La Cina vuole raddoppiare l’estensione della linea ferroviaria superveloce nei prossimi 15 anni. E’ l’obiettivo prefissato dalle autorità cinesi che entro il 2035 puntano a raggiungere i 70.000 km di alta velocità, rispetto ai 38.000 km dello scorso anno. L’espansione delle ferrovie fa parte di un piano più ampio che coinvolge più in generale i trasporti, compresa una rete di 460.000 km di superstrade e autostrade ordinarie e 162 nuovi aeroporti civili. Pechino ha inoltre affermato che creerà una rete di spedizioni espresse in grado di consegnare pacchi in tutte le principali città del mondo entro tre giorni. Si cercherà anche di “garantire il trasporto internazionale di materiali chiave nazionali come petrolio greggio, minerale di ferro, cereali e gas naturale liquefatto”, investendo di più nelle rotte che collegano le nazioni coinvolte nel progetto Belt and Road. L’ambizioso piano ha lo scopo conclamato di ridurre le diseguaglianze geografiche e sostenere la crescita così da raddoppiare il Pil entro il 2035 come promesso da Xi Jinping. Puntare sulle infrastrutture è una vecchia strategia cinese per i tempi di crisi. Ma come dimostra il pacchetto di stimoli varato nel 2008, le ripercussioni per il sistema finanziario sono di lunga durata e difficile risoluzione. La leadership non ne vuole sentire e continua – nel vero senso della parola – per la sua strada. D’altronde, con tutti i suoi limiti, il modello cinese fa gola persino in America, dove di recente Biden ha espresso la necessità di investire di più nelle decrepite infrastrutture americane proprio citando il rischio di venire emarginati a causa dell’attivismo cinese. [fonte SCMP]

Xinjiang: l’Olanda è il primo paese europeo a valutare l’accusa di genocidio

Le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang equivalgono a genocidio. E’ quanto sostiene una risoluzione non vincolante approvata ieri dal parlamento olandese che cita la prevenzione delle nascite e i campi punitivi tra le misure coperte dalla Convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite. L’Olanda è il primo paese europeo a fare un primo passo verso una condanna ufficiale , sebbene la posizione del governo sia molto più cauta. Il ministro degli Esteri Stef Blok ha spiegato che l’utilizzo dell’etichetta è inopportuno dal momento che nessun tribunale internazionale e nemmeno l’Onu ha preso provvedimenti a riguardo. Da quando l’amministrazione Trump ha parlato esplicitamente di genocidio, i governi di diversi paesi sono stati chiamati a intervenire. La scorsa settimana era stato il parlamento canadese a rilasciare una mozione analoga, mentre in Gran Bretagna le recenti esternazioni filocinesi di Boris Johnson hanno aizzato le critiche dei Liberal Democratici che chiedono di boicottare le Olimpiadi invernali di Pechino 2022. [fonte Reuters]

Sfruttati e dimenticati: il caso di mini Jack Ma

Si torna a parlare di celebrità nate grazie ai social media, con nuove speculazioni sul caso di Fan Xiaoqin, il bambino diventato popolare nel 2016 per la sua somiglianza al tech mogul Jack Ma. A cinque anni di distanza, gli utenti di Weibo hanno scoperto che Xiaoqin è tornato nel suo villaggio dopo anni di sponsorship dall’azienda che aveva profittato dal suo successo mediatico. La popolarità del mini Jack Ma non sembra avere aiutato la sua situazione, e il bambino è stato avvistato presentando segni di un ritardo mentale e di una interruzione della crescita, che si presume essere stata causata da un trattamento a base ormonale. Su Weibo, l’hashtag “mini Jack Ma” ha ricevuto oltre 190 milioni di visualizzazioni. I commentatori si sono scagliati contro i genitori del bambino ritenendoli irresponsabili, e hanno accusato l’azienda sponsor di avere immoralmente sfruttato  il piccolo Xiaoqin. Nessuno sembra invece essersi espresso in merito al ruolo dei social media nel decorso della vicenda. Quello di Fan Xiaoqin è solo uno dei sempre più frequenti casi di ragazzi provenienti dalle aree rurali (e impoverite) della Cina diventati improvvisamente famosi grazie ai social media, e ha aperto un dibattito online sul destino di queste meteore. Per usare le parole di un commentatore di Weibo “Diventare famoso da un giorno all’altro può essere una disgrazia per i contadini”. [fonte EU DELEGATION PRESS REVIEW]

