Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha messo in guardia il governo ungherese del rischio di affidarsi alle tecnologie fornite da Huawei, sottolineando il fatto che un’eccessiva dipendenza dal colosso tecnologico cinese potrebbe minarne i rapporti con Washington. “La scelta di affidarsi a tecnologie Huawei complica notevolmente le relazioni future con gli Stati Uniti”, ha affermato Pompeo durante un incontro nell’ambasciata americana di Budapest. L’Europa è da tempo campo di battaglia che vede contrapporsi la forte spinta espansionistica di Huawei al tentativo di Washington di ridurre i possibili danni derivanti da un’eccessiva dipendenza da tecnologie di origine cinese. In particolare, i paesi più vulnerabili sono quelli dell’Europa dell’Est i quali, sempre più dipendenti da piani infrastrutturali e tecnologie avanzate a buon mercato di origine cinese, temono che uno sgarbo a Pechino possa nuocere ai piani di sviluppo futuri. Huawei, una delle aziende al centro della guerra commerciale in corso tra Washington e Pechino, è stata accusata di avere legami diretti con il governo cinese e di promuovere attività di spionaggio industriale all’estero.

Nel 2019 altri 10 milioni di individui fuori dalla povertà in Cina

Nel 2018 Pechino ha lanciato un piano di azione triennale per la lotta contro la povertà e, a distanza di un solo anno, quasi 14 milioni di persone sono uscite dalla povertà grazie ad un migliore coordinamento tra il centro e le zone periferiche del paese. Il risultato è stato ottenuto grazie allo sviluppo di nuove industrie nelle aree più povere del paese, tra cui figurano quella dell’e-commerce, dei prodotti fotovoltaici e del turismo. Nel solo 2018, oltre 208,000 km di strade sono stati ultimati nelle zone rurali, la rete elettrica è stata notevolmente implementata e oltre il 94% dei villaggi rurali godono oggi di copertura internet a banda larga. Secondo il piano, nel 2019 altri 10 milioni di individui gioveranno di questo rilancio economico interno, nel tentativo di eradicare la povertà del tutto entro il 2020. Tutti i progetti all’interno del tredicesimo piano quinquennale che prevedono il rilancio delle aree più povere del paese riceveranno nuova linfa vitale al fine di garantire a tutti i cittadini cinesi l’accesso a cinque bisogni essenziale: cibo, vestiti, educazione, copertura sanitaria di base e un alloggio.

Nuova sede centrale di JD nel cuore di Pechino

JD, gigante dell’e-commerce cinese, ha rilevato la proprietà del Jade Palace Hotel a Pechino per un totale di 400 milioni di dollari. L’hotel, che ha registrato nel solo 2018 perdite nette del valore di 7 milioni di dollari, verrà trasformato in un hub per l’innovazione tecnologica e il business online. JD, il cui quartier generale è situato nel sudovest della capitale cinese, è stata convinta a rilevare l’hotel in virtù della sua posizione centrale nei pressi del distretto di Haidian, a due passi dal quartiere universitario e dall’area high-tech di Zhongguancun. La scelta da parte di JD di investire massicciamente nella capitale cinese è in controtendenza con quanto osservato tra gli altri giganti del mondo tecnologico cinese, sempre più intenzionati ad abbandonare i grossi centri urbani e ad aprire nuovi centri di ricerca e sviluppo nelle città di seconda e terza fascia, che offrono costi di affitto minori e salari ridotti.

Pechino e Wellington ai minimi storici

Le relazioni diplomatiche tra Pechino e Wellington sono ai minimi storici a seguito del momentaneo rinvio del lancio del 2019 China-New Zealand Year of Tourism da parte della superpotenza asiatica. L’iniziativa, annunciata durante la visita del premier Li Keqiang a Wellington nel 2017, sarebbe stata annullata in risposta alla scelta del Primo Ministro neozelandese Jacinda Ardem di bloccare il lancio della tecnologia 5G prodotta da Huawei, allineandosi dunque alla posizione di Washington che ha chiesto ripetutamente ai suoi alleati di non affidarsi alla tecnologia cinese per il timore di ricadute sulla sicurezza nazionale. Secondo Philip Burdon, chairman della Asia New Zealand Foundation, “la Nuova Zelanda non può permettersi di chiudere le porte alla Cina e deve lottare per promuovere i principi di libero mercato e di integrazione dell’economia globale, riconoscendo il ruolo di attore responsabile ricoperto da Pechino nella regione”. Il commercio bilaterale tra Cina e Nuova Zelanda è triplicato nell’ultimo decennio toccando i 27 miliardi di dollari e, sempre secondo Burdon, “le conseguenze di un peggioramento nelle relazioni con Pechino avrebbero risvolti devastanti per l’economia neozelandese”.

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