Suddividerò approssimativamente il settantennio di vita della Repubblica popolare cinese in tre periodi: i 30 anni dell’era Mao, dal 1949 al 1978, i 30 anni dell’era post-maoista dal 1979 al 2010 e la nuova era, l’ultimo decennio attraversato dalla Cina a partire dagli anni dieci del Duemila. I primi e i secondi 30 anni della Rpc sono solitamente connotati da storici, commentatori e media sia interni che esterni alla Cina attraverso una dicotomia fra una Cina chiusa e una in fase di apertura, fra un’economia pianificata e una di mercato, fra povertà estrema e il miglioramento sostanziale del tenore di vita, fra politiche dittatoriali e un autoritarismo soft o hard.

A mio parere questa dicotomia riflette una povertà di risorse discorsive che non rende conto della varietà storica e spaziale e della vitalità della Cina, e ignora inoltre il ruolo che il popolo cinese ha avuto nel dare forma alla Storia sotto i nostri stessi occhi.

Esaminiamo dunque alcune tematiche specifiche dei primi 30 anni, di cui si è data una rappresentazione priva di sfumature. Il cliché più diffuso vuole che la Cina fosse chiusa al mondo esterno nell’epoca di Mao. Ma in verità non lo era: la Cina non ha cominciato ad aprirsi all’Occidente nell’era post-Mao, sotto la leadership di Deng Xiaoping, come è stato spesso affermato. Per quanto riguarda lo sviluppo economico, ancora una volta non è vero che l’economia pianificata ha fallito. È falso anche un altro luogo comune: si pensa che la gente fosse povera ai tempi di Mao, perché il presidente non sapeva nulla di economia e non aveva a cuore le condizioni di vita delle persone comuni.

Nei primi 30 anni di Rpc il popolo ha vissuto in condizioni di povertà perché partiva da una situazione difficile dovuta a 10 anni di aggressione e occupazione giapponese, a tre anni di guerra civile, dal 1946 al 1949, fra Partito comunista cinese e Kuomintang, e infine alla guerra di Corea fra il 1950 e il 1953. Inoltre la Rpc ha dovuto confrontarsi con l’estrema ostilità del mondo occidentale fino agli inizi degli anni ’70, con la Cia che supportava le rivolte tibetane e la Settima flotta diretta verso lo stretto di Taiwan agli inizi della Guerra di Corea, solo per fare alcuni esempi.

Benché l’economia pianificata abbia largamente raggiunto i suoi scopi nel dare avvio all’industrializzazione cinese (per il 1970 la Cina era già la sesta potenza industriale al mondo), quella cinese non è mai stata un’economia integralmente pianificata. Molti «politologi» ed «economisti» sostengono che lo sviluppo economico giunto dopo l’era di Mao, che ha reso la Cina la seconda economia al mondo, sia un «miracolo». Ma non c’è stato alcun miracolo.

Quello sviluppo economico è un tragitto conseguente e un logico risultato delle fondamenta gettate proprio all’epoca di Mao, che comprendono un’organica capacità industriale grazie alla quale la Cina è in grado di produrre qualunque cosa: da un chiodo a un perno, da un razzo a un satellite, infrastrutture agricole come bacini e dighe, pozzi e terra irrigabile. E, più importante di tutto, una forza lavoro in salute e alfabetizzata.

L’alfabetizzazione e l’aspettativa di vita sono aumentate esponenzialmente e lo status delle donne ha avuto un miglioramento senza precedenti. Questo progresso umano è abbastanza stupefacente di per sé, ma ancor più se si paragona la Cina all’India, l’acclamata democrazia più grande al mondo dove non c’erano guerre da anni.

Naturalmente l’accesso a capitali, tecnologie e mercati esterni ha giocato un ruolo vitale nello sviluppo economico post-maoista. Ma non verrà mai sottolineata abbastanza l’importanza delle basi gettate ai tempi di Mao, sia in termini di hardware industriali e agricoli che dal punto di vista del sofware: il progresso umano.

E i secondi 30 anni della Rpc? Ancora una volta, è un insieme di elementi eterogenei. È nel corso di quei 30 anni che centinaia di milioni di cinesi sono stati risollevati dalla povertà più totale. Il popolo cinese è più libero nell’espressione politica, nelle scelte di vita, di viaggiare e possedere beni.

