“Raggiungere un accordo o dei risultati non era lo scopo dei colloqui di oggi”, ha detto un alto funzionario di Washington riferendosi agli incontri che hanno avuto luogo nella giornata di ieri tra il vice segretario di Stato americano Wendy Sherman e due importanti cariche politiche cinesi. Iniziati con l’omologo cinese Xie Feng e proseguiti con l’atteso ministro degli Esteri cinese Wang Yi, i colloqui sono durati all’incirca quattro ore e sono stati descritti dal documento del Dipartimento Usa come “franchi e aperti”, volti a chiarire le posizioni delle due superpotenze su temi nevralgici.
Se come ci si aspettava i funzionari cinesi hanno esortato gli Stati Uniti ad annullare le sanzioni che colpiscono le aziende cinesi, hanno anche menzionato le restrizioni sui visti per i membri del Partito comunista cinese e i loro familiari. Secondo quanto emerso dalle dichiarazioni del portavoce del ministero degli esteri Zhao Lijian, Wang Yi ha anche citato le continue limitazioni da parte di Washington nei confronti degli studenti cinesi all’estero e dell’Istituto Confucio. Le preoccupazioni di Sherman si sono concentrate sul binomio Cina-diritti umani: “la repressione antidemocratica di Pechino a Hong Kong, il genocidio in corso e i crimini contro l’umanità nello Xinjiang, gli abusi in Tibet e la limitazione dell’accesso ai media e della libertà di stampa”. Il vice segretario di stato americano non ha mancato di criticare la riluttanza della Cina a cooperare con l’Organizzazione Mondiale della Sanità su una seconda fase di indagini sulle origini della pandemia. Entro fine agosto la Casa Bianca pare sia intenzionata a rilasciare un rapporto sulla nascita del Covid-19. Questa occasione, secondo Pechino, genererà nuove tensioni che dovranno essere dissipate al più presto, in vista di un incontro di grande importanza che però non ha trovato spazio di discussione nella giornata di ieri: quello tra il presidente americano Joe Biden e quello cinese Xi Jinping a Roma il prossimo ottobre, in occasione del G20. Tra Washington e Pechino sono emerse anche discussioni inerenti alle procedure diplomatiche: la visita di Sherman in Cina, che ha avuto luogo nella città portuale di Tianjin a causa delle misure anti-Covid attive nella capitale, è venuta solo dopo le tappe di Giappone, Corea del Sud e Mongolia.
[fonte: Nikkei Asia ; Reuters] 

Nuove tutele per i rider cinesi

Maggiore guadagno, garanzie e associazione sindacale. È questo, in estrema sintesi, la direttiva dei regolatori cinesi che impone alle piattaforme online del food delivery di garantire ai rider un pagamento superiore al salario minimo nazionale, la regolamentazione per un uso moderato dell’algoritmo che determina le tempistiche di consegna, una maggiore tutela personale anche attraverso l’adozione di una copertura sanitaria, e la formazione di sigle sindacali. Le linee guida, pubblicate ieri dall‘Amministrazione statale per la regolamentazione del mercato (SAMR) insieme ad altre sei agenzie governative di Pechino, arrivano in un momento in cui la Cina è impegnata in una campagna per regolamentare le Big Tech, costringendo gli attori del settore a porre maggiore attenzione sui diritti dei consumatori e dei lavoratori.
Le misure della SARM sono state introdotte pochi giorni dopo che il ministero delle Risorse Umane e della Previdenza Sociale cinese, insieme ad altre sette agenzie governative, ha pubblicato linee guida separate sulla garanzia dei diritti fondamentali dei lavoratori nelle “nuove forme di lavoro”, come la gig economy.
Chissà se le nuove linee guida saranno osservate attentamente dai giganti del settore. Quattro dei grandi titani tecnologici cinesi, TikTok, Meituan, JD.com e Alibaba, sono al momento impegnati a reclutare nei campus universitari del paese migliaia di futuri dipendenti da assumere nel 2022. Mentre Alibaba apre le porte ai laureati per 113 posti disponibili, di cui 45 riservati per la prima volta ai neolaureati, Meituan vuole assumere fino a 10mila nuovi laureati per il prossimo anno, segnando un aumento esponenziale rispetto ai 3mila lavoratori assunti quest’anno. Alibaba Ant Group prevede di assumere il 250 per cento in più di laureati nel 2022 rispetto a quanto fatto quest’anno. Anche il numero di nuovi posti di lavoro disponibili per JD.com è aumentato: l’azienda vuole assumere il 30 per cento di dipendenti in più rispetto agli ultimi 12 mesi. Le aziende tecnologiche stanno quindi creando più posizioni per i neolaureati, a fronte delle pressioni governative e sociali per eliminare la famigerata cultura del lavoro “996”, che solitamente impiega un lavoratore dalle 9:00 alle 21:00, sei giorni alla settimana. Questo modello lavorativo è diventato uno standard per molte aziende tecnologiche cinesi ed è stato ampiamente criticato negli ultimi tempi. Infatti, con l’aumento del controllo pubblico e della pressione normativa, i giganti tecnologici cinesi stanno lavorando per ridurre l’orario di lavoro dei dipendenti. [fonte SCMP ]

