Alla vigilia del Summit sul clima che si apre oggi a New York e del Un Climate summit (COP25) che si terrà in Cile a dicembre, il Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente cinese ha reso pubblica una nota che anticipa alcuni dei punti fermi dell’azione negoziale cinese nei prossimi convivi globali. Nel documento il Ministero riconferma l’impegno cinese nell’implementare azioni di mitigazione e adattamento e nel rispettare i target stabiliti dall’accordo di Parigi e sottolinea la rilevanza per la Cina di azioni quali riforestazione, protezione o ripristino degli ecosistemi, ovvero quegli interventi per arginare gli effetti dei cambiamenti climatici che operano sulla natura. Nel paragrafo “Giovani e Mobilitazione”, il documento contiene un sostegno a favore dell’impegno dei giovani, che suona sorprendente se si tiene conto che la Cina è stato uno dei pochi paesi al mondo a non aver aderito al Global Strike di venerdì scorso e a non aver ospitato alcuna delle manifestazioni che in questi ultimi mesi si sono succedute in tutto il mondo. Nonostante ciò nella nota si legge che “I giovani sono il futuro del nostro paese e devono essere campioni attivi, participanti e promotori degli sforzi a favore del clima”. Importante è anche la parte relativa all’importanza del supporto finanziario alla lotta ai cambiamenti climatici che Pechino quantifica in 100 miliardi di dollari che i paesi sviluppati dovrebbero devolvere alle economie emergenti ogni anno a partire dal 2020. in questa logica la Cina sarebbe un beneficiario dei fondi, quale si definisce la più grande economia in via di sviluppo, anche se sottolinea il suo impegno a mobilitare finanze dalle sue banche principali. Nel complesso agli osservatori il documento è sembrato tiepido nel riconfermare gli impegni cinesi già presi e vago sugli impegni futuri. Si sono abbandonati i toni decisi della nota congiunta emessa a margine del G20 di Osaka da Cina, Francia alla presenza del segretario delle Nazioni Unite Guterres, per abbracciare un atteggiamento più cauto e ponderato [fonte: Climate Chang News]

Hong Kong: monta la rabbia a pochi giorni dall’anniversario della Rpc

A circa dieci giorni dalle celebrazioni per il 70esimo anniversario della Repubblica popolare, la rabbia dei dimostranti di Hong Kong si riversa contro l’ingerenza cinese, prendendo nuovamente di mira la bandiera pentastellata. Il 16esimo weekend di protesta ha visto i manifestanti colpire stazioni della metro e shopping mall nei Nuovi Territori associati a precedenti episodi di abuso di potere da parte della polizia. Il confronto con le forze dell’ordine è sfociato in nuovi episodi di violenza da ambo le parti. Sabato, due tredicenni sono stati arrestati e lasciati su cauzione per aver  “profanato la bandiera nazionale” durante una marcia a Tuen Mun – reato che prevede una multa di quasi 6.400 dollari e fino a tre anni di reclusione per i maggiori di 14 anni –  e per aver preso parte a “un’assemblea illegale” mentre in possesso di “strumenti adatti a scopi illegali” (uno spry e pistole laser). Dopo il rapporto di condanna di Amnesty, la polizia ha ammesso di essere al limite delle risorse a disposizione e di aver evitato l’uso di armi letali anche quando le circostanze lo avrebbero permesso. Le concessioni finora offerte dal governo locale sono state accolte con scetticismo dai manifestanti. Questa settimana la governatrice Carrie Lam si accinge a presiedere un primo round di colloqui con la popolazione. [fonte: NYT, Bbc]

