A poco più di un anno dall’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale ad Hong Kong, ieri si è tenuto il primo processo ai sensi della normativa voluta da Pechino.

Davanti a un collegio composto da tre giudici scelti dalla leader della città Carrie Lam, il 24enne Tong Ying-kit è stato riconosciuto colpevole di terrorismo e atti di incitamento alla secessione. In attesa del verdetto finale che arriva domani, il giovane rischia la massima pena detentiva, l’ergastolo, dopo aver trascorso già quasi un anno in prigione. Nelle scorse settimane il tribunale di West Kowloon di Hong Kong aveva negato la cauzione a Tong, arrestato il 1° luglio 2020, quando gli hongkonghesi sono scesi in strada per opporsi alla legge entrata in vigore 24 ore prima.

Tong è stato dichiarato colpevole di terrorismo per essersi diretto con la sua moto contro tre poliziotti, che tentavano di fermare la sua corsa durante una manifestazione a Wan Chai, e per incitamento alla secessione per aver sventolato mentre guidava una bandiera con lo slogan di protesta «Liberate Hong Kong, rivoluzione dei nostri tempi». L’attivista, che si è sempre dichiarato «non colpevole», è invece uscito con l’etichetta di «terrorista» e «secessionista» dal primo processo che stabilisce un precedente per i futuri casi previsti dalla legge. Nel condannare Tong, il tribunale ha voluto dimostrare fino a che punto la nuova norma possa criminalizzare il dissenso politico, fondando l’accusa anche sugli slogan finiti nel mirino delle autorità.

Le semplici parole «Liberate Hong Kong, rivoluzione dei nostri tempi» sono state vagliate attentamente durante il processo da tre accademici per comprendere il reale significato di quel motto che per la giudice Esther Toh è uno strumento in grado di incitare le persone «a commettere atti di secessione». A nulla sono serviti gli appelli della difesa, secondo cui lo slogan è suscettibile di diverse interpretazioni, a fronte dei cambiamenti sociali e politici dell’ultimo anno.

Il primo processo ai sensi della draconiana norma segna anche un punto di rottura nel sistema giudiziario locale, tutelato sin dal ritorno di Hong Kong alla Cina nel 1997. In aula non c’era infatti una giuria poiché il governo ha ritenuto prioritario tutelare la sicurezza personale dei giurati e delle loro famiglie. Da quanto è entrata in vigore legge scritta da Pechino, la vita politica, sociale, culturale ed editoriale della città è stata sconvolta dallo spettro delle accuse di secessionismo e collusione con le forze straniere. Ma la norma, come denunciato dalla comunità internazionale e da diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani, si sta trasformando nello strumento principale di repressione del movimento a favore della democrazia.

Il verdetto è stato condannato da Amnesty, che lo ha definito «l’inizio della fine della libertà di espressione a Hong Kong», mentre l’Ue si è scagliata contro la legge sulla sicurezza nazionale, «utilizzata per soffocare il pluralismo politico e i diritti umani».

Di Serena Console

[Pubblicato su il manifesto]