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In Cina e Asia – L’economia cinese cresce al 3,9%

In Notizie Brevi by Redazione

I titoli di oggi:

  • L’economia cinese cresce al 3,9%
  • Più tecnocrati nei gironi alti del Pcc
  • Meno aziende nel Partito, più Partito nelle aziende
  • Maggiore cooperazione energetica tra Cina e Arabia Saudita
  • Scambi Ue-Germania: l’Ue protesta
  • Tech War: TSMC blocca forniture alla cinese Biren
  • Coree: scambio di colpi lungo il confine marittimo
  • Australia e Giappone rafforzano la cooperazione nell’Indo-Pacifico

Come concludere in bellezza il Congresso? Rassicurando il mondo sull’andamento dell’economia cinese, naturalmente. Con un ritardo di una settimana rispetto a quanto previsto, stamattina le autorità hanno annunciato a sorpresa i dati  relativi alla crescita dell’ultimo trimestre. Con un’espansione del Pil del 3,9% la Cina batte le aspettative degli analisti e riacquista terreno dopo lo 0,9% dei precedenti tre mesi. Leggendo nel dettaglio le statistiche emerge tuttavia un quadro meno roseo: se la produzione industriale è aumentata del 6,3% a settembre rispetto all’anno precedente, le vendite al dettaglio rallentano al 2,5% rispetto all’aumento del 5,4% di agosto, disattendendo il +3% degli economisti. Segno di come, con le misure anti-Covid, i consumi stentino a riprendere. Gli investimenti in immobilizzazioni sono aumentati del 5,9 per cento nei primi nove mesi dell’anno. Delude invece l’export, sceso a quota 5,7% rispetto al 7,8% di agosto, mentre l’import è fermo allo 0,3%. Corrono invece gli scambi commerciali con la Russia che, secondo le autorità doganali, sono cresciuti del 27,8%. Osservando il trend, il Financial Times giunge alla conclusione che “supponendo che gli Stati Uniti crescano dell’1,5%, con tassi di inflazione simili e un tasso di cambio stabile, la Cina non supererà l’America fino al 2060, se mai ci riuscirà”.

Più tecnocrati nei gironi alti del Pcc

L’esito del XX Congresso ha certificato la leadership di Xi Jinping e il vantaggio di essergli fedele. Non è solo la lealtà, però, il criterio per dispensare nomine di un certo peso. Come riportato dal South China Morning Post, i vertici del Partito Comunista Cinese hanno sempre più un background scientifico e tecnologico. Almeno 6 nuovi membri del Politburo vantano qualifiche che vanno dalla scienza missilistica all’energia nucleare. Per esempio, i segretari del partito nel Xinjiang e nello Zhejiang – rispettivamente Ma Xingrui e Yang Jiajun – erano entrambi a capo del programma spaziale cinese, ed entrambi hanno raggiunto grandi risultati. Come loro ce ne sono diversi. Il Comitato Centrale, secondo Xinhua, oggi presenta 4 funzionari in più (29 contro 25) laureati in scienza e ingegneria rispetto a 5 anni fa, e in generale almeno il 98,9% dei membri del Comitato ha una laurea. E non ci si limita al partito: ormai anche alcuni tra i più alti vertici dell’esercito sono laureati in campo scientifico e tecnologico.

Meno aziende nel Partito, più Partito nelle aziende

Nel 2002 l’allora segretario generale del partito Jiang Zemin aveva invitato per la prima volta gli imprenditori a entrare nel Partito. Vent’anni dopo si cerca di limitarne la presenza. Dal 2012, anno in cui Xi Jinping ha assunto il potere, la partecipazione del settore privato al Congresso del Partito comunista cinese è diminuita di quasi il 50%. Il Financial Times ha riportato che tra i 2296 delegati presenti al XX Congresso, solo 18 ricoprono posizioni dirigenziali nel settore privato (34 nel Congresso del 2012 e 27 in quello di cinque anni fa). Dei membri del mondo aziendale che hanno presieduto quest’anno, solo 3 ricoprono un ruolo di dirigenza in aziende che rientrano tra i 500 gruppi privati con il fatturato più alto del paese. E solo una di queste è legato al settore di internet. Negli ultimi anni il Partito ha preso misure per reprimere “l’espansione disordinata del capitale”. Da quando Xi Jinping è al potere, inoltre, i comitati di partito aziendali (in cui partecipano dipendenti che sono membri del Pcc) sono aumentati del 10% e hanno registrato un maggior grado di partecipazione al processo decisionale aziendale.

Maggiore cooperazione energetica tra Cina e Arabia Saudita

Venerdì scorso Abdulaziz bin Salman, ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, ha presieduto a un incontro virtuale con il direttore della China’s National Energy Administration Zhang Jianhua. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa saudita, i due ministri “hanno confermato la volontà di lavorare insieme per sostenere la stabilità del mercato petrolifero internazionale”, sottolineando il bisogno di “forniture di petrolio affidabili e a lungo termine per stabilizzare il mercato globale”. I ministri hanno anche discusso della cooperazione nel nucleare, e nei settori dell’elettricità, delle energie rinnovabili e dell’idrogeno pulito, temi affrontati anche durante il viaggio di Joe Biden in Arabia Saudita delle scorse settimane. Di recente tra Washington e Riyad si è aperta una crisi a seguito della decisione presa dall’OPEC+ (Organization of the Petroleum Exporting Countries), il gruppo dei grandi esportatori capeggiato dalla Arabia Saudita: il gruppo aveva deciso di tagliare la produzione di petrolio di 2 milioni di barili al giorno, malgrado le richieste dell’amministrazione Biden di non procedere in tal senso. Secondo gli analisti citati da Axios, l’incontro virtuale con il ministro cinese “non indica alcuna nuova politica, ma ha lo scopo di ricordare all’amministrazione Biden che l’Arabia Saudita ha altri importanti rapporti energetici e che la politica petrolifera saudita non viene da Washington, ma da Riyadh”.

