“Nel nostro cammino in avanti, dobbiamo sostenere i principi della riunificazione pacifica e di “un paese, due sistemi”; mantenere prosperità e stabilità durature a Hong Kong e Macao … e continuare a lottare per una completa riunificazione della madrepatria”. Il discorso con cui questa mattina Xi Jinping – affiancato dai suoi predecessori, Hu Jintao e Jiang Zemin – ha avviato le celebrazioni per il 70esimo anniversario della Rpc dal rostro della Città Proibita, ricalca l’appello all’unità nazionale pronunciato da Mao Zedong nel ’49, alludendo al contempo alle proteste in corso nell’ex colonia britannica, dove la festa nazionale è stata celebrata in sordina. A bordo dell’usuale limousine Red Flag Xi ha poi passato in rassegna le truppe. Un dispiegamento di 15mila soldati, 160 aerei e 580 pezzi di equipaggiamento militare, compreso il DF-41, missile balistico intercontinentale in grado di colpire gli Stati Uniti. Secondo la stampa statale, il 40% delle attrezzature non era mai stato mostrato pubblicamente. La sontuosa parata è stata trasmessa in diretta nazionale. Secondo la Xinhua, il governo cinese ha regalato oltre 620mila televisori LCD 32 pollici alle famiglie più povere per dare loro la possibilità di partecipare all’evento anche nelle zone più remote del paese. [fonte: NYT, XINHUA]

Intanto a Hong Kong migliaia di persone si stanno radunando a Causeway Bay per celebrare l’anniversario con nuove marce di protesta (non autorizzate). Per evitare disordini, sono state dispiegate misure di sicurezza preventive che comprendono la chiusura di shopping mall e decine di fermate della metro, mentre una trentina di persone tra i 15 e i 36 anni sono state arrestate con l’accusa di assemblea illegale e possesso illegale di armi. Il capo segretario Matthew Cheung – che in queste ore fa le veci della governatrice Carrie Lam convocata a Pechino per le celebrazioni – ha invitato la popolazione a ristabilire l’ordine ricordando le ultime misure intraprese dall’amministrazione per riallacciare il dialogo con i cittadini. [fonte: FT]

Il 22% dei cinesi lascerebbe la Cina

L’afflato nazionalista che permea l’anniversario potrebbe non bastare a tenere unita la popolazione davanti alle nuove incertezze economiche. Pare infatti che ben il 22% dei consumatori urbani lascerebbe definitivamente la Cina se avesse i mezzi per farlo. E’ quanto emerso da un sondaggio condotto da FT Confidential Research che ha coinvolto 1.000 persone. Nella fascia a reddito alto (ovvero superiore ai 42.122 dollari l’anno), la tendenza all’espatrio è addirittura del 36%. Complessivamente, il 64% dei 1.000 intervistati ha dichiarato di non voler emigrare, sebbene nella città di primo livello come Pechino e Shanghai le stime scendono al 59%. [fonte: FT]

Raddoppiate le truppe cinesi a Hong Kong

All’inizio di settembre una registrazione audio ottenuta in esclusiva dalla Reuters ha smentito – per bocca della stessa chief executive Carrie Lam – l’imminente intervento dell’esercito cinese a Hong Kong, dove da giugno imperversano accesi proteste contro Pechino. Le indiscrezioni hanno temporaneamente fugato i timori causati dall’assembramento di forze militari a Shenzhen nonché da un sospetto “normale ricambio” delle guarnigioni di stanza nell’ex colonia britannica. Ebbene, secondo un report pubblicato della Reuters in realtà si sarebbe trattato di un’operazione a senso unico. Tre delle fonti hanno riferito che da allora il personale militare cinese nella regione amministrativa speciale è più che raddoppiato. Si tratterebbe di un numero compreso tra le 10.000 e le 12.000 unità, rispetto alle 3.000 -5.000 dei mesi passati. Questo vuol dire che la Cina al momento detiene in loco la forza attiva più massiccia di sempre se ai membri dell’esercito (PLA) si somma il personale della Polizia armata del popolo, corpo paramilitare controllato direttamente da Xi Jinping con funzioni antisommossa. La minicostituzione di Hong Kong permette l’intervento dell’esercito cinese solo in casi particolari e su richiesta del governo locale, ma secondo gli analisti il potenziamento delle truppe rivela la mancanza di fiducia nei confronti delle capacità delle forze locale, visibilmente in affanno nella gestione delle proteste. Nella giornata di ieri, un portavoce della polizia ha riferito che l’intelligence prevede azioni estreme per sabotare le celebrazioni dei 70 anni della Rpc compresa l’uccisione di agenti e roghi presso le stazioni di servizio. [fonte: Reuters]

UE e Giappone: l’alternativa alla Belt and Road Initiative

Venerdì scorso Shinzo Abe, primo ministro giapponese, e Jean-Claude Juncker, presidente uscente della Commissione europea, hanno firmato un accordo di partenariato in dieci punti per la costruzione di una rete comune di infrastrutture tra Europa e Giappone. L’accordo, stipulato in occasione del Forum europeo per la connettività, si iscrive nel programma di partnership tra l’UE e l’Asia, avviato nel settembre 2018 e che prevede lo stanziamento di € 60 miliardi da investire in settori quali il digitale, i trasporti e la connettività sostenibile. Sebbene l’accordo non menzioni la Cina in maniera diretta, il linguaggio per promuovere il progetto è stato scelto affinché la nuova partnership Ue-Giappone costituisca un’alternativa alla Belt and Road Initiative di Pechino. Una sorta di sfida, quindi, diretta alla Cina che da anni è impegnata in Europa con il mastodontico piano infrastrutturale divenuto simbolo della presidenza di Xi Jinping e già accolto da più della metà dei 28 stati europei. Il deal euro-nipponico fa presagire un approccio più duro contro l’ascesa della Cina da parte del blocco europeo, ipotesi che si rafforzerebbe se facciamo riferimento alla dichiarazione fatta ad inizio anno che Pechino è un “rivale sistemico” e concorrente, oltre potenziale partner dell’Europa. Frecciatine a Pechino sono arrivate da parte di Juncker, che vuole la costruzione di infrastrutture “senza montagne di debito” e che dipendano da “un solo paese”, chiaro riferimento alle critiche rivolte alla Cina, spesso accusata di usare la BRI per bloccare i paesi in una trappola di debito e renderli così dipendenti da Pechino. Anche Abe lancia una sfida a Xi, definendo l’accordo come “[…] una rete sostenibile, comprensiva e basata su regole condivise, dall’Indo-pacifico ai Balcani occidentali fino all’Africa”, quest’ultime già regioni chiave per lo sviluppo della Belt and Road Initiative. Insomma, l’accordo appena concluso sembra proprio voler presentarsi come l’alternativa Euro-giapponese alla Belt and Road cinese [fonte: Reuters]

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