olanda. La prima destinazione è stata lo Yemen, dove è arrivato ancor prima del 9/11. Studiava lì: “quando stavo per completare l’università, il mio passaporto è scaduto”. Sono seguiti i tentativi, vani, di rinnovare il documento in Yemen e nei paesi vicini. “Il governo cinese voleva che tornassi in Cina per rinnovare il passaporto, il che, allora, era ancora abbastanza comune per gli uiguri”. Ma Obul sapeva che una volta tornato avrebbe corso molti rischi con il governo cinese. Così nel 2000 è andato in Turchia con la speranza di ottenere un nuovo passaporto.

La Turchia è una meta comune tra gli uiguri rifugiati, sia per la somiglianza linguistica, sia per la religione islamica condivisa con molti turchi. Nonostante il numero esiguo di migranti uiguri in Turchia, questa comunità rappresenta un elemento di forte pressione politica per il governo di Ankara; a casa, così come nei Paesi Bassi e in Germania, i turchi tendono a marcare una linea distintiva tra loro stessi e le altre popolazioni turcofone. “Il nazionalismo, come sta accadendo con i siriani che vivono in Turchia, gioca un ruolo centrale” – dice Işık Kuşçu, Associate Professor presso la METU di Ankara – “Differentemente da quanto accade con i migranti siriani, la somiglianza culturale e linguistica tra la comunità autoctona e quella uigura richiede ad Ankara sforzi maggiori per sostenere le proprie rivendicazioni nazionalistiche”. In Turchia, continua Kuşçu, la piattaforma che dà voce alle rivendicazioni degli Uiguri non viene sfruttata solo per ragioni politiche ma anche dalla comunità religiosa come esempio di repressione anti-islamica. Ma Ankara, in questo senso, cerca di giocare su due tavoli: “Da un lato non vuole creare tensioni con Pechino, dall’altro cerca di deviare le rivendicazioni su un terreno di fratellanza religiosa”. Questa strategia machiavellica sembra finalizzata ad evitare pericolosi accostamenti etnici che potrebbero minare la propaganda nazionalista su cui Erdogan ha basato gran parte della sua attività politica (ndr). “Per questo, l’emigrazione degli uiguri verso l’Europa è un elemento positivo per la Turchia.”

Nel 2000 era ancora impossibile ottenere un passaporto in Turchia quindi un anno dopo Obul si è trasferito in Olanda. Qui è finalmente riuscito ad ottenere un passaporto ed ha costruito la sua nuova vita. Secondo fonti del governo, il numero dei rifugiati uiguri nei Paesi Bassi si aggira intorno ai 1500.“Il governo Olandese è molto gentile con noi uiguri, siamo soddisfatti e grati,” inizia Obul, per poi spiegare che “dal 2000 al 2007 tutto sembrava tacere”. Ma dopo il 2009 la situazione è deteriorata, attraendo l’attenzione del pubblico internazionale. “Nel 2009, durante i tumulti di Ürümqi, il governo cinese ha ucciso migliaia di persone. Solo allora la nostra causa ha guadagnato notorietà” Enver, il nostro interprete, si trovava a Ürümqi in quei giorni. Era andato a prendere suo fratello alla stazione quando fiumi di cinesi Han hanno invaso le strade della città, ostruendo ogni via di fuga. Di lì a poco la situazione sarebbe degenerata: brandendo delle spranghe gli Han picchiarono a morte qualsiasi uiguro gli si ponesse davanti. Enver ricorda, con aria turbata, di aver guardato suo fratello e di aver immaginato ciò che sarebbe successo al suo volto se fossero stati trovati. “Dai tumulti di Ürümqi, sono arrivati sempre più rifugiati in Olanda”, riprende Obul.

Il sempre più diffuso dibattito sui campi di rieducazione nello Xinjiang, inoltre, ha portato ad un maggiore interesse verso la diaspora uigura, afferma la prof.ssa Kuşçu. “Un numero crescente di uiguri è intenzionato a trasferirsi in Europa, quindi i governi hanno cominciato a porsi delle domande: perché lasciano il proprio paese? Dovremmo concedergli asilo politico?” Questi sforzi tuttavia non sono ancora sufficienti, sottolinea Obur. “Vorremmo che si parlasse molto di più di noi, perché la situazione è davvero difficile. Speriamo che il governo olandese possa essere più attivo anche per quegli uiguri rimasti nel Turkestan Orientale.”

