L’economia cinese comincia a reagire a covid-19. Dopo il crollo evidenziato nel primo bimestre da produzione industriale e vendite retail (-13,5% e -20,5%), le attività industriali ricominciano a crescere. Secondo quanto annunciato stamattina dall’Istituto nazionale di statistica il PMI del manifatturiero è salito a quota 52 punti rispetto ai 35,7 punti di febbraio, minimo storico dall’introduzione dell’indice. Un dato che segnala un’inattesa espansione del settore, per quanto gli esperti siano cauti nell’interpretare i primi segnali di ripresa. A preoccupare è soprattutto il comparto dei servizi e delle costruzioni, dove l’occupazione e i nuovi ordini si mantengono ancora in zona contrazione, rispettivamente a 47,7 e 38,6 punti. [fonte: Bloomberg, Reuters]

…ma nella Cina export-oriented le notizie non sono buone

Migliaia di fabbriche stanno riducendo la produzione, dichiarando bancarotta o licenziando in massa. Succede a Dongguan, la culla del manifatturiero cinese, dove fornitori di Burberry, Prada, Fossil, Disney, Hasbro e altri grandi brand, sopravvissuti a due mesi di quarantena, stanno vivendo una nuova crisi ora che l’epidemia ha raggiunto Stati Uniti ed Europa provocando un calo degli ordini dall’estero. Secondo il Global Times, “non è solo una fase di passaggio. Anche se la pandemia finirà, i rivenditori stranieri potrebbero riscontrare ostacoli nella ricostruzione delle catene di approvvigionamento in Cina in seguito al taglio massiccio della capacità produttiva”. Alcuni marchi del lusso, come Dior, Loewe, Boss e Michael Kors, che hanno nella Cina uno dei principali mercati di sbocco, stanno già risentendo del calo dei consumi. A gennaio e febbraio, le vendite retail sono crollate del 20,5% su base annua. Oltre la Muraglia, a preoccupare è soprattutto la tenuta del mercato del lavoro. Secondo un sondaggio condotto dalla Peking University e dalla piattaforma di recruiting Zhaoping, i settori dei media, entertainment, sport e servizi stanno sperimentando una riduzione delle nuove posizioni aperte del 40% su base annua, seguiti dall’IT e le telecomunicazioni, giù del 30%. Solo pochi giorni fa il premier Li Keqiang aveva definito tollerabile un obiettivo di crescita inferiore alle attese purché venga data priorità all’occupazione. Quest’anno 9 milioni di neolaureati si affacceranno sul mondo del lavoro. [fonte: Global Times, Caixin]

Il business delle mascherine arricchisce i produttori di polimeri

La crisi sanitaria legata al Covid-19 ha portato ad un’impennata della domanda globale di tessuti a base di polimeri – le macromolecole alla base dei rivestimenti protettivi delle maschere chirurgiche -, un mercato in cui la compagnia cinese Dawn Polymer si è trovata improvvisamente al comando. Proprietaria di una quota di mercato pari a circa il 40% di tutti i tessuti utilizzati in Cina nella produzione di mascherine, il valore della Dawn Polymer – quotata alla borsa di Shenzhen – è aumentato del 417%, portando le sue azioni a oltre 13,5 miliardi di rmb (1,9 miliardi di dollari) nel solo periodo compreso tra il 20 gennaio ed il 9 marzo 2020. Mentre la domanda cresce in tutto il mondo, la competizione tra le aziende produttrici di polimeri come Dawn si fa sempre più dura: imprese di ogni settore si stanno avventurando nell’industria sanitaria, spesso convertendo gli stabilimenti preesistenti in fabbriche di mascherine. È il caso del colosso cinese del petrolio Sinopec, che ha annunciato che inizierà presto la produzione di polimeri per uso medico. Il fenomeno ha già suscitato le critiche degli esperti preoccupati di un possibile abbassamento nella qualità del materiale sanitario esportato in Occidente, provocando non solo perdite economiche ma soprattutto rischi per la salute. [fonte: FT]

Il contrabbando di animali selvatici cerca un varco nell’e-commerce

A fine gennaio, le autorità cinesi hanno messo al bando il commercio di specie selvatiche, potenziale veicolo di malattie come Covid-19. Ora gli esperti temono che la stretta legislativa possa favorire la fioritura del contrabbando online. Nel primo mese dall’inizio del divieto, le piattaforme di e-commerce hanno provveduto a rimuovere o bloccare la promozione di 140.000 prodotti della fauna selvatica destinati tanto a uso alimentare quanto nella medicina tradizionale cinese. L’inasprimento dei controlli ha portato alla chiusura di circa 17.000 account coinvolti nella vendita di specie tutelate dai nuovi regolamenti. Nel 2017, l’Asia Director of the International Fund for Animal Welfare, il WWF e il gruppo TRAFFIC, hanno creato una coalizione insieme ad Alibaba e Tencent con lo scopo di ridurre il traffico di animali selvatici online dell’80% entro la fine del 2020. Sotto la lente c’è sopratutto il sistema di licenze che esclude dal bando alcuni esemplari, creando una zona grigia in cui è sempre più difficile distinguere ciò che è legale da ciò che non lo è. [fonte: Al Jazeera]

Coronavirus: la Cina corteggia l’America Latina

Il regime venezuelano di Nicolás Maduro, isolato a livello internazionale dalle sanzioni americane, starebbe cercando aiuto finanziario in Cina per fronteggiare la crisi sanitaria. Il calo dei prezzi del greggio e il voltafaccia del Fondo Monetario Internazionale stanno mettendo alle strette il paese bolivariano, tanto che Caracas starebbe cercando di rinegoziare i termine dei finanziamenti stanziati negli ultimi 15 anni in cambio di petrolio. Ai prezzi attuali, quest’anno il debito del Venezuela in termini di forniture ammonta a 3 miliardi di dollari, un quarto del valore complessivo di quanto esportato lo scorso anno. Dal 2007 a oggi, la Cina ha già prestato oltre 50 miliardi al paese sudamericano, un vero e proprio salvagente considerate le sanzioni commerciali. Nonostante le difficoltà, il governo di Maduro sembra intenzionato a rinnovare il proprio impegno, anche per quanto riguarda la ricompensa in petrolio di forniture alimentari.
Ma l’aiuto cinese non si ferma al Venezuela: consapevoli dell’inadeguatezza del proprio sistema sanitario, anche Argentina, Messico, Brasile e Perù hanno accettato il sostegno di Pechino. [fonte: Reuters]

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