Lo sviluppo dell’apparato militare cinese, sul lungo periodo, “rischia chiaramente di strappare il primato americano in Asia.” E’ quanto pronosticato da  Sam Roggeveen, direttore dell’ International Security Program il Lowy Institute di Sydney, sulla base di quanto sfoggiato ieri da Pechino nel corso della parata per i 70 anni della Rpc. Per l’analista, il progresso tecnologico è “mozzafiato” considerato che la Cina dedica alla Difesa circa il 2% del Pil. Come previsto, durante la rassegna Pechino ha dispiegato nuovi veicoli aerei senza equipaggio (UAV) e missili intercontinentali e ipersonici, progettati per attaccare le portaerei e le basi americane in Asia. A rubare la scena sono stati il Dongfeng-21D (DF-21D), in grado di colpire navi da guerra a una distanza massima di 1.500 chilometri; il missile a gittata intermedia DF-26, soprannominato per ovvie ragioni “Guam Killer”; e il missile ipersonico DF-17, difficilissimo da contrastare e una vera sfida per Stati Uniti e Giappone. Tutto l’hardware esposto sarebbe già in servizio. Secondo gli esperti, la presenza di centinaia di membri delle Forza congiunta di supporto logistico, della Forza di supporto strategico e della Forza missilistica, mette in evidenza gli sforzi compiuti per migliorare il coordinamento tra i vari dipartimenti dell’esercito nell’ambito di operazioni di difesa degli interessi nazionali e commerciali oltreconfine [fonte: Reuters]

La Cina sviluppa il primo chip DRAM

La startup ChangXin Memory Technologies di Hefei ha cominciato a produrre il primo chip DRAM (Dynamic Random Access Memory) “made in China”. Il progetto – costato 150 miliardi di yuan – ci si attende permetterà di realizzare 120mila chip al mese durante la prima fase di produzione. Un grande balzo in avanti verso l’autosufficienza tecnologica mentre infuria la guerra commerciale con Washington. Sempre che Trump non rovini tutto. Secondo il Nikkei Asian Review, ChangXin potrebbe diventare la prossima azienda cinese a finire sulla Entity List vedendosi precludere l’accesso alla componentistica statunitense, come già accaduto a Huawei. Al momento la Cina è costretta a rifornirsi prevalentemente da Stati Uniti e Corea del Sud, leader mondiali nella produzione di chip DRAM [fonte: Caixin]

Anche i cristiani vittime di persecuzione in Xinjiang

È ormai da un anno che le Nazioni Unite richiedono alla Cina accesso ai “campi di rieducazione” del Xinjiang, dove l’ONU stima che più di un milione tra uiguri e kazaki, minoranze musulmane dell’ovest della Cina, si trovino attualmente in detenzione. Pechino, nel libro bianco pubblicato ad agosto, giustifica la rieducazione come modo per sradicare tendenze estremiste di stampo islamico che metterebbero in pericolo la sicurezza del paese. Tuttavia, un reportage del The Globe and Mail rivela che sarebbero almeno 15 gli uiguri cristiani attualmente detenuti nei campi di rieducazione del Xinjiang. I motivi della detenzione sono spesso oscuri ai detenuti stessi e le accuse a loro rivolte variano dal costituire una minaccia per la sicurezza nazionale alla dissidenza politica. Dei pochi rilasciati, molti sono fuggiti in Europa: è il caso di Gulbahar Haitiwaji, uigura cristiana incarcerata per due anni ad Urumqi dopo essersi convertita al cristianesimo. La famiglia ha rifiutato ulteriori dichiarazioni al The Globe and Mail, che però rivela che la signora si è ora stabilita in Francia con la famiglia. L’incarceramento di uiguri cristiani rappresenta una contradizione alla politica di Pechino che vede nei “campi di rieducazione” la via maestra per eliminare tendenze estremiste a matrice islamica. Timothy Grose, studioso di cultura uigura presso l’Istituto di tecnologia Rose-Hulman fornisce un’interessante analisi del fenomeno, suggerendo che ciò che sta accadendo in Xinjiang sarebbe nientemeno che un programma accelerato per eliminare le caratteristiche culturali dell’identità uigura, come la lingua, la religione e le connessioni culturali con l’Asia centrale per poi sostituirle con elementi di una cultura cinese di stampo Han. Di conseguenza, che si tratti di musulmani o cristiani, poco importa: l’eradicazione dell’estremismo islamico sarebbe soltanto un escamotage che ha permesso a Pechino di accelerare la sinicizzazione del Xinjiang, popolato a maggioranza da uiguri musulmani [fonte: Blobe and Mail]

Mybank, la banca di Jack Ma che rivoluziona il credito

In un sistema bancario che ha da sempre favorito le grandi aziende, MYbank, la banca online creata dall’ormai ex Ceo di Alibaba, Jack Ma, sta operando una rivoluzione nel panorama finanziario cinese. Dopo la stretta sul sistema creditizio ombra, seguita da quella sulle piattaforme di peer landing, MYbank si sta ritagliando una buona fetta di mercato. Facile e veloce da usare, MYbank, ha fino ad oggi concesso una cifra pari a 290 miliardi di dollari a piccole e medie aziende che tradizionalmente sono vittime dell’ostracismo delle grandi banche cinesi, perché considerate un segmento troppo rischioso, pur rappresentando l’ossatura dell’economia cinese (60% della crescita e l’80% dell’occupazione). Mybank, riesce a mantenere un default rate dell’ 1% grazie alle 3000 mila variabili analizzate prima di dare il via libera al prestito. I dati che permettono queste analisi potranno in futuro arrivare sempre più dal sistema dei crediti sociali, al momento, nella migliore tradizione dell’integrazione del sistema digitale cinese, provengono dai pagamenti online e sono forniti direttamente da Ant Financial, principale shareholder di MYbank e principale creatura finanziaria di Ma. Il tasso di concessione dei crediti di MYbank è 4 volte più altro degli istituti tradizionali che generalmente rispediscono al mittente l”80% delle richieste;i tempi imparagonabili, 3 minuti contro 30 giorni necessari per un’operazione tradizionale e i costi anche. L”operazione costa 33 yuan contro 2,000 yuan degli istituti di credito. [Fonte: Bloomberg]

La caccia ai debitori passa per WeChat

Non si arresta la caccia ai laolai, i debitori ricercati dalla giustizia cinese. Negli ultimi anni, le autorità sono ricorse a vari espedienti creativi per richiamare all’ordine gli insolventi. L’ultima trovata arriva dal tribunale di Jianggan, distretto di Hangzhou, che ha cooptato i miniprogrami di Wechat per inviare messaggi pubblicitari ad amici e familiari con l’intento di ottenere informazioni prezzolate sugli inadempienti. Ben 1,2 milioni di dollari è la cifra più offerta come ricompensa per ottenere aiuto nell’ambito del caso di tal Zhu Lifeng, il cui debito ammonta a 177 milioni di yuan. Secondo quanto spiegato dalla corte, le pubblicità su misura “possono esporre [i debitori] in modo efficiente grazie alla diffusione attraverso i social network, in modo da indurli ad assumersi volontariamente la responsabilità”. Ma sui social cinesi c’è chi definisce il progetto una “preoccupante” intrusione nella vita privata dei cittadini. [fonte: Scmp]

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