L’Olanda è nota per essere casa di numerose diaspore e, tra queste, la più estesa e radicata risulta essere quella turca. Nonostante la differenza etnica rivendicata da Ankara, la radicata presenza della comunità turca in Germania e Paesi Bassi sembra, secondo la prof.ssa Kuşçu, sembra attrarre gli uiguri verso in questi paesi. “Sicuramente le due comunità sono a contatto. Sarebbe interessante studiare meglio le forme di interazione tra uiguri e turchi”. “Visto che la lingua uigura è simile al turco, è facile avere buone relazioni con i turchi” – conferma il nostro amico Obul. In Cina, molti uiguri sono obbligati a studiare mandarino a scuola, e siccome non gli è permesso studiare altre lingue, solo in pochi imparano l’inglese. “Una volta arrivati in Olanda, alcuni di noi riescono ad imparare l’olandese ed integrarsi, ma per molti altri la lingua rimane un ostacolo e quindi finiscono per integrarsi solo tra i turchi.”

La Cina è vicina: come si posizionano i vari paesi sulla questione uigura?

Nel maggio di quest’anno l’Olanda ha rinnovato la sua strategia per le relazioni con la Cina e, come spiega Obul, “ha sempre supportato gli uiguri, sia davanti all’ONU, che all’Unione Europea.” Secondo quanto racconta, gli uiguri sono ben accolti nei Paesi Bassi e hanno facile accesso al sistema di accoglienza per rifugiati. Obul parla a nome suo e degli altri attivisti uiguri quando dice di essere grato; ma, aggiunge “ciò che è stato fatto finora non basta poiché la situazione nel nostro paese rimane grave.” Negli ultimi tre anni si è parlato e scritto sempre più degli uiguri e Obul, che fa il tassista, ha molte occasioni per chiacchierare con gli olandesi. “A volte parlo della nostra situazione con i passeggeri” – ci racconta – “provano compassione per noi, ma ancora non prendono iniziativa. Il sentimento c’è, ma una volta usciti dall’auto ognuno ritorna ai propri problemi dimenticandosi di quelli altrui.” A questo punto Obul lancia un appello: “Come i giornalisti possono scrivere di noi, se tutte le persone facessero sentire la propria voce per parlare [degli uiguri] con il governo e con il paese, allora, forse, la politica cinese potrebbe essere influenzata. Ma questo non è ancora successo.”

I governi europei, così come Ankara, si trovano ad un crocevia. Dato il suo peso sul piano geopolitico e commerciale, la Cina non è un paese qualsiasi. Se da una parte i governi hanno cautela nel muovere critiche alla superpotenza asiatica, dall’altra l’UE è particolarmente attiva nel promuovere i diritti umani. “I paesi europei iniziano a sentirsi a disagio per ciò che sta succedendo e hanno iniziato a muoversi – conferma l’accademica turca– “In particolare, i Paesi Bassi, la Germania e la Svezia rappresentano dei punti di riferimento per il WUC”. Però i paesi membri hanno diverse priorità e, quindi, non c’è un’opinione comune sulla situazione. Inoltre, la cooperazione nell’ambito della “Nuova via della seta” (in inglese Belt and Road Initiative BRI) costituisce un ulteriore fattore di instabilità e divergenza tra gli stati membri.

Tra gli accademici coesistono visioni contrastanti. “In Europa ci sono dei partiti che supportano la causa ma a livello di governi sarei cauta”- afferma Alessandra Cappelletti, associate professor presso la Xi’an Jiaotong-Liverpool Univeristy – “In Italia, ad esempio, il partito radicale ha sempre appoggiato il WUC.” Sulla mozione mossa lo scorso luglio all’ONU da 22 paesi sulla violazione dei diritti umani in Xinjiang, l’intervistata commenta: “Non mi sembrano cose di sostanza…quando c’è il business di mezzo va tutto bene. Non vedo un reale interesse sulla questione per non andare ad incrinare il rapporto con un paese divenuto estremamente importante (Cina)”.  Inoltre, anche il fattore religioso gioca la sua parte. Gli uiguri sono musulmani e tra di loro esistono delle frange fondamentaliste, tanto che alcuni di loro sono schierati nelle fila dell’ISIS. “Dato il clima di terrore suscitato dagli attentati degli ultimi anni, non è il momento ideale per difendere una popolazione islamica.”

