L’attualità cinese ci presenta oggi un paese potente, ancora in crescita, al netto delle fasi di maggiore o minore espansione economica, e sostanzialmente stabile, nonostante la lunga protesta che agita Hong Kong.

La fase di espansione economica dura oramai da 40 anni, ovvero segna oltre la metà del cammino della Cina contemporanea; si porta appresso problemi enormi, dalla diseguaglianza sociale sempre più marcata ai fenomeni epocali di migrazione interna e inurbamento di massa, che amplificano e rendono molto urgente la costruzione di un sistema di welfare efficace ma sostenibile e che coincidono con l’abbandono delle campagne e con l’emergere di sfide ambientali severissime.

Nel contempo, la crescita economica è stata elemento essenziale e imprescindibile per fare della Cina uno degli attori principali sulla scena globale. La stampa occidentale tende a liquidare frettolosamente e spesso con fastidio i segni e i sintomi di questo lavorìo; il nostro complessivo atteggiamento nei confronti della Cina è ancora, esemplificando, sostanzialmente succube della lettura americana.

La Cina «non ci sta simpatica». È curioso come questo non sia vero per il Giappone, nell’immaginario comune da sempre avvicinato alla Cina: ancora esemplificando, il Giappone ci è stato «nemico» nel corso della seconda guerra mondiale, si è macchiato di crimini di guerra odiosi e mai formalmente ammessi, è stato ed è percorso da fremiti nazionalisti e revanscisti quantomeno ambigui, è stato paese potente dal punto di vista economico e ha rappresentato una punta di eccellenza dal punto di vista della innovazione tecnologica, eppure non ci ha mai «fatto paura», anzi ha suscitato e suscita grande interesse e grande ammirazione per molti aspetti della sua società e della sua cultura.

Interesse e ammirazione meritati e legittimi, bene inteso, ma certo, in termini culturali, l’apporto della Cina alla civiltà umana non è in alcun modo inferiore. Il punto è che la Cina ci fa paura, e non solo per le sue dimensioni: paese «comunista» (non è questa la sede per discutere se e quanto, allo stato attuale) e quindi pericoloso per definizione. Questa lente pare non abbandonarci mai, quando ci accostiamo alla lettura della sua storia recente o contemporanea. Ma spesso non aiuta. La Cina ci piaceva, o almeno piaceva ad alcuni, quando sembrava un «laboratorio sociale» interessante ma povero, di una rassicurante povertà uguale per tutti.

La Cina di oggi è ingombrante e minacciosa, almeno nel sentire comune. Sull’ingombro difficile controbattere: la minaccia meriterebbe un approccio meno emotivo. Se tentiamo una periodizzazione per sommi capi della storia recente della Repubblica Popolare Cinese non possiamo non considerare il 1978 come spartiacque: rispetto alle riforme e alla politica di apertura lanciata in quell’anno da Deng Xiaoping c’è un prima e un dopo. Il prima è stato caratterizzato da una serie di campagne politiche o politico-economiche che hanno messo il paese a dura prova: dalle campagne contro la destra che hanno annichilito gli intellettuali ma anche gli imprenditori che, subito dopo la fondazione della Repubblica, avevano creduto in una collaborazione possibile con la nuova dirigenza, al funesto Grande Balzo della fine degli Anni Cinquanta, alla Rivoluzione Culturale, mai fino in fondo seriamente analizzata neanche dagli stessi cinesi.

Il dopo vede un modesto tentativo di campagna politica nel movimento «contro l’inquinamento spirituale» dei primissimi anni 80, colpo di coda di chi temeva il nuovo corso e puntava il dito – pretestuosamente – contro l’americanizzazione della società. Fu un momento rapidamente affondato nel silenzio, che sarebbe stato seguito, qualche anno dopo, dal ben più drammatico sussulto dei fatti di Tian’anmen, inaccettabile manifestazione di autoritarismo feroce da parte del governo, che in ogni caso meriterebbe un’analisi scevra da condizionamenti ideologici.

Dopo Tian’anmen, il governo ha attuato una politica monetaria che ha rapidamente corretto l’inflazione crescente e ha iniettato forti dosi di ottimismo da «boom economico» nella popolazione, mettendo in atto politiche concrete per consentirne il riscatto economico, parziale, certo, ma comunque su grandi numeri (si veda, a questo proposito, l’ottimo studio di Luigi Tomba The Government Next Door: Neighborhood Politics in Urban China, 2015).

E il popolo ha gradito perché, ci può anche non piacere, e spesso francamente non ci piace, ma il consenso di cui gode il Pcc è molto alto, nutrito anche da un orgoglio nazionalistico continuamente rinvigorito dalla propaganda, cui Trump facilita il compito. Il dissenso non è affatto mainstream; anche se certamente esistono elementi di scontento e di critica, nella sostanza non sono affatto volti a rovesciare il sistema.

Quanto accade nel mondo culturale fornisce elementi per comprendere la dialettica sotterranea che attraversa la società e le modalità con cui si esprimono le voci dissonanti, in una dinamica di tiro alla fune non sempre facile da decifrare, ma estremamente interessante. Quando iniziai a studiare cinese alla fine degli anni 70, mi chiedevo se la letteratura cinese «impegnata», la sola che avesse diritto di cittadinanza, avesse bandito l’ironia e avesse sotterrato i sentimenti: difficile appassionarsi alla storia di Xiao Erhei che si sottraeva al matrimonio combinato grazie all’influenza della nuova ideologia rivoluzionaria o condividere l’entusiasmo della giovane meteorologa che accettava di tornare in campagna, in controtendenza rispetto ai giovani attratti già allora dalle città (cito, solo alcuni tra i testi possibili e solo se reperibili anche in traduzione italiana).

Avrei capito dopo l’importanza delle opere di Zhao Shuli, Zhou Libo, Li Jun e altri, insieme al loro interesse linguistico, anche se non sono rubricabili tra i capolavori. Poi, alla fine degli anni ’80, arrivarono gli scrittori della letteratura delle radici, le descrizioni della campagna di A Cheng, con la sua trilogia dei re, arrivò il cinismo dissacrante e divertente di Fang Fang, che ne Il sole del tramonto ci descrive una famiglia lanciata nell’avventura della «nuova economia».

E ancora, anno dopo anno, la saga dai toni epici di Sorgo Rosso del Nobel Mo Yan, la scoperta furbesca del sesso di Mian Mian, con un occhio chiaramente rivolto al mercato e, oggi, la straordinaria vitalità della poesia, totalmente sconosciuta in Occidente, con autori di spessore come Chen Xianfa, solo per fare un nome, e il coraggio del teatro, con spettacoli folgoranti come Qing tan (Sospiri di passione), della drammaturga Tian Mansha, potentissima e misuratissima denuncia dei drammi vissuti da molti negli anni della Rivoluzione Culturale. Insomma, la letteratura e il teatro (quest’ultimo abbastanza «trascurato» dalla censura) ci consentono di capire molto di quanto muove sotto-traccia in questo costante braccio di ferro tra tentazioni autoritarie e aneliti di libertà.

Di Stefania Stafutti*

**Professore ordinario Lingua e Letteratura cinese Università di Torino

*Università di Torino