L’equilibrismo cinese tra Iran ed Arabia Saudita

L’attacco agli impianti petroliferi in Arabia Saudita ha richiamato l’attenzione sul futuro delle relazioni tra Pechino Riad e Teheran. Mentre gli USA accusano l’Iran, la Cina si ritrova a dover bilanciare la partenership con Teheran per mitigare l’influenza americana e quella con l’Arabia Saudita, da cui importa 1,8 milioni di barili di petrolio al giorno. La recente telefonata in cui Xi Jinping invita re Salman alla moderazione sembrerebbe un segnale dell’avvicinamento tra Pechino e Riad, al momento partner prediletto dalla Cina per le importazioni di greggio: non solo i sauditi ne producono molto più dell’Iran, ma il loro oro nero è anche libero dalle sanzioni americane che invece gravano su quello iraniano. Tuttavia, sul lungo termine non è da sottovalutare il ruolo che Teheran potrebbe avere per Pechino: il suo grande mercato interno, la popolazione altamente istruita e la sviluppata economia industriale lo rendono un affidabile via d’accesso al mercato mediorientale per le merci cinesi. A riconferma di ciò, la scorsa settimana le due potenze hanno firmato accordi per 400 miliardi di dollari, garantendo progetti infrastrutturali esclusivi per le società cinesi in Iran e accordi a lungo termine per l’acquisto di petrolio e gas iraniani. Le ragioni del funambolismo cinese nelle relazioni trilaterali con Iran e Arabia Saudita sono da ricercarsi nel fatto Pechino si senta in sicurezza per quanto riguarda le sue riserve petrolifere, che i dati rilasciati venerdì dalla National Energy Administration dimostrano poter coprire il fabbisogno nazionale per circa 80 giorni, abbastanza da lasciare la Cina indipendente dai rifornimenti sauditi nell’eventualità di un conflitto. Mentre gli Stati Uniti hanno cominciato ad inviare truppe in territorio saudita, l’Iran ha dichiarato che lancerà nel golfo di Oman e nel mare indiano settentrionale una missione di ricognizione navale congiunta con Russia e Cina. [Fonti: Reuters, SCMP, Bloomberg]

Gli oppioidi asiatici invadono l’Africa

In Kenya, una serie di inchieste sui signori della droga locali ha condotto alla condanna a New York dei boss Baktash e Ibrahim Akasha, con l’accusa di trafficare da Hong Kong l’abba, un componente chimico atto alla produzione di metaqualone, sostanza ad alto effetto psicotropo. Il caso mostra come la Cina e altri paesi asiatici stiano trasformando il continenete in un attore chiave del commercio globale di droga. Infatti, esperti affermano che Afghanistan, Iran e Pakistan sono le principali fonti di eroina introdotte clandestinamente nei paesi africani, mentre Cina ed India si classificano prime per l’esportazione di abba ed efedrina per la produzione di sostanze stupefacenti. Per contrastare questo fenomeno, la Cina ha già inasprito i controlli nazionali: solo nel 2017 ha fermato un totale di circa 67.500 tonnellate di prodotti chimici sospetti a destinazione africana, mentre quest’anno il paese ha annunciato il divieto di produzione e commercializzazione di tutte le varianti del fentanil, un potente antidolorifico che si ritiene stia guidando un aumento dei casi di dipendenza negli Stati Uniti e in alcune parti dell’Africa. Nonostante lo sforzo di Pechino, il traffico di oppioidi in Africa è fomentato soprattutto dalla mancanza di controllo nei porti africani, che da anni soffrono per la corruzione e l’instabilità dei governi dell’Africa Orientale. [Fonte: SCMP]

Seoul e quei rifugiati nordcoreani di cui nessuno parla

Una tragedia quella di Han Sung Ok, 42 anni, e suo figlio di 6 anni, ritrovati senza vita nel loro appartamento da 74 dollari al mese a Seoul, due mesi dopo la loro morte. Un fatto di cronaca che è diventato notizia nazionale quando è emerso che Han era una nordcoreana fuggita dalla carestia. Han era arrivata per la prima volta in Corea del Sud nel 2009. Inizialmente fuggita dal Nord per la Cina sulla scia della carestia che ha ucciso milioni di persone alla fine degli anni ’90, era diventata una delle migliaia di donne nordcoreane vendute nella Cina rurale a uomini in cerca di moglie. Come tutti i rifugiati del nord totalitario, una volta raggiunta Seoul aveva passato 12 settimane di lezioni obbligatorie, imparando abilità di base quali usare una carta di credito e guidare una macchina.
Sebbene il governo fornisca ai rifugiati nordcoreani appartamenti a basso costo, sussidi sociali e assistenza sanitaria gratuita, la morte di Han dimostra come molti fatichino a passare dal sistema altamente irreggimentato del Nord a quello frenetico e capitalistico del Sud, rimanendo isolati, senza lavoro e, nel caso di Han, con un figlio malato a cui badare. Associazioni per la tutela dei rifugiati nordcoreani stanno già lottando affinché si rivedano le condizioni di accesso ai sussidi, al momento non compatibili con nessun tipo di attività lavorativa e si concedano più fondi alle associazioni di rifugiati nordcoreani, di modo da aumentare la consapevolezza su questo tipo di realtà all’interno della società sudcoreana [fonte: CNN]

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