Alla Cina, nel 1972, Michelangelo Antonioni dedicò «Chung Kuo», un documentario di oltre tre ore che destò enorme interesse in Occidente ma anche feroci critiche soprattutto cinesi (vedere l’articolo di Ilaria Capriglione su “China Files” dell’11 febbraio 2019). Di quel lungometraggio che ci apriva le porte della mitizzata Cina, a me ancora rimane impressa una sequenza: quella di un parto cesareo eseguito utilizzando l’agopuntura come anestesia, cosa che permetteva alla partoriente di farsi intervistare e di chiacchierare con l’equipe medica come se fossero davanti a una tazza di tè. Ho detto “anestesia”, ma sono stato in dubbio se chiamarla “analgesia”, tanto è flebile il confine filologico dei due termini.

Come si sa, l’agopuntura consiste nell’infissione a differenti profondità di aghi in punti ben precisi del corpo; trafiggendo i tessuti sottocutanei e i muscoli, si stimolano terminazioni nervose allo scopo di innescare effetti analgesici (o anestetizzanti, se preferite) e terapeutici. In Cina la si usa da circa tremila anni. Il primo documento che ne parla è un testo che raccoglie materiali arcaici che vanno dall’XI secolo a. C. al II d.C.: lo «Shanhaijing» 山海经 (Classico dei monti e dei mari); in esso si racconta che ai piedi di una certa montagna era possibile rinvenire pietre aghiformi dalla punta acuminata, che venivano usate per incidere foruncoli e ascessi. Va detto che nel Classico dei monti e dei mari per indicare la parola “ago”, viene usata la forma antica del sinogramma zhen 箴 che nella parte superiore presenta il radicale zhu ⺮, ossia “bambù”, così per gli storici è plausibile che schegge di questo legno si siano rivelate efficaci agli albori dell’agopuntura.

Ancora «Aghi di pietra aguzzi» sono citati in un testo canonico di medicina tradizionale cinese, il «Huangdi neijing» 黄帝内经  (Classico interno dell’Imperatore Giallo) del secolo I a. C.: in esso l’agopuntura è declinata in tutte le sue specificità teoriche e pratiche (aghi di vari materiali, punti da pungere, tecniche d’infissione, etc.).

Quale minerale avessero usato gli antichi cinesi per costruire i loro aghi di pietra è ancora terreno di ipotesi. Siccome in Cina non ci sono vulcani attivi, non esistono giacimenti di ossidiana e vetro vulcanico, tipici prodotti eruttivi facilmente lavorabili. Alcuni studiosi, partendo da minerali citati nell’antica letteratura cinese, dunque disponibili, hanno ipotizzato che si usasse la silice che può essere ridotta in lame affilate, ma non credo che ciò sia possibile per la sua fragilità quando è in stato laminare. Forse, ipotizzano altri, un certo tipo di mica potrebbe essere aguzzata, così anche l’asbesto (amianto), ma la mica è difficilmente lavorabile a causa della sua durezza, e l’asbesto si presenta sotto forma di fibre flessibili. Per fare aghi litici, si è ipotizzato per l’antica Cina anche l’uso della giada. In mancanza di reperti archeologici, la questione è ancora aperta.

Quanto agli altri materiali usati per gli aghi, è proprio l’archeologia che ha restituito aghi di osso risalenti alla fine del Neolitico (3000-2000 a.C.) e a epoche successive (dal V al III secolo a.C.); sono affilati, dotati di punte a entrambe le estremità, ma certo non filiformi, e dunque non adatti a penetrare nei tessuti senza arrecare danni. I primi aghi metallici rinvenuti sono in rame, bronzo, oro e argento, essi risalgono ai secoli V-II a.C. Nel 1968, non lontano da Pechino, a Mancheng 满城nella provincia dello Hebei 河北, nella tomba del principe Liu Sheng 刘胜 (secolo II a.C.) sono stati trovati quattro aghi d’oro della lunghezza di 7,5 cm, tre a sezione rotonda, uno a sezione triangolare; non sono particolarmente raffinati ma ben preservati dalla corrosione, e che siano strumenti medici lo si è dedotto dal fatto che essi erano in compagnia di altri oggetti di sicuro uso dei medici di corte. Gli aghi più fini ed efficienti, vennero nello stesso periodo, quando si cominciò a usare il ferro e poco dopo fu d’uso comune l’acciaio (secolo I a.C.) con cui si costruirono aghi più efficaci e versatili, e che dunque sostituì ogni altro materiale.

A un certo punto della Storia, l’agopuntura si affacciò in Occidente.  La sua prima pallida apparizione è del 1642, quando fu pubblicato «De Medicina Indorum» di Jacob De Bondt (1598-1631), sovrintendente medico della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Morendo, De Bondt aveva lasciato le sue note di viaggio al medico e botanico, Willem Piso (1611-1678) il quale, nel 1658 diede alle stampe «Historia Naturalis et Medica Indiae Orientalis» che rivela maggiori dettagli sulle terapie con gli aghi: «… per le ostruzioni del fegato e della milza, e anche per la pleurite, essi [gli Orientali] infiggono nelle carni uno stilo d’argento o di bronzo, non molto più spesso delle corde di una lira.»