L’Oro olimpico torna a Hong Kong dopo 25 anni di attesa

La lunga attesa è finita. Dopo 25 anni Hong Kong ha vinto una medaglia d’oro ai giochi Olimpici. L’impresa è stata compiuta dallo schermidore Edgar Cheung Ka-long, il 24enne che è riuscito a battere a colpi di fioretto l’italiano campione in carica Daniele Garozzo. La conquista dell’ambita medaglia è stata, indubbiamente, una gioia per l’atleta ma anche per tutti gli hongkonghesi, che hanno guardato con il fiato sospeso il duello. Cheung, che riceverà un premio in contanti di cinque milioni di dollari di Hong Kong per aver vinto l’oro, ha lanciato un messaggio ai giovani atleti, dove ha sottolineato la costanza, l’impegno e la determinazione negli allenamenti. “Se lavori duro e non ti arrendi, essere un campione olimpico non è solo un sogno”, ha detto lo schermidore ai giornalisti dopo essersi assicurato la vittoria. Salito sul podio, dietro le spalle di Cheung campeggiava la bandiera di Hong Kong, mentre risuonava l’inno nazionale cinese. Dopo la gara, il campione olimpico ha avuto un colloquio telefonico con la Chief Executive Carrie Lam, che si è congratulata con l’atleta, a cui ha detto di aver fatto il tifo per lui durante il duello. L’oro “torna” quindi nell’ex colonia britannica dopo una lunga pausa: l’ultima volta è stata alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, grazie all’impresa della velista Lee Lai-shan. Hong Kong però non vanta una lunga tradizione di competizioni olimpiche vittoriose. La città ha vinto solo altre due medaglie olimpiche: un argento conquistato da Li Ching e Ko Lai-chak nel doppio maschile di tennis da tavolo alle Olimpiadi di Atene del 2004 e un bronzo della ciclista Sarah Lee Wai-sze nel keirin ai Giochi di Londra del 2012. [fonte SCMP]

La città portuale di Quanzhou Patrimonio dell’umanità

Quanzhou, antica città portuale nella provincia sud-orientale del Fujian, è stata dichiarata Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO in riconoscimento del suo ruolo di “emporio del mondo” dal X al XIV secolo, durante le dinastie Song e Yuan. In quel periodo, la città era il punto di partenza per la rotta commerciale conosciuta come la “via della seta marittima”, e descritta nelle pagine de Il Milione di Marco Polo come il più grande porto del mondo. Tra i 22 siti protetti della città figurano una massiccia statua di Lao Tzu, fondatore del taoismo, il tempio buddista Kaiyuan, le tombe islamiche e una delle prime moschee della Cina. La decisione è stata presa durante la 44esima sessione del Comitato del Patrimonio mondiale, che si riunisce una volta all’anno per discutere la gestione dei siti del patrimonio mondiale esistenti e accettare le candidature dei paesi. Rimandata di un anno a causa della pandemia, ha avuto inizio lo scorso 16 luglio scorso a Fuzhou. Quanzhou, anche conosciuta come Zayton, aveva già fatto domanda nel 2018, quando il Comitato si era riunito nel Bahrain. Negli ultimi anni, ha dichiarato in una recente conferenza stampa da Zhang Lei, alto funzionario cinese responsabile delle decisioni dell’Unesco che coinvolgono il paese asiatico, la città ha attuato una serie di aggiustamenti tecnici che le hanno permesso di aggiudicarsi il riconoscimento. Tale denominazione non premia soltanto la prosperità di Quanzhou nel passato, ma anche “un sistema commerciale unico creato dagli sforzi congiunti dei governi centrali, delle comunità locali e d’oltremare”, riporta un comunicato pubblicato dal governo locale nel suo account We Chat. Si tratta del 56esimo sito cinese Patrimonio dell’umanità, assieme alle Grotte di Mogao, nel Gansu, la Grande Muraglia e il Mausoleo del Primo imperatore Qin a Xian, sede dei famosissimi guerrieri di terracotta. [fonte SCMP]

