Durante diversi incontri presso la taverna della gilda dei macellai sulla Grand Place di Bruxelles – oggi è il prestigioso ristorante La Maison du Cygne – Karl Marx e Friedrich Engels conclusero la scrittura de Il Manifesto del Partito Comunista (1848). Con la prima frase di questo testo, i due autori tennero ad avvertire i lettori che uno spettro si aggirava per l’Europa: lo spettro del comunismo.

Ebbene, il comunismo non fu l’unico dei fantasmi andati a zonzo per il Vecchio Continente seminando euforia e speranze, oppure pessimismo e delusioni se non avversione; in tutte le epoche l’Europa è stata attraversata da correnti di pensiero, da notizie strepitose, da bufale altrettanto faraoniche, da racconti su uomini e donne autentici o improbabili che a volte hanno lasciato segni vistosi del loro passaggio.

Nel Medioevo, la maggior parte di questi spettri che bighellonavano per l’Europa turbando animi, innescando fantasie e spandendo misteri, provenivano dalle vie carovaniere che univano l’Occidente e l’Oriente. Quelle rotte – da noi chiamate Vie della Seta – che attraversavano montagne impervie, valli profonde e deserti sconfinati – erano il crocevia non soltanto di merci esotiche e uomini con caratteristiche etniche variegate, ma erano anche foriere di scambi di notizie, cronache, miti e leggende. Durante la notte, attorno al fuoco di un bivacco in un’oasi più o meno rassicurante, o affastellati in caravanserragli nei quali ci si riposava respirando l’aria gravida di sudore e del fetore dello sterco di muli, cavalli e cammelli, e si gettavano occhiate guardinghe allo scintillio delle lame sempre pronte a respingere un assalto o a fare a pezzi la carne di montone rosolata a dovere, si sussurrava, si parlava, si raccontava, nascevano e si gonfiavano storie, e la notte passava più velocemente per lasciare il posto all’alba lattea e al rinnovato calore della stagione estiva o al gelido vento sferzante dell’inverno di turno.

Uno di questi racconti venuti da Oriente – ove per Oriente intendo quello vicino e quello estremo – nutrì le cronache europee per secoli. Il racconto, o meglio lo spettro cui mi riferisco è quello del “Prete Gianni”. Esso fu fra gli indiscussi protagonisti del medioevo fantastico.

Citato anche come Preste Giovanni o Presbyter Johannes, a sentire le cronache del tempo sarebbe stato un ultralongevo monarca orientale di religione nestoriana che regnò per secoli in modo saggio e cristiano su terre che alcuni posizionavano nel Vicino Oriente (Palestina, Siria, Mesopotamia), altri in Estremo Oriente (India, Mongolia, Cina, Indocina), o in Africa (Nubia, Etiopia). Quanto all’attributo di “Prete”, probabilmente è una contrazione di “presbitero” che all’epoca significava “anziano”. E certo, anziano doveva essere – e pure troppo – visto che le cronache che lo danno per vivente e regnante, vanno dalla prima menzione che è della metà del secolo XII come colui che aveva sconfitto il musulmano re di Persia, fino al secolo XVII. Nel 1520, una spedizione portoghese arrivò inutilmente sino in Etiopia con la convinzione di trovare il mitico monarca, la ricerca si basava sul fatto che i re-sacerdoti etiopi avevano il titolo di zan che ricordava molto da vicino il nome di “Gianni”.

Per saperne qualcosa di concreto, potremmo riferirci alle decine di storici e cronisti che ne hanno scritto ma per semplicità, e siccome ogni scarrafone è bello a mamma sua, prenderò notizie prevalentemente da Marco Polo (1254 – 1324) che ne riferì con dovizia di particolari nel suo Livre des Merveilles, ossia Il Milione.

Marco Polo, raccogliendo quanto sentito da più fonti durante i suoi viaggi e la permanenza presso i Mongoli, ci racconta la biografia saliente del Prete Gianni. Secondo il mercante e viaggiatore veneziano, questo re governava la vasta regione di Tenduc (in Mongolia) che era abitata dalle tribù turco-mongole degli Öngüt, e «della sua grandezza favellava tutto il mondo»; come obolo dalla popolazione che lui proteggeva con i suoi «baroni» e le sue armi, riceveva capi di bestiame. Ai Tartari (nome che fu dato dagli Occidentali a una miriade di differenti tribù nomadi, quasi tutte poi federate da Gengis Khan) che sempre di più pascolavano le proprie mandrie in quei luoghi, il Prete Gianni chiese un aumento del numero di animali a lui spettanti; la conseguenza fu che molti abbandonarono quei luoghi privandolo della rendita. A questo sgarbo si aggiunse il fatto che nel frattempo iniziava l’epopea conquistatrice di Gengis Khan; per annettersi o almeno fare entrare nella sua sfera di influenza il territorio del Prete Gianni, nel 1200 Gengis gli inviò dei messaggeri per chiedere in moglie la sua «figliuola». La risposta che Gianni consegnò a questi messaggeri non era dei più amichevoli: «Non sa egli ch’egli è mio uomo? Or tornate … e ditegli che conviene ch’io lo uccida, sì come traditore del suo signore». Per farla breve, la risposta non piacque al Gran Khan che quando udì «la villania che il Preste Giovanni gli aveva mandato a dire, per poco non gli crepò il cuore» e, sanguigno com’era, non ebbe alternativa se non quella di dichiarargli guerra. Favorito dai presagi dei preti nestoriani che erano al suo seguito, Gengis Khan attaccò battaglia sull’altopiano di Tenduc. Il Prete Gianni non soltanto fu sconfitto ma perse la vita, e tutti i suoi territori furono annessi a quelli dei Mongoli.

