L’algoritmo che regola la gestione del lavoro nell’industria del food delivery non potrà più agire indisturbato. Bisognerà promuoverne un «uso moderato», da integrare con nuove regolamentazioni e maggiori tutele per i lavoratori «impegnati in nuove forme di occupazione».

È quanto emerge dalle nuove linee guida emesse da sette agenzie governative, attraverso un documento i cui 19 punti sottolineano l’importanza, tra le altre cose, di un miglioramento dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, della definizione di livelli di salario minimo per garantire una paga minima ai rider, di nuove politiche per le pensioni e, inoltre, di una rappresentanza sindacale di categoria. Necessità emerse durante una riunione di inizio luglio del Consiglio di stato cinese.

Dopo che già nelle prime settimane del 2021 il premier Li Keqiang aveva dichiarato che il governo cinese avrebbe prestato più attenzione alla regolamentazione delle nuove professioni flessibili, l’Ufficio per le risorse umane e la sicurezza sociale della città di Nanchino aveva emesso a maggio una guida per regolamentare l’occupazione dei fattorini del food delivery. Il documento chiarisce le tipologie di assunzione, distinguendo i rider con contratto regolare, che sulla base di un rapporto sulla città non superano i 4.000 lavoratori, da quelli «a chiamata», che raggiungono i 10.000.

I primi vengono assunti da società con cui la piattaforma stipula accordi di cooperazione. Se alcuni beneficiano di contratti regolari full o part-time, a comparire nella Guida sono anche, tuttavia, quelli che provengono dalle agenzie di collocamento, a cui le aziende terze a loro volta subappaltano il lavoro in cambio di manodopera temporanea e flessibile.

L’esternalizzazione ha un ruolo importante nella riduzione del costo del lavoro, e permette che a livello legale i rider «a termine» siano lavoratori autonomi, una sorte che condividono con i lavoratori «a chiamata». Questi, a cui ci si riferisce con il termine crowdsourcing si registrano all’app della piattaforma e scelgono quando e dove lavorare, secondo i compiti assegnati dall’algoritmo.

Il fatto che gran parte della forza lavoro del settore non sia riconosciuta come dipendente genera uno scontento diffuso. A inizio giugno, nella città settentrionale di Weinan, un gruppo di lavoratori di Meituan ha protestato contro l’obbligo di indossare l’uniforme e agire come ambasciatori del marchio pur non intrattenendo con la società alcun rapporto di lavoro.

Le foto che riprendono uno dei presenti dare fuoco alla propria divisa sono diventate virali in poche ore e pare che a scatenare il gesto sia stato il coinvolgimento del rider in un incidente stradale durante il turno di lavoro, dopo il quale si sarebbe dovuto fare carico delle spese mediche e della riparazione del veicolo. In merito alla copertura assicurativa, la Guida dichiara che «il datore di lavoro si assume la responsabilità per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro». Ma che succede quando non ne esiste uno?

Se il Ministero cinese delle risorse umane e della sicurezza sociale aveva recentemente messo in guardia sul fatto che una maggiore regolamentazione non sia «favorevole allo sviluppo della nuova economia e dei nuovi modelli di business», le pressioni da parte dell’opinione pubblica in seguito a incidenti come questo hanno avuto un ruolo importante nell’indirizzare le istituzioni cinesi verso l’emissione di linee guida su scala nazionale.

Ma il recente documento, che sottolinea più volte l’importanza di agire «in conformità con la legge», sembra più un tentativo di prendere atto delle caratteristiche del lavoro digitale e flessibile, anziché esprimere la volontà di ridurre la precarizzazione e la flessibilizzazione del lavoro.

Di Vittoria Mazzieri

[Pubblicato su il manifesto]