Ogni anno, in estate, da qualche parte della Cina centro meridionale le piogge causano danni che superano ogni previsione. O almeno, quanto si creda possa accadere durante quello che è un fenomeno stagionale. Con il passare delle stagioni è diventato sempre più evidente, però, che i cambiamenti climatici sono una realtà, e una realtà abbastanza dispendiosa e pericolosa.

ANCHE SUGLI SCHERMI di casa nostra è apparsa evidente l’entità delle alluvioni che hanno colpito la provincia dello Henan, in particolare la capitale Zhengzhou. Città abitata da oltre 12 milioni di persone, quanto l’area metropolitana di Parigi, tra il 19 e il 21 luglio ha registrato la peggiore alluvione degli ultimi 60 anni. In soli tre giorni sono caduti sulla città 671,1mm di pioggia, quasi quanto la media annuale, che è di 604,8 millimetri. Un terzo di questa quantità d’acqua si è riversato nell’arco di una sola ora tra 16 e le 17 di martedì 20. Il bilancio è di 63 morti, 400mila dispersi e perdite economiche stimate sui 10 miliardi di dollari.

In Cina si è parlato molto di quanto è accaduto nello Henan e non sono pochi a pensare che il governo non faccia abbastanza per sviluppare un discorso più approfondito sulle cause di questi eventi estremi, in particolare della correlazione tra attività umane e cambiamenti climatici. Nelle esternazioni ufficiali Pechino invita cittadini e nazioni a fare il proprio meglio per proteggere il pianeta, mentre sul campo adotta iniziative di prevenzione o adattamento alle catastrofi naturali che spesso si rivelano efficaci, data la sua capacità di mobilitare enormi risorse in breve tempo.

COME RIFERISCE la testata online estera China Digital Times, il dipartimento di Propaganda cinese avrebbe dato, anche nel caso delle alluvioni nello Henan, la linea editoriale da adottare: far emergere lo sforzo collettivo di riparazione, evitare immagini crude e utilizzare toni troppo enfatici creando connessioni senza basi concrete. Non manca poi un accenno a statistiche e dati ufficiali, da rispettare senza interpretazioni se non quelle fornite dagli organi competenti. Questo tipo di direttive fa emergere quella che è la complessità di raccontare i cambiamenti climatici in Cina quando i disastri naturali portano con sé morte e distruzione. Per Cheng Xiaotao, ex direttore dell’Istituto di controllo delle alluvioni e mitigazione dei disastri, la colpa sarebbe dei piani di emergenza del governo provinciale, impreparati a rispondere con prontezza a un evento di tale portata.

ALTRI PARLANO DI CORRUZIONE, consci che in passato molti funzionari hanno cercato i finanziamenti di Pechino – spesso finalizzati proprio per interventi di risposta e prevenzione dei disastri naturali – senza intervenire con progetti di qualità. A Zhengzhou ci si chiede infatti dove sia finito il «piano città-spugna» che avrebbe dovuto rendere la metropoli strutturalmente più adattabile ai tifoni estivi e alle alluvioni. Come spiegava Liu Junyan, attivista con sede a Pechino per Greenpeace East Asia durante le alluvioni dell’estate 2020 nel sud del Sichuan: «Le valutazioni del rischio per i cambiamenti climatici e le condizioni meteorologiche estreme non sono ancora la priorità per la maggior parte delle città, ma dovrebbero esserlo».

IL COPIONE, infatti, è sempre lo stesso. Non cambia a soli 10 mesi dall’ambizioso annuncio del presidente Xi Jinping per una Cina emissioni zero entro il 2060, e per ora non potrà cambiare nel complesso e lento ingranaggio della governance provinciale. Si dovrebbe parlare di più di cambiamenti climatici? In realtà nemmeno quello. Per Xie Laihui, ricercatore associato dell’Institute of Asia-Pacific and Global Strategies, la questione climatica sia per la Cina, che per la maggior parte delle potenze globali, è un «rinoceronte grigio»: un fenomeno molto raccontato, ma poco affrontato con la pratica. Un compromesso che la Cina ancora sa di non poter accettare finché non avrà raggiunto uno status economico interno più inclusivo.

Di Sabrina Moles
[Pubblicato su il manifesto]