Passando dalle cronistorie medievali alle ricerche più recenti, Il Prete Gianni è stato identificato come Tögrul, capo dei Kerait tribù convertitasi al cristianesimo nestoriano, che occupava il territorio centrale dell’attuale Mongolia; egli fu sconfitto da Gengis Khan nel 1203, e morì durante la fuga.

Il successo del radicamento per più secoli della leggenda del Prete Gianni in Europa fu dovuto a una concomitanza di fattori. Innanzitutto, egli era descritto come cristiano nestoriano, poi come ricchissimo (gli attribuiscono uno scettro di smeraldi e il castello più sfarzoso al mondo), viveva in terre mitiche (qualcuno lo posizionava al confine con il Paradiso Terrestre) e, cosa determinante, era un nemico dei musulmani contro i quali dall’Europa si andavano organizzando le Crociate. Che volete di più, a quell’epoca, per diventare una duratura leggenda?

E ora, un po’ più di due parole sui nestoriani che finora hanno fatto soltanto capolino in questa chiacchierata.

Il 7 giugno del 431, a Efeso, si riunì il terzo Concilio Ecumenico; l’oggetto dello scontro teologico che ne aveva imposto la convocazione era l’affermazione che il Patriarca di Costantinopoli, Nestorio (381-451), andava propagandando sulla natura di Cristo: per lui, Gesù altro non era che un uomo come tutti cui, in seguito, Dio aveva istillato la divinità; aveva dunque una doppia natura: umana e divina; ne conseguiva che Maria non aveva diritto al titolo di “Madre di Dio” perché era la madre del solo Gesù umano. Riunito il concilio sotto l’occhio vigile dell’imperatore Teodosio, e dopo un paio di mesi di aspri dibattiti tra centinaia di vescovi, patriarchi delle città orientali e delegati inviati da Roma dal papa Celestino I, la dottrina nestoriana fu dichiarata eretica e Nestorio condannato, deposto e inviato in esilio in Egitto nell’oasi Al-Kharga. I suoi seguaci si dispersero lungo le rotte orientali fondando comunità e facendo numerosi adepti.

In Cina, la dottrina nestoriana giunse nel 635 a Chang’an (oggi Xi’an) capitale della dinastia Tang, portata dal monaco siriaco Alopen e da un pugno di seguaci. Accettati e tollerati, essi fecero molti proseliti sia nella popolazione che a Corte, convivendo in modo pacifico con buddisti, e taoisti. Nella rete di missioni che i nestoriani avevano fondato lungo le Vie della Seta, la Cina divenne una provincia metropolitana strutturata e con una rigida gerarchia ecclesiastica. Sappiamo molti particolari della storia dei nestoriani in Cina grazie a una stele che fu fatta erigere nel 781. Alte 2,79 m, su di essa è scolpito un lungo testo in lingua cinese e in estranghelo (antico siriaco) nel quale si narra dell’avvento dei religiosi in Cina, si fanno i loro nomi e quelli delle loro cariche, e per la prima volta appare in cinese un catechismo cristiano con le traduzioni in caratteri sia dei nomi relativi al divino, che ai concetti della religione; per esempio, la Trinità fu tradotta in cinese come Wo San Yi 我三一 (Io Tre Uno).

La massima espansione dei nestoriani in Cina avvenne in epoca mongola: le missioni francescane, Marco Polo e numerosi viaggiatori testimoniarono dell’esistenza delle loro floride comunità che possedevano chiese e conventi, avevano battezzato intere tribù e principi di rango, e coesistevano con le altre fedi nel clima di illuminata convivenza religiosa instaurato dai Mongoli.

Nel 1625, a circa mille anni dalla sua creazione, la stele di Xi’an emerse dal sottosuolo durante i lavori di scavo per le fondamenta di una chiesa dei missionari gesuiti. Probabilmente era stata interrata e nascosta nell’845 durante una delle persecuzioni religiose di epoca Tang; fu studiata e tradotta dal gesuita Nicolas Trigault. Il dibattito che scatenò fra gli Occidentali fu enorme e riguardò le speculazioni sull’antichità del cristianesimo in Cina. Attualmente, la stele è conservata nel Museo Provinciale di Xi’an dove fa bella mostra assieme ad altre sculture similari in una sala chiamata “foresta delle steli”.

Prima di chiudere mi concedo un passo indietro: ancora un’osservazione sull’affaire Prete Gianni.  Egli governava la provincia di Tenduc. Dice Marco Polo che per arrivarvi, si passa per il reame di Erguil dove «le donne non hanno addosso pelo niuno, in niuno luogo, salvo che nel capo; elle hanno molto belle carni e bianche, e son ben fatte di loro fattezze, e molto si dilettano con uomeni.» A sentire queste notizie che, sicuramente, scaldarono più di un animo durante le notti orientali impregnate di racconti stupefacenti, fa riflettere il fatto che la bigotta Europa maschiocentrica di allora si sia appassionata piuttosto allo spettro del Prete Gianni e non ai fantasmi delle gentili donzelle di cui sopra. Mah!

Di Isaia Iannaccone*

*Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)