L’ambasciatrice svedese è stata richiamata in patria per aver tentato di organizzare colloqui segreti tra la figlia di uno dei librai di Hong Kong rapito dalle autorità di Pechino nel 2015 e alcuni misteriosi imprenditori cinesi. L’incontro – di cui il ministero degli Esteri svedese non era a conoscenza – sarebbe avvenuto lo scorso mese a Stoccolma ed è stato riportato due giorni fa da Angela Gui, figlia di Gui Minhai, sulla piattaforma Medium. Secondo Angela, gli interlocutori cinesi l’avrebbero invitata al silenzio in cambio di una pena detentiva di pochi anni per il padre, arrestato per aver ucciso una persona in un incidente automobilistico dieci anni prima. L’ambasciatrice Anna Lindstedt – ora sotto indagine – avrebbe favorito il raggiungimento di un accordo, citando in caso contrario possibili ritorsioni per la Svezia. E’ il secondo caso in pochi giorni di un diplomatico occidentale richiamato in patria per aver mantenuto una condotta disdicevole in Cina. Alla fine di gennaio era stata la volta dell’ambasciatore canadese dopo allusioni a una possibile risoluzione politica dell’arresto della CFO di Huawei ai domiciliari a Vancouver e a rischio estradizione negli Usa.

Colloqui Cina e Usa: rimangono ostacoli strutturali

Uniformare la politica dei sussidi statali alle regole della WTO e aumentare l’acquisto di semiconduttori made in USA in cambio della rimozione delle tariffe del 10% su 200 miliardi di merci cinesi, mentre rimarrebbero i dazi del 25% sugli altri 50 miliardi. Sono alcune delle proposte sollevate durante l’ultimo round di colloqui tra Cina e Usa, terminati quest’oggi a Pechino. Le indiscrezioni trapelate sulla stampa internazionale suggeriscono il mancato raggiungimento di un accordo sul meccanismo di verifica e monitoraggio che Washington ritiene essenziale alla luce delle molte promesse non mantenute da Pechino in passato. La minaccia delle tariffe rimarrebbe quindi lì dov’è. Intanto, secondo Bloomberg, la deadline fissata da Trump per aumentare i dazi al 25% potrebbe slittare di 60 giorni nell’attesa di un incontro diretto con il presidente cinese Xi Jinping. Ma difficilmente la firma di un accordo commerciale basterà a sedare la competizione tra le due superpotenze, ormai in rotta di collisione su più versanti, dalla politica estera allo sviluppo tecnologico.

La guerra tariffaria non spaventa gli investimenti USA

Nonostante la guerra commerciale, gli investimenti statunitensi in Cina sono più che raddoppiati a gennaio, con l’industria hi-tech che ha visto l’aumento più significativo. Secondo dati del Ministero del Commercio cinese, l’incremento porta il totale a 124,6 miliardi di dollari nel mese di gennaio, nonostante complessivamente gli investimenti diretti esteri siano scesi al 4,8 per cento rispetto all’anno prima e i FDI cinesi negli States siano in discesa del 4,8%. Il settore hi-tech ha registrato una crescita significativa, con un aumento dei capitali d’oltreconfine in salita del 40,9 per cento su base annua. Nelle stesse ore in cui Pechino rilasciava le statistiche, i negoziatori americani cominciavano una nuova tornata di colloqui per cercare di finalizzare un accordo entro il 1 marzo, data in cui Trump minaccia di incrementare le tariffe sui prodotti cinesi. Il furto di tecnologia e una maggiore apertura del mercato interno sono tra i dossier caldi all’ordine del giorno. Da tempo le aziende americane accusano il governo cinese di compromettere la tutela della proprietà intellettuale imponendo il trasferimento forzato di tecnologia – che Pechino asserisce sia volontario e a beneficio del business a stelle e strisce.

Everest: Pechino chiude il campo base al turismo

Il campo base del Monte Everest, lato tibetano, sarà chiuso a tutti i turisti fino a nuovo avviso per poter rimuovere la spazzatura accumulata. Giovedì, l’agenzia di stampa statale Xinhua – citando Kelsang, vice direttore dell’amministrazione della riserva del Monte Everest – ha riferito che ai normali turisti sarà permesso visitare soltanto le aree intorno al monastero di Rongpo, a circa 5.000 metri sopra il livello del mare. Solo quelli con i permessi per l’arrampicata saranno autorizzati a raggiungere il campo base, a un’altitudine di 5.200 metri, e anche oltre. Al numero limitato di alpinisti ammessi verrà anche richiesto di rispettare regole più severe per proteggere l’ambiente. L’annuncio, che conferma le indiscrezioni degli ultimi giorni, riporta qualche dettaglio in più sulla cresi ambientale sul Tetto del Mondo. Secondo le autorità tibetane, lo scorso anno i lavoratori hanno raccolto 8,4 tonnellate di rifiuti dalla cosiddetta ‘”area chiave” (a partire da 5200 metri) mentre nelle regioni al di sotto l’immondizia rimossa ammontava a 335 tonnellate. Una task force di 200 persone eliminerà la spazzatura rimanente.

La guerra commerciale tra i topic più censurati

Tra i 10 argomenti di politica estera più censurati sulla rete cinese: i rapporti Cina – USA e l’arresto della CFO di Huawei. Lo ha rivelato WeChatscope, un progetto ideato dall’università di Hong Kong per mappare la rete cinese e le logiche che muovono la censura sulla terraferma. Partendo da WeChat, sono stati analizzati più di 4000 account pubblici nel corso dello scorso anno. Per le questioni interne alla Cina tra gli argomenti più censurati il movimento #MeToo e lo scandalo dei vaccini così come i riferimenti ai bambini geneticamente modificati. La censura sulla rete cinese è risultata essere flessibile e ciclica, rispondendo a esigenze di gestione dell’ordine pubblico nella terra di mezzo.

Tokyo verso il riconoscimento degli Ainu

Venerdì il governo giapponese ha introdotto un disegno di legge che riconosce per la prima volta la minoranza etnica Ainu come un popolo “indigeno”, dopo decenni di discriminazione. Il popolo Ainu – concentrato nell’Hokkaido settentrionale – è da tempo vittima di una politica di assimilazione forzata. Mentre recentemente la situazione si è gradualmente attenuata, le condizioni di vita in termini di reddito e istruzione continuano ad essere nettamente inferiori rispetto al resto del Giappone. Il progetto di legge, il primo a riconoscere l’Ainu come “popolo indigeno”, chiede al governo di elaborare “politiche lungimiranti” per sostenere le comunità, promuovendo l’ economia e il turismo locale. Secondo un’indagine del 2017, sarebbero circa 12.300 gli Ainu dichiarati, ma le stime reali potrebbero essere superiori se si includono tutti coloro che hanno rinnegato le proprie radici per un’informarsi al resto della popolazione nipponica.

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