La Cina è più ricca e centinaia di milioni di cittadini cinesi sono diventati abbastanza benestanti da rappresentare una forza di primo piano nei consumi su scala globale. Viaggiano in tutto il mondo e mandano i loro figli a studiare in costose scuole occidentali.

Va reso merito a Hu Jintao e Wen Jiabao per aver abolito ogni forma di tassazione agricola e per aver finanziato il settore rurale. Dal principio del ventunesimo secolo il governo cinese ha cominciato a implementare politiche che dotassero la popolazione rurale di assicurazioni sanitarie e una vita migliore.

Di conseguenza, quando si incontrano i cinesi non si salutano più chiedendosi se hanno mangiato. Piuttosto chiedono se sono stati all’estero. In linea generale la popolazione nei secondi 30 anni della Rpc ha detto addio sia alla Rivoluzione del 1949 che alla fame.

Infine gli ultimi dieci anni nella storia della Repubblica Popolare: la decade che potrebbe essere soprannominata l’era di Xi Jinping. Credo che su di lui non possano ancora essere espressi «verdetti» perché la Cina si trova di nuovo a un bivio, come a metà degli anni ’40 dopo la seconda guerra mondiale e alla fine degli anni ’70 dopo la morte di Mao.

Nel 1949 la Cina ha intrapreso la strada di quello che veniva percepito come socialismo, da cui i primi 30 anni della Rpc. Poi nel 1978 ha lasciato che l’economia di mercato giocasse una parte vitale in ciò che venne chiamato «socialismo con caratteristiche cinesi»: i secondi 30 anni.

E ora? Non è ancora chiaro in che direzione Xi condurrà la Cina in termini di modello di sviluppo. Ancora più in là sulla strada del capitalismo totale o mantenendo e magari perfino ampliando alcuni elementi socialisti? Il popolo cinese è ansioso di saperlo e tutto il mondo ha lo sguardo puntato sulla Cina.

Chiaramente la strada da percorrere è disseminata di trappole e imboscate. Per esempio uno dei parametri del socialismo è il controllo statale dei mezzi di produzione, ma ogni prospettiva di incrementare la proprietà statale delle imprese attira gli attacchi dei razionalisti economici e dei neoliberisti dentro e fuori la Cina.

La causa socialista è in teoria perseguita da un partito d’avanguardia, ma ogni appello all’unità e alla disciplina del Partito comunista cinese si scontra con gli ululati dei «lupi» della Rivoluzione Culturale. Per le autorità cinesi è inoltre molto difficile fare progressi sul tema della proprietà delle terre agricole. Xi è il primo e unico leader dalla morte di Mao ad aver dichiarato pubblicamente che il Pcc non dovrebbe servirsi dei secondi 30 anni di vita della Repubblica per denigrare i primi 30.

Sembra che Xi abbia fatto questa dichiarazione controversa – che controversa non sarebbe stata se ci fosse libertà d’opinione – per un suo convincimento personale. Ma riflette anche un umore popolare. C’è stato un profondo cambiamento nell’opinione dei cinesi nei confronti di Mao e dei primi 30 anni.

Un tempo erano la cosiddetta Sinistra conservatrice, la working class e il settore rurale povero ad avere in gran parte una buona opinione di Mao. Ma sempre più le giovani generazioni e i colletti bianchi cominciano ad averne una considerazione più positiva.

La Cina è a un crocevia e la leadership di Xi Jinping deve risolvere tre problemi principali. Uno di questi è il rapporto fra le imprese di proprietà statale e il settore privato/le imprese straniere. Affrontare il problema implica strategie di sviluppo, sovvenzioni, monopoli e la cosiddetta parità di condizioni.

Il secondo problema è la contraddizione inerente fra la proprietà della terra dei nuclei familiari e l’agricoltura su vasta scala con l’uso di tecnologie più avanzate. Il terzo nodo è il ruolo del Pcc in una società moderna. Come notavo prima il Partito ha avuto un ruolo centrale nel preparare i cinesi a uno sviluppo moderno ai tempi in cui la Cina era prostrata dalle guerre e dal caos. Ma la collocazione del Partito comunista in una società moderna è una sfida.

Non c’è una chiara indicazione su quale strada Xi intraprenderà per affrontare ciascuno di questi temi all’interno di una Cina che si trova ancora una volta di fronte a un bivio.

Di Mobo Gao*

**professore all’università di Adelaide ed esponente della cosiddetta Nuova Sinistra

(Traduzione dall’inglese di Giovanna Branca)

[Pubblicato su il manifesto]