La diaspora politicizzata si fa sentire, e come!

La diaspora uigura ha creato numerose associazioni in tutto il mondo, tra le quali il World Uyghur Congress (WUC) che resta, come spiega Obul, “la prima associazione che riunisce e rappresenta tutti gli uiguri”. “Anche se dal 2004 il congresso lavora duro per garantire i diritti di tutti gli uiguri, ancora non è abbastanza, specialmente per quanto riguarda i campi di concentramento nel nostro paese. La situazione può sconfortare, ma tutti stanno facendo del proprio meglio”. Il congresso è guidato da Dolkun Isa, scappato dalla Cina ormai da decenni. Obul spende alcune parole a favore dell’attivista: “Isa lavora giorno e notte per parlare degli uiguri a tutto il mondo, noi lo supportiamo e collaboriamo con lui, ma Isa non è l’unico leader degli uiguri. Rebiya Kadeer” -conosciuta come la madre spirituale degli uiguri- “è un’altra leader molto importante.” “Vorrei che Isa si prendesse più cura della comunità. Vorrei che parlasse agli uiguri per unirli, per dargli una direzione più tollerante, umanista e attivista. Isa dovrebbe istruire gli uiguri e soprattutto dargli speranza. Vorrei che spronasse tutti a lottare per la propria libertà”.

La prof.ssa Cappelletti fornisce interessanti spunti di riflessione sulla diaspora. In primis, bisogna considerare il fattore “distacco”. Infatti, molti dei membri più influenti del movimento risiedono all’estero da molto tempo e potrebbero, quindi, mancare di una visione realistica di quanto accade in madrepatria. “Bisogna prestare attenzione alle intenzioni di questi attivisti, poiché si rischia di portare avanti interessi che riguardano una piccolissima parte della diaspora.” Come già confermato da Kuşçu, Cappelletti sostiene che non è assolutamente possibile definire gli uiguri una comunità politicamente attiva. “Non si è mai formato un vero e proprio nazionalismo uiguro; il senso di appartenenza uigura si sviluppa ad un livello locale: forte attaccamento all’oasi.” Inoltre, tra gli uiguri possiamo vedere una diversità di riconoscimento del leader. “Rabiya Kader e Dolkun Isa sono molto litigiosi tra di loro, non sono uniti, non c’è una leadership.”

Ma occorre analizzare a fondo la diaspora politicizzata per comprendere meglio l’esodo uiguro. Secondo Kuşçu, le diaspore sono per natura dei movimenti elitari. “Quando le persone raggiungono un nuovo paese la priorità sono trovare mezzi di sostentamento, integrarsi nella società e riuscire a ricongiungersi con la propria famiglia. Solo una volta soddisfatte tali esigenze gli individui cominciano a dare attenzione alle questioni politiche”. La diaspora uigura risulta, quindi, composta tanto da elementi politicamente attivi quanto da individui “silenziosi”. “Quando ho svolto la mia ricerca in Europa nel 2017, ho avuto modo di intervistare alcuni membri attivi, cioè coloro che operano sotto l’ala del WUC. Molti uiguri, invece, preferiscono astenersi dal rilasciare dichiarazioni…ce l’hanno finalmente fatta in un nuovo paese: vogliono solo vivere le proprie vite”.

Ciononostante, la diaspora si sta progressivamente trasformando in un movimento meno elitario e più popolare. “Molti uiguri hanno ancora parenti in Cina e sono preoccupati della loro incolumità.” – continua la prof.ssa- “Sebbene il più delle volte non facciano politica, queste persone aiutano la propria gente tenendo corsi di lingua e sbrigando le procedure di immigrazione”. A differenza di quando il movimento nacque in Turchia negli anni 90, gli uiguri si sentono presi in maggiore considerazione oggi. Complici l’avvento dell’informazione digitale che ha portato la questione sotto gli occhi di un pubblico più vasto, la recettività crescente della società civile Europea e l’apertura di piattaforme di discussione istituzionali da parte dei governi ai leader della diaspora.

