L’economia cinese è tornata ai livelli pre-epidemici. Si era intuito, ma a confermarlo definitivamente sono i dati ufficiali rilasciati stamani. Nel primo trimestre dell’anno la Cina ha messo a segno un tasso di crescita del 18,3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, il livello più alto dagli anni ’90. L’incremento a due cifre (che comunque disattende il 19% previsto da Reuters) trova spiegazione nella disastrosa performance dei primi tre mesi del 2020, quando il gigante asiatico, duramente colpito dal Covid, aveva visto il Pil contrarsi del 6,8%, scivolando in terreno negativo per la prima volta dalla metà degli anni Sessanta. Gli ultimi numeri vanno quindi opportunamente interpretati. Michael Pettis, uno degli economisti specializzati in Cina più autorevoli, consiglia di prendere come metro di paragone il Pil  del primo trimestre 2019, quando la crescita si era attestata al 6,0%. Rispetto allo stesso periodo di due anni fa, l’espansione è del 10,3%, per un tasso di crescita medio del 5,0% negli ultimi due anni. Secondo Pettis, il Pil cinese oggi è circa 2 punti percentuali al di sotto di quanto ci saremmo potuti aspettare se non ci fosse stato il Covid. Un risultato che l’esperto definisce “non male”, ma non sufficiente a valutare il reale stato di salute dell’economia cinese. Due sono i punti da tenere in considerazione: il fatto che la crescita sia stata trainata dagli investimenti in asset fissi – in salita del 25,6% – con conseguente espansione del debito pari a oltre 33 punti percentuali del Pil, ma che le vendite al dettaglio per il primo trimestre (indicatore dei consumi), sebbene siano aumentate su base annua di un “apparentemente spettacolare 33,9%”, se rapportate allo stesso periodo del 2019 sono in crescita solo del 4,2%. Valore che in realtà indica che i consumi sono cresciuti 2 punti percentuali meno del Pil. Una notizia non entusiasmante per la “doppia circolazione”, la nuova strategia di sviluppo cinese basata sul mercato interno.

[fonte Reuters, Micahel Pettis]

Mini-vertice sul clima tra Xi Jinping, Macron e Merkel

L’agenda verde di Pechino è sempre più fitta. Mentre l’inviato speciale del presidente statunitense per il Clima, John Kerry, è ancora in Cina, nella giornata di oggi Xi Jinping parteciperà a un vertice virtuale organizzato dalla Francia, a cui parteciperanno anche Macron e Merkel. Il tempismo è intrigante. Non solo perché si sovrappone ai colloqui con l’ex segretario di stato statunitense, ma anche perché precede di meno di una settimana il summit americano per la giornata mondiale della Terra. Sono 40 i leader invitati e pare che Xi ci sarà. Secondo il nazionalista Global Times, “questo dimostra che la Cina e le principali potenze europee stanno dicendo agli Stati Uniti ‘che guidano’ la cooperazione mondiale sulle questioni climatiche”. Nessuno si illude che i dossier ambientali aiutino a normalizzare le relazioni sino-americane, sfilacciate dalle controversie su Hong Kong, Xinjiang e Taiwan. Al contrario, c’è il rischio che la competizione a tutto campo travolga anche i negoziati sul clima. Per il NYT, “l’intensificarsi delle rivalità tecnologiche potrebbe riversarsi sulla politica climatica, dove le innovazioni in materia di energia, batterie, veicoli e stoccaggio del carbonio offrono soluzioni per ridurre le emissioni.” Dal Congresso americano si sono già levati i primi appelli contro l’uso di prodotti cinesi nei progetti infrastrutturali proposti da Biden. Intanto, secondo calcoli della società  TransitionZero, sostituire il carbone con fonti rinnovabili permetterebbe alla Cina di risparmiare 1,6 mila miliardi di dollari. [fonte SCMP, NYT, GT]

Dal “made in China 2025” al “made in China 2035”

Un nuovo piano pubblicato dal ministero dell’Industria e dell’Informazione tecnologica stabilisce che entro il 2035 la Cina dovrà aver digitalizzato completamente il manifatturiero grazie all’introduzione di apparecchiature intelligenti, nuovi dispositivi e software. Lo scopo è quello di svecchiare un settore cardine dell’economia e difendere la produzione nazionale da eventuali decoupling americani. Secondo il piano d’azione divulgato mercoledì, per la fatidica data, il 70% delle apparecchiature di produzione intelligenti e il 50% dei software industriali dovranno essere realizzati “in-house”. La Cina punterà inoltre a formulare o rivedere 200 standard nazionali per la produzione intelligente e creare più di 120 piattaforme Internet industriali. Come dicevamo, la roadmap punta a difendere la seconda economia mondiale da possibili interruzioni lungo la catena di approvvigionamento globale. Ma questo non vuol dire che non ci sia spazio per la cooperazione internazionale: le multinazionali e gli istituti di ricerca stranieri sono invitati a fare la loro parte, spiega il dicastero citando un possibile ruolo della Belt and Road Initiative, dei BRICs e del mega accordo asiatico RCEP. [fonte GT]

Il Xinjiang e il ritiro degli Usa dall’Afghanistan 

Continuano le polemiche sul cotone del Xinjiang. Continuano soprattutto sulla stampa di stato cinese, ma non solo. Questa settimana è stato il portavoce del Ministero degli Esteri Zhao Lijian, capofila dei cosiddetti “wolf warrior”, a rispondere alle accuse mosse da Stati uniti e Unione europea in merito all’utilizzo del lavoro forzato nella regione autonoma uigura. Secondo il funzionario, Washington starebbe cercando di strumentalizzare la questione xinjianese per destabilizzare il paese. A sostegno della propria tesi, Zhao riporta quanto affermato in un video da Sibel Edmonds, ex traduttrice dell’FBI, che – dopo essere stata licenziata- nel 2015 accusò il governo americano di finanziarie il terrorismo uiguro per bloccare le forniture cinesi di petrolio e gas dall’Asia Centrale. Le illazioni di Edmonds trovano sostegno nelle parole dell’ex colonnello Lawrence Wilkerson, dichiarato sostenitore di un intervento della CIA in Xinjiang. Mentre una presenza statunitense nel Far West cinese agita i sonni di Pechino, il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, annunciato recentemente da Biden, rischia di creare i presupposti per un ritorno del radicalismo islamico nelle aree di confine. Le preoccupazioni cinesi traspaiono dal tentativo – sventato da Kabul – di dispiegare una rete di informatori in territorio afghano. Alla minaccia di una nuova fiammata jihadista dopo quattro anni di “stabilità e armonia”, si aggiungono nuovi grattacapi: il disimpegno delle multinazionali dalla regione autonoma mette a rischio migliaia di posti di lavoro. Secondo la China Cotton Association, alla fine del 2019, in Xinjiang si contavano 808 aziende specializzate nella lavorazione del cotone per un totale di 600.000 persone impiegate. Il tracollo del settore tessile locale rischia di minare i frutti della campagna contro la povertà, con cui Pechino aspira a stabilizzare la regione. [fonte SCMP, Sunday Guardian, SCMP]