Cina: le aziende bandite da Amazon falliscono la strategia legale

I rivenditori cinesi che posseggono negozi online su Amazon, secondo un modello di business noto come “prodotto in Cina, venduto su Amazon”, non sono riusciti a concordare una strategia legale per sfidare la decisione presa quest’anno dalla multinazionale di Seattle. Qualche mese fa, infatti, più di 50.000 rivenditori cinesi sono stati banditi dalla piattaforma con l’accusa di aver pagato per ottenere recensioni positive, violando le regole della società. La questione delle cosiddette “recensioni incentivate” risale al 2016, quando Amazon ha preso una serie di provvedimenti eliminando gli account coinvolti e causando una perdita di oltre 100 miliardi di yuan (13 miliardi di euro) per il settore. Quest’ultimo giro di vite, iniziato a maggio, ha coinvolto grandi marchi come Aukey, una delle maggiori aziende cinesi produttrici di caricabatterie. Alla fine di giugno, l’azienda di elettronica Sunvalley, con sede a Shenzhen, ha rivelato che tre dei suoi marchi – RAVPower power banks, Taotronics earphones e VAVA cameras – sono stati banditi dalla piattaforma per aver offerto carte regalo ai clienti disposti a lasciare recensioni positive sui loro acquisti. Sebbene i termini di Amazon non permettano azioni legali collettive da parte dei rivenditori, un gruppo di venti aziende coinvolte aveva espresso l’intenzione di unirsi in una causa congiunta contro la società. Ma la scorsa settimana il loro avvocato, Yang Zongqiang, ha dichiarato l’impossibilità di raggiungere un accordo unico su strategia e richieste da presentare, chiarendo che Amazon può scegliere “di sospendere le operazioni dei negozi, ma non ha il diritto di trattenere le loro merci e il loro capitale”. Molti dei rivenditori ripongono le speranze in un intervento del governo cinese, possibilità che Yang ha definito “irragionevole”. Tuttavia, qualche giorno fa Li Xingqian, direttore del Dipartimento del commercio estero, ha assicurato che la Cina aiuterà le proprie aziende a rispettare gli standard internazionali e a proteggere i loro “diritti e interessi legittimi”. Intanto, pare esserci una sola strategia plausibile: muoversi individualmente per convincere Amazon a ripristinare i negozi virtuali. In altre precedenti occasioni, infatti, i rivenditori hanno pagato le multe e modificato le loro pratiche commerciali, ottenendo la riammissione. I commercianti potrebbero fare ricorso attraverso la piattaforma o avviare un arbitrato nel caso che il ricorso fallisca. Eventualità, quest’ultima, costosa e con poche possibilità di successo.
Hannah Zhang, l’avvocato di uno delle più grandi aziende coinvolte, sta provando a dimostrare ad Amazon che il suo cliente non ha manipolato le recensioni, con l’obiettivo di avviare una trattativa con la multinazionale affinché rilasci i capitali dell’azienda. Ma questa volta la multinazionale americana sembra meno disposta a collaborare e molti commercianti denunciano che i tentativi di contattarla non hanno avuto successo. [fonte SCMP]

Dalla Cina vaccini ai ribelli Kachin

L’impennata di infezioni e decessi legati al coronavirus che si sta registrando in queste ultime settimana nel Myanmar spaventa la confinante Cina.
Pechino ha fornito oltre 10mila dosi di vaccino anti-Covid al gruppo ribelle del Myanmar, il Kachin Independence Army, che opera nello stato settentrionale del Kachin al confine con la regione cinese dello Yunnan. A chiedere l’intervento della Cina è stato proprio il gruppo ribelle, che però non ha reso noto quando e quale vaccino abbia ricevuto dalle autorità dello Yunnan. Secondo un portavoce del Kachin Independence Army, alcune dosi sono state regalate dalla Cina, mentre altre sono state acquistate dall’organizzazione armata. Pechino, che non ha mai etichettata l’attuale situazione nel paese birmano come un colpo di stato, mantiene anche alleanze con le milizie etniche lungo il confine cinese, impegnate da decenni nella lotta contro la giunta militare. La scorsa settimana, invece, è arrivato a Yangon, capitale sotto il controllo della giunta militare, anche un lotto di 736 mila dosi del vaccino Sinopharm donato dalle autorità di Pechino. Per l’inoculazione del prodotto cinese, fanno sapere i funzionari del Myanmar, sarà data precedenza alle persone che abitano lungo il confine con la Cina. [fonte AFP]

A cura di Serena Console e Vittoria Mazzieri