La ripresa economica infonde fiducia nei cittadini cinesi

A un anno dal lockdown che ha messo in ginocchio milioni di aziende cinesi e posti di lavoro, un sondaggio condotto dalla People’s Bank of China mostra i cittadini della RPC leggermente più ottimisti per il futuro economico del paese. I partecipanti hanno risposto a domande su occupazione, reddito, inflazione e consumi, rivelando risposte in media più positive rispetto all’inizio del 2020. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, dopo il picco di disoccupazione avvenuto a inizio anno, gli intervistati si sono dichiarati moderatamente positivi rispetto al trovare un nuovo impiego. Migliorano anche le prospettive sul reddito, con il 70% dei rispondenti che riporta un guadagno invariato, contro un 14% dal reddito in calo; dati leggermente in aumento rispetto al 61% e 27% del primo trimestre del 2020. Il senso di incertezza rimane comunque pervasivo e solo il 13.3% degli intervistati ha ritenuto che “la situazione è positiva e trovare lavoro è facile”. I dati raccolti mostrano anche un cambiamento nei trend di consumo, con un 51.4% intenzionato a risparmiare rispetto ad un 23.3% propenso a spendere di più. Cresce l’interesse per i servizi di risparmio, soprattutto tra i più giovani,  e sono previsti aumenti nei consumi per i prodotti sanitari, ma anche nel settore dei viaggi, dell’istruzione e nell’immobiliare. Nel 2020 la Cina ha visto il peggiore tasso di crescita dal 1976, raggiungendo un misero 2.3% (che comunque ha superato le aspettative). Con l’alleviarsi della pandemia l’economia cinese è in ripresa, ma i cittadini rimangono cauti nei consumi e prediligono il risparmio. [fonte Sixth Tone]

Taiwan tenta un approccio pragmatico con la Cina

Taiwan ha nominato Chiu Tai-san a capo del Consiglio per gli affari continentali (MAC), come parte della riorganizzazione interna del governo di Tsai Ing-wen avvenuta alla luce delle nuove tensioni geopolitiche nella regione. Secondo gli analisti, la nomina di Chiu potrebbe segnalare una svolta pragmatica nelle relazioni tra Pechino e Taipei, grazie all’approccio moderato dell’ex ministro della giustizia. Durante la cerimonia di investitura, Chiu ha dichiarato che il Consiglio “svolgerà le dovute preparazioni e valutazioni per pianificare nuove politiche e strategie” per i rapporti con Pechino, invitando la mainland a uno scambio positivo e a non fossilizzarsi sulla politica dell’ Unica Cina come fondamento del dialogo tra le due parti. Chiu ha per questo espresso di voler ricostruire i rapporti di fiducia tra la Cina continentale e la Repubblica di Cina a partire da questioni non politiche, concentrandosi invece sul profilo economico e culturale. ll dialogo attraverso lo stretto sarebbe anche nell’interesse strategico degli USA, in quanto si prospetta che Biden adotterà un approccio più collaborativo con la Cina rispetto a quello di Trump, e avrebbe dunque interesse a limitare le tensioni nel Pacifico. “Biden non vuole che il conflitto attraverso lo stretto danneggi la sua politica estera” ha dichiarato a proposito il professore emerito Chao Chun San. A detta di molti, lo scoglio maggiore sarà superare il nodo del consenso del 1992, con il quale la Cina rivendica la sovranità territoriale sull’isola taiwanese. “La palla è nel campo di Pechino”, specula l’analista Wang Kung-yi, “nominare un nuovo presidente del MAC non cambierà le cose”. [fonte: scmp]

Giappone: la guarda costiera potrà sparare in caso di attracco straniero alle Diaoyu

La guardia costiera giapponese avrà licenza di sparare contro navi straniere qualora sia in corso il tentativo di attraccare alle isole Diaoyu, gli scogli del Mar Cinese orientale contesi con Pechino. E’ quanto annunciato ieri da funzionari del governo che ha provveduto a reinterpretare le leggi esistenti in risposta alla recente decisione di Pechino di permettere alla guardia costiera di aprire il fuoco contro le imbarcazioni sorprese a navigare illegalmente in acque cinesi.  Fino a oggi , la posizione di Tokyo prevedeva il ricorso alle armi solo in caso di autodifesa e fuga di emergenza. L’uso della forza è contrario alla costituzione pacifista giapponese che prevede un intervento esclusivamente con scopi difensivi. Secondo l’interpretazione, l’invasione delle isole equivale a un reato violento, quindi niente restrizioni. Nonostante i rapporti bilaterali siano nettamente migliorati, nell’ultimo anno le incursioni cinesi nelle acque territoriali nipponiche sono aumentate drasticamente e dall’entrata in vigore delle nuove misure sono diventate settimanali. [fonte KYODO]

Ha collaborato Lucrezia Goldin

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