È corretto parlare di persecuzione?

Secondo Cappelletti, in Occidente si continua a fare un abuso del termine “persecuzione”. “Ha senso parlare di persecuzione se la popolazione è all’interno del territorio cinese? Lo Xinjiang è un territorio annesso tramite conquista militare nel 1759 e quindi riconosciuto dal diritto internazionale come parte della Cina. Credo che sia errato parlare di persecuzione, poiché le restrizioni religiose vengono applicate a tutta la popolazione cinese.” Essendo la RPC imperniata sulla filosofia razionalistica del Marxismo-Leninismo, Pechino ha sempre investito molte risorse nel controllo dei culti religiosi. “Ci sono delle regole che devono rispettare tutti a prescindere dalle diversità etniche; ed è questo il principale problema: non riconoscere le peculiarità che caratterizzano il contesto cinese.” La differenza tra la questione uigura e altre analoghe, come quella curda, è marcata da un fattore giuridico, sottolinea l’accademica. “È un problema di distribuzione poiché i curdi sono distribuiti un po’ in Siria, un po’ in Iraq e un po’ in Turchia, mentre gli uiguri sono presenti principalmente nello Xinjiang. Il caso lo creiamo noi, per Pechino gli uiguri sono cinesi come tutti gli altri.” Fattore molto chiaro è invece l’esistenza di un sentimento di opposizione molto diffuso contro i cinesi Han radicato a tutti i livelli della comunità uigura.

“Nell’immaginario comune uiguro, gli Han (+90% della popolazione cinese) appaiono come occupanti e sfruttatori delle risorse naturali del territorio” – continua l’accademica – “Basti considerare che negli anni 50 gli Han nello Xinjiang erano il 6% ed ora sono circa il 40%; c’è stato un lavoro di incoraggiamento all’emigrazione verso quei territori per motivazioni anche politiche. Su quella base si potrebbe costruire un discorso di nazionalismo, ma questa costruzione non c’è ancora stata anche per mancanza di politici e intellettuali uiguri: sono stati eliminati”.  In molti casi, i comunisti hanno incluso personalità uigure all’interno dell’apparato stato-partito che, spesso e volentieri, hanno giocato la parte di “burattini doppiogiochisti”.  Non c’è stato un processo lineare di costruzione dell’identità politica ma, al contrario, questa sarebbe stata invocata da un circolo di intellettuali occidentali particolarmente ostili al governo cinese. “Molti di loro [banditi dalla Cina per le loro ricerche] hanno portato avanti alcune tesi per parecchi anni, senza avere tuttavia la possibilità di conferme sul campo”.

Che sia dall’interno di un ristorante di Amsterdam o da un ufficio ad Ankara, i nostri intervistati ci illuminano sulla diaspora uigura. Ciò che emerge chiaramente è un quadro complesso, influenzato da fattori religiosi, politici, sociali ed economici. Da una parte la Cina, dall’altra gli stati occidentali e nel mezzo gli uiguri in fuga per la libertà. Il futuro di questa popolazione islamica rimane imperscrutabile: alcuni di loro sono riusciti a crearsi una nuova vita nei Paesi Bassi, ma per coloro rimasti nello Xinjiang la situazione è appesa a un filo.

[Pubblicato in forma ridotta su +31 MAG]

Di Federico Campanile*

**Federico Campanile, nato a Terracina (LT) nel 1993. Ottiene una laurea specialistica in Chinese Studies presso la Leiden University (Paesi Bassi) grazie ad una tesi sul Sistema dei Crediti Sociali. Attualmente nel campo del marketing, coltiva la sua passione per il giornalismo scrivendo di Cina e non solo per varie riviste online. I suoi focus principali sono la filosofia politica, le minoranze, le questioni religiose e la storia del PCC.