In Cina e Asia – La Cina domina la top 5 delle città con l’immobiliare più caro

In Notizie Brevi by Alessandra Colarizi

Hong Kong, Shanghai e Shenzhen svettano nella top 5 delle città con il mercato immobiliare più costoso al mondo. Secondo una nuova classifica della società di investimento CBRE Group Inc., Hong Kong si conferma in cima alla lista con un prezzo medio per abitazione di 1,24 milioni di dollari, seguita da Singapore, Shanghai, Vancouver e…rullo di tamburi: Shenzhen. La megalopoli del sud della Cina entra così per la prima volta nella lista, mentre Pechino, che lo scorso anno si era classificata quinta, è scivolata al nono posto dietro a Los Angeles, New York e Londra. L’ascesa di Shenzhen riflette il crescente peso economico della città – che ospita il quartier generale dei principali colossi tecnologici cinesi – all’interno dell famigerata Greater Bay Area, ambizioso piano di integrazione regionale promosso dal governo centrale. Nel 2018, per la prima volta il Pil di Shenzhen ha superato quello di Hong Kong raggiungendo quota 2,4 trilioni di yuan (357 miliardi di dollari) [fonte: Caixin]

Il fondo pensione si sta esaurendo

Entro il 2035, il fondo pensione per i lavoratori urbani sarà completamente vuoto a causa della riduzione della forza lavoro, dovuta alla politica del figlio unico. L’allarme arriva dal World Social Security Centre, ramo dell’Accademia cinese delle scienze sociali, secondo il quale il fondo pensionistico statale, uno dei pilastri della previdenza sociale oltre la Muraglia, alla fine del 2018 aveva una riserva di 4800 miliardi di yuan (circa 633 miliardi di euro). Si prevede che nel 2027 toccherà il picco massimo di 7000 miliardi di yuan (circa 933 miliardi di euro) per poi sprofondare a quota zero nel 2035. E le esenzioni annunciate per puntellare la crescita economica non faranno che peggiorare la situazione [fonte: Scmp]

I colossi tecnologici in aiuto del welfare cinese

Proprio le falle del welfare cinese stanno spianando la strada per la partecipazione di player privati laddove l’assistenza statale è carente. Solo alcuni giorni fa, Ant Financial, la fintech di Alibaba, ha annunciato che il servizio di mutuo soccorso per l’assistenza sanitaria Xiānghù Bǎo lanciato nel 2018 ha raggiunto 50 milioni di utenti e ambisce a raccoglierne 300 milioni entro due anni. Con un massimo di 188 yuan (28 dollari) al mese di commissione, gli utenti ne 2019 hanno una copertura per 100 malattie tra cui la maggior parte dei tumori, coronaropatia, paralisi, morbo di Alzheimer e HIV quando trasmesso attraverso trasfusioni di sangue. E’ interessante notare come il 47% dei membri di XHB sia composto da lavoratori migranti – spesso senza il permesso di residenza nella città di adozione necessario ad attingere ai servizi di base – mentre il 31% proviene da villaggi e piccole città. Mentre altri giganti della tecnologia – come  Suning – hanno espresso interesse per il settore sanitario, la scarsa regolamentazione espone il settore e i clienti a possibili rischi finanziari [fonte: Reuters]

La ferrovia malese salva la Belt and Road

Il controverso East Coast Rail Link, la ferrovia cinese bloccata lo scorso anno dal nuovo governo malese per ridurre l’esposizione debitoria di Kuala Lumpur nei confronti di Pechino, si farà. Dopo mesi di trattative le due parti hanno raggiunto un accordo che vede il prezzo del progetto scendere da 66 miliardi a 44 miliardi di ringgit. E le concessioni non finiscono qua. In mattinata, il premier Mahathir Mohamad ha aggiunto che la ferrovia sarà gestita da un’apposita joint venture al 50% malese con il 40% dei dipendenti assunti localmente, mentre il prestito originario di 56,6 miliardi di dollari ottenuto dalla China Exim Bank sarà ridotto così da abbassare “l’importo del rimborso del capitale, degli interessi totali e di altre commissioni”. L’accordo non salva solo il ECRL ma l’immagine della nuova via della seta nel suo insieme. Nell’ultimo anno, ricambi politici nei paesi target hanno minacciato la riuscita del progetto, accusato da più parti di intrappolare i partner al supporto finanziario di Pechino [fonte: Strait Times]

La Cina costruisce la prima nave drone

La Cina ha realizzato la prima barca drone al mondo. Costruita da Wuchang Shipbuilding Industry Group, la nave drone Marine Lizard è un trimarano lungo 12 metri, azionato da un motore diesel a idrogetto, che può raggiungere una velocità massima di 50 nodi. Equipaggiata con due mitragliatrici e un sistema di lancio verticale per missili anti-nave e anti-aerei, Marine Lizard è pensata per operazioni di assalto di isole, in tandem con droni aerei e altre navi drone. Ovvio pensare a una sua applicazione negli arcipelaghi contesi del Mar cinese meridionale orientale. Ma, come specifica Wuchang Shipbuilding Industry Group., il drone è stato sviluppato tenendo conto delle esigenze dei clienti internazionali ed è disponibile per l’esportazione. Proprio recentemente un rapporto del SIPRI  ha identificato la Cina come primo esportatore al mondo di droni armati [fonte: Global Times]

La battaglia contro Huawei si sposta nei fondali marini

Quando si parla di minaccia cinese in riferimento alla sicurezza delle rotte marittime di solito si pensa alla militarizzazione delle isole contese nel Mar cinese. Eppure, la vera partita si gioca nei fondali, dove componente più vitale 380 cavi sommersi trasportano oltre il 95% di tutti i dati e il traffico vocale tra i continenti. Costruiti in gran parte dagli Stati Uniti e dai loro alleati, stanno progressivamente finendo sotto l’ingerenza cinese, o meglio della temuta Huawei, la società leader nella fornitura di servizi 5G a livello globale, oggi impegnata nella realizzazione o miglioramento di quasi 100 cavi sottomarini in tutto il mondo grazie ai prezzi concorrenziali e ai sussidi statali. Lo scorso anno scorso, Huawei Marine Networks ha completato un cavo che si estende per circa 4.000 miglia dal Brasile al Camerun. Proprio come per le infrastrutture terrestri, il controllo cinese del network sottomarino espone Washington e alleati a possibili attività di spionaggio, con rischi anche maggiori data la massiccia quantità di informazioni che passa su un numero ridotto di cavi [fonte: Bloomberg]

Anche BP rinuncia allo shale gas cinese 

Mentre la Cina ha solo di recente iniziato a sfruttare le proprie (ingenti) riserve di shale gas, BP, l’ultima delle major del petrolio internazionale, ha deciso di abbandonare i progetti di esplorazione avviati nello Sichuan. All’origine della decisione, le grandi difficoltà riscontrate nelle fasi di esplorazione, dovute alle particolari caratteristiche morfologiche del suolo cinese e alla profondità dei giacimenti, e gli scarsi risultati ottenuti fino ad ora. L’abbandono di BP, segue quello di Royal Dutch Shell, Exxon Mobil, ConocoPhillips ed ENI, e non fa che consegnare il settore dello shale gas nelle mani delle aziende di stato cinesi. [Fonte: Reuters]

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