L’attesa per i 70 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare ha cambiato volto alle città cinesi. È una vera, organizzata macchina di propaganda quella messa in campo dal governo: una narrazione in grado di fondere retorica del progresso e omaggio alle tradizioni in nome dell’obbedienza e della stabilità, i due obiettivi principali del regime di Xi Jinping. Da settimane ormai Pechino ferve di preparativi per la parata del 1° ottobre, quando in piazza Tiananmen i militari sfileranno in ricordo della vittoria di Mao sui nazionalisti di Chiang Kai-Shek.

Xinhua pronostica numeri record: la parata, si dice, avrà più spettatori di quelle per i 50 e per i 60 anni della Repubblica e persino della celebrazione finora più imponente di sempre, quella per il 70esimo anniversario dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Al centro dei festeggiamenti ci saranno la celebrazione del progresso cinese e la ritrovata grandezza della nazione dopo oltre un secolo di subalternità all’Occidente. Ed è sullo sviluppo economico e tecnologico che i media battono per stimolare il nazionalismo: non a caso, proprio il 1° ottobre, la Cina presenterà al mondo «alcune delle sue più avanzate tecnologie militari», ha spiegato in conferenza stampa Cai Zhijun, vicedirettore dell’ufficio organizzativo della parata.

Ma la propaganda va ben oltre i confini di Pechino. A Haining, «soli» 800.000 abitanti nella provincia dello Zhejiang, bandiere rosse a cinque stelle sventolano su ogni traliccio: sui muri, accanto alle immagini di Xi, gli slogan celebrano l’impegno del Partito-Stato per la felicità e i bisogni dei cinesi. Anche qui, il progresso materiale è un tema ricorrente. Nella piazza intitolata al popolo – la principale, come in ogni città – un maxischermo mostra la trasformazione del Paese in settant’anni di governo comunista: super-treni, linee metropolitane, grattacieli e skyline che sembrano spuntare dal nulla grazie ai filmati in time-lapse.

Gli spettatori, sempre molti, si scambiano commenti meravigliati e riprendono con i propri patriottici Huawei. Nelle zone rurali e nei centri minori il regime ha scelto di accostare le proprie insegne agli altari della modernità: nel caso di Haining si trovano accanto al frequentatissimo centro commerciale e alla stazione dei treni ad alta velocità, che in 40 minuti la collegano a Shanghai. La scelta è strategica: l’accostamento è un rimando a ciò che solo settant’anni di governo del Partito-Stato hanno reso possibile.

A Shanghai invece, dove tutto è moderno e veloce, si preferiscono slogan come «restare fedeli all’idea iniziale», omaggio alla tradizione e allo status quo. Negli ambienti più occidentalizzati, dove il partito sente vacillare la propria legittimazione, si richiede un’esplicita fedeltà al modello comunista. Nelle università, poi, la propaganda assume toni confuciani. La rettitudine e la virtù nutrono la gioventù come la pioggia fa con i fiori, si legge sugli stendardi dell’Università Jiaotong: il rispetto dell’autorità e delle gerarchie è uno degli insegnamenti-cardine di Confucio.

Non solo, ma il governo ha lanciato una serie di iniziative per coinvolgere gli studenti nelle celebrazioni. «Io e la mia patria», ad esempio, è un contest artistico che invita i giovani a cimentarsi in varie performance «per celebrare 70 anni di successi e sentimento», si legge sul bando ufficiale all’Università dello Zhejiang. Oltre ai requisiti formali c’è un’unica richiesta: esprimere lode e amore per la madrepatria. Così la tradizione politica della Cina accompagna le conquiste tecnologiche e ricorda, in ogni momento, che non c’è progresso senza una leadership unitaria e stabile.

Tradizione e modernità: il bastone e la carota con cui il regime ottiene la collaborazione dei cittadini cinesi. L’obiettivo è offrire al mondo l’immagine di un popolo coeso e di uno Stato capace di soddisfare i bisogni dei propri cittadini, in vista di una celebrazione destinata a sbalordire il mondo. E con l’avvicinarsi del 1° ottobre anche l’essere straniero, in Cina, diventa più complesso: fin da metà settembre, il giro di vite nei controlli sull’accesso ad internet e i frequenti blitz della polizia in bar e pub di frequentazione straniera scoraggiano a frequentare ogni spazio, virtuale e non, di aggregazione sociale al di fuori del controllo governativo. Il messaggio è chiaro: in questo momento, con gli occhi del mondo puntati addosso, nessuno – cinese o no – può permettersi di cantare fuori dal coro.

Di Silvia Frosina

[Pubblicato su il manifesto]