Nel 1671, un anonimo – probabilmente il missionario gesuita belga Philippe Couplet (1623-1693) – pubblicò a Grenoble «Les Secrets de la Médecine des Chinois» in cui si parla in modo competente di aghi, ago-punti, tecniche di infissione. Nel 1683, edita contemporaneamente a L’Aia, Lipsia e Londra, apparve un’opera di Willelm Ten Rhijne (1647-1700), un altro medico della Compagnia Olandese delle Indie; il titolo è lunghissimo: «Dissertatio de arthritide : Mantissa schematica : De acupunctura, etc. etc. etc.», un intero capitolo è dedicato all’agopuntura. Dopo quest’ultima consistente trattazione, l’agopuntura divenne un argomento sempre più frequentemente citato da chi redigeva cronache dall’Oriente e sull’Oriente (viaggiatori, mercanti, medici, missionari, militari).

Probabilmente innescato anche dal film di Antonioni, l’interesse per l’agopuntura in Occidente è esploso a partire dagli anni ’70 del secolo scorso; in seguito, le spese per l’agopuntura sono state dichiarate rimborsabili da molte casse mutue, in molte facoltà di medicina sono stati istituiti corsi specifici, e numerosi sono i medici che si sono recati (e si recano) in Cina per apprendere questa tecnica e, più in generale per studiare in loco la medicina tradizionale cinese. C’è da dire che sulla conseguente fioritura  dei trattati dedicati all’agopuntura in lingue occidentali, ci sono da avanzare alcune riserve: non tutti hanno le competenze linguistiche per accedere alla vasta mole di bibliografia in cinese; pochi hanno un corretto approccio filosofico e storico perché la maggioranza degli autori, della filosofia e della storia della Cina ignorano quasi tutto; i parallelismi che fanno con le entità nosologiche occidentali sono a dir poco azzardati; sono occidentocentrici e i punti di vista della eziologia, della semeiotica e della diagnostica cinese sono in genere del tutto assenti.

Dopo queste considerazioni – soltanto chiacchiere per i sovranisti della medicina nata, cresciuta e pasciuta a Nutella – sulla lingua spunta una domanda stimolata dagli attuali eventi: l’agopuntura può qualcosa contro i virus? Cosa volete che vi risponda, affidiamoci all’analisi statistica!

Soltanto in tempi recenti sono stati elaborati matematicamente gli effetti dell’agopuntura associata a farmaci. Si è partiti dalla classificazione nosologica per cui essa è stata utilizzata, e poi si è redatta una casistica di successi e di insuccessi. L’elenco delle malattie trattate (anche) con gli aghi è molto lungo, tutte hanno mostrato una diminuzione delle sintomatologie rispetto alle sole terapie medicinali (in particolare la riduzione del dolore), veloci miglioramenti e in alcuni casi rapida guarigione. Fra queste patologie ci sono anche quelle causate da organismi patogeni (batteri, virus, protozoi, funghi), infettive o contagiose. Studi cinesi dal 1959 fino a oggi mostrano che l’agopuntura permette la riduzione dei gravi sintomi di alcune di queste malattie (tra cui la tubercolosi e altre malattie polmonari), ne velocizza la remissione, e collabora in modo molto efficace contro i parassiti intestinali. I risultati sono stati spiegati attribuendo agli aghi la stimolazione nella produzione di corticosteroidi e di anticorpi.

Attualmente, l’agopuntura è il trattamento terapeutico più diffuso in tutti gli ospedali cinesi, esso è frequentemente associato a quello farmaceutico o ad altre tecniche, e i vari sistemi sembrano collaborare egregiamente e potenziarsi a vicenda a vantaggio dei pazienti. Non ci è dato ancora sapere se l’agopuntura sia stata fra i mezzi utilizzati in Cina per combattere il coronavirus durante l’attuale pandemia, ci auguriamo che questa informazione venga fornita, e con la dovuta analisi statistica. Di certo, nel processo di ecumenismo culturale che anche se stentatamente sta andando avanti facendo vomitare bile e passare notti insonni ai sovranisti, l’agopuntura si è guadagnata sul campo i galloni di terapia analgesica (o anestetica, come volete), e di terapia tout-court in tutti i Paesi del mondo, e si coniuga con altre tradizioni mediche arricchendole e arricchendosi. Un po’ come la Nutella.

Infatti, coloro che si immortalano con aria lubrica facendosi selfie mentre leccano barattoli di Nutella, convinti che sia un prodotto puramente italiano, si rassegnino perché anch’essa è il frutto di un matrimonio misto e ben riuscito tra: zucchero di barbabietole francesi, olio di palma proveniente da Malesia, Papuasia, Brasile e Indonesia, nocciole turche e qualcuna italiana, latte in polvere francese e belga, cacao i cui chicchi sono colti in Nigeria, Ghana e Costa d’Avorio.

Insomma, per il benessere degli umani, sovranisti e non: terapie di tutto il mondo, unitevi!

Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)