Scambi Ue-Germania: l’Ue protesta

Durante un vertice di due giorni iniziato giovedì scorso i paesi Ue hanno discusso delle relazioni con la Cina, esprimendo preoccupazione per la dipendenza economica dalla Repubblica popolare (qualche giorno fa l’Alto rappresentante per gli Affari Esteri e di Sicurezza dell’Unione Josep Borrell aveva sottolineato la necessità di diversificare le catene di approvvigionamento europee: ne avevamo scritto qui). Secondo il presidente francese Emmanuel Macron in passato l’Ue ha commesso “errori strategici” vendendo infrastrutture critiche alla Cina. A tal proposito emergono ulteriori preoccupazioni per un piano che consentirebbe al gruppo navale statale cinese Cosco di portare a termine un’acquisizione nel porto di Amburgo.

Il cancellerie tedesco Olaf Scholz ha chiarito che la vendita riguarderebbe solo un quota del 35% del terminal container di Tollerort, e non una quota di maggioranza come quella che la compagnia di stato cinese detiene al porto del Pireo. Cosco possiede anche partecipazioni nei due porti più grandi d’Europa, Rotterdam e Anversa. L’ennesima acquisizione si scontra con opposizioni interne alla cancelleria tedesca, prima tra tutti quella del ministero dell’Economia Robert Habeck, che avvertono sul grado di coinvolgimento delle aziende statali cinesi nelle infrastrutture critiche tedesche. Scholz, tuttavia, pare stia programmando un viaggio in Cina a inizio novembre.

Tech War: TSMC blocca forniture alla cinese Biren

L’Ufficio per l’Industria e la Sicurezza (BIS) del Dipartimento del Commercio USA colpisce ancora. Il ban alle esportazioni di semiconduttori di fascia alta – o di tecnologie per la loro produzione – alla Cina, arrivato il 7 ottobre dal BIS, ha complicato la rincorsa di Pechino verso l’avanguardia nel settore. Stando a quanto riportato da Bloomberg, la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) ha sospeso le forniture di silicio avanzato alla start-up cinese Biren Technology. I prodotti Biren supererebbero infatti i chip A100 di Nvidia, ora banditi dal mercato cinese. L’azienda, che ha sede a Shanghai, è uno dei designer di semiconduttori più promettenti del settore in Cina e nega che i propri chip siano coperti dall’ultima normativa americana. La stessa TSMC, secondo Bloomberg, non ne avrebbe la certezza assoluta. Si tratterebbe quindi di una mossa di una certa prudenza da parte del colosso taiwanese.

Coree: scambio di colpi lungo il confine marittimo

Le forze armate di Corea del Sud e Corea del Nord hanno esploso colpi d’avvertimento lungo il confine marittimo tra i due Paesi nel Mar Giallo. Lo hanno riferito le autorità militari di entrambi i paesi, che però attribuiscono l’episodio all’altra parte. L’esercito sudcoreano ha riferito di aver esploso colpi d’avvertimento in direzione di una imbarcazione commerciale nordcoreana che aveva attraversato la linea di confine settentrionale (Nll), tracciata al termine della Guerra di Corea (1953). Lo sconfinamento è avvenuto alle 3:42 (ora locale) nelle vicinanze dell’isola di Baengnyeong. Le autorità nordcoreane hanno invece diffuso un comunicato, nel quale accusano un cacciatorpediniere della marina sudcoreana di aver attraversato il medesimo confine marittimo poco più tardi

Australia e Giappone rafforzano la cooperazione nell’Indo-Pacifico

Era dal 2018 che un primo ministro giapponese non visitava l’Australia. Sono passati 5 anni e nel frattempo è cambiato molto, se non tutto. Questo weekend Fumio Kishida si è recato a Perth per incontrare il suo omologo australiano, Anthony Albanese, e rafforzare i legami militari tra Giappone e Australia. Il vertice ha prodotto una dichiarazione congiunta che di fatto ha aggiornato un accordo tra i due partner Quad siglato nel 2007 da Shinzo Abe e John Howard. Come riportato da Nikkei, nella dichiarazione non si fa il nome della Cina nonostante sia chiaro che le preoccupazioni riguardo un “Indo-Pacifico libero e aperto” siano rivolte a Pechino e agli scenari riguardo una possibile invasione di Taiwan. Kishida ha espresso la sua “determinazione affinché la capacità di difesa [e contrattacco] del Giappone sia rafforzata nei prossimi cinque anni”, a causa anche di “un ambiente strategico sempre più severo”.  Tokyo e Canberra – che nella dichiarazione si impegnano anche nella collaborazione per la rispettiva “sicurezza energetica” – stanno inoltre lavorando per attuare un patto bilaterale, firmato a gennaio, finalizzato a facilitare il dispiegamento di truppe nelle rispettive nazioni per esercitazioni congiunte e operazioni di soccorso. L’Australia sarebbe il secondo paese, dopo gli Stati Uniti, ad avere un accordo di questo tipo con il Giappone.

A cura di Vittoria Mazzieri e Francesco Mattogno; ha collaborato Alessandra Colarizi