Sarà una sorta di rivisitazione delle elezioni del 2014, quando Jokowi vinse con un margine del 6% sul suo avversario, raccogliendo oltre 70 milioni di voti.

Ma chi sono i due candidati?

Jokowi è il candidato del cosiddetto “Democratic Party of Struggle”, mentre Prabowo è il candidato di una coalizione di partiti tra cui il Prosperous Justice Party (PKS), il National Mandate Party (PAN), il Partito Democratico e il Partito Berkarya.

Inizialmente, Jokowi è balzato agli onori della cronaca come l’uomo nuovo ai tempi di quand’era Governatore di Jakarta, dove ottenne una certa fama introducendo la tecnica del “blusukan”, una sorta di blietzkrieg per verificare le condizioni nelle diverse aree delle città. Divenne piuttosto famoso anche come portabandiera anti-corruzione, mentre nei suoi 5 anni come presidente si è concentrato principalmente su tre cose: infrastrutture, infrastrutture, infrastrutture.

Un focus che ha particolarmente senso in un paese i cui principali problemi sono quelli di legare un territorio che galleggia su 18.000 isole sparse in una lunghezza pari a quella degli Stati Uniti.

Jokowi ha cominciato facendo le “pulizie in casa”, ovvero affrontando l’enorme problema del traffico nella gigantesca capitale Jakarta (circa 25 milioni di abitanti). Qui, è riuscito a realizzare un sistema di MRT che sta aiutando la città a respirare, un tema non trascurabile in quella che è ad oggi ancora una delle megalopoli più inquinate del pianeta.

Un altro elemento importante sul tavolo del Presidente in questi anni è stato la miniera di Grasberg. Si tratta della più grande miniera d’oro al mondo, situata in Papua, regione difficile da gestire tra alto tasso di povertà e movimenti indipendentisti. Jokowi è riuscito a portare la quote del governo indonesiano dal 9 al 51%.

Sotto Jokowi, l’economia indonesiana ha continuato a crescere del 5%l’anno, più o meno in linea con quella del periodo dell’ex presidente Susilo Bambang Yudhoyono (conosciuto come SBY, dalle sue iniziali), ma molto meno di quanto dichiarato durante la sua ultima campagna (crescita del GDP di 7%, si diceva). Ma le stime sono positive, secondo PWC, l’economia indonesiana raggiungerà il 4° posto mondiale entro l’anno 2050.

Jokowi è considerato da alcuni critici troppo vicino al governo di Pechino cinese, che ha finanziato alcuni dei principali progetti infrastrutturali nel paese, specialmente nell’area di Java, come ad esempio la tanto discussa ferrovia ad alta velocità Jakarta-Bandung, considerata da alcuni uno spreco di denaro e non una priorità.

Dal punto di vista religioso, Jokowi è un moderato, sebbene abbia sorpreso molti scegliendo Ma’ruf Amin come suo compagno di corsa, in quello che agli osservatori è parso un palese tentativo di influenzare gli elettori musulmani più conservatori. Nell’operazione il Presidente potrebbe però aver perso un certo sostegno tra i giovani elettori liberali. In un famoso articolo apparso su The Economist, questo comportamento politico è stato etichettato come “the wrong way to win”.

Quanto allo sfidante, Prabowo non è certo un outsider. È legato alla tradizionale élite politica indonesiana. E’ stato infatti sposato con la figlia dell’ex dittatore generale Suharto, che ha governato l’Indonesia con pugno di ferro per tre decenni. Nell’ultimo dibattito pubblico contro Jokowi, ha ammesso di essere “parte dell’1% che guida il paese”, ma ha anche affermato che “di sudare sangue” ogni giorno per la sua nazione.

Prabowo è diventato famoso nel 1996, quando guidò l’operazione di Mapenduma sulle colline del lato indonesiano di Papua per il rilascio di 11 ricercatori scientifici, che erano stati presi in ostaggio dal Free Papua Movement (OPM).

È considerato un candidato conservatore e anche il più vicino all’islam tradizionale. Ha promesso di proteggere i leader islamici e aumentare i finanziamenti per le scuole religiose, nel rispetto della costituzione. Non è un caso che abbia l’endorsment del Partito della giustizia prospera, il più grande partito islamista in parlamento.

In materia economica, Prabowo ha impostato il suo ultimo discorso contro la minaccia della deindustrializzazione e mira a fare l’Indonesia “Great Again”. Questo è anche il motivo per cui ha condotto molte campagne sulla “morbidezza” delle relazioni che Jokowi intrattiene con la Cina e ha sostenuto la necessità di tenere un pugno duro contro la Cina.

In alcune zone dell’arcipelago, i cinesi stanno conoscendo un’ondata di odio: solo il 53% della popolazione indonesiana ha ora opinioni favorevoli sui cinesi. Un calo sostanziale rispetto al 66% del 2014. Questo è qualcosa che potrebbe influenzare anche il pendolo dei voti.

Secondo la Commissione elettorale, circa il 40% degli elettori ammissibili avrà tra i 17 e i 35 anni – circa 80 milioni di persone. Entrambe le parti hanno fatto del loro meglio per attrarre il voto dei giovani – a volte in modi innovativi. L’anno scorso, il Partito di Jokowi ha lanciato prodotti “alla moda” come magliette, cappelli e giacche. Prabowo ha instaurato relazioni con vloggers, YouTubers e influencer – no, non sono sul suo libro paga (ma neanche in quello di Jokowi).

Come ovunque nel mondo, le Fake News stanno giocando un ruolo importante nelle elezioni, con Facebook che cerca di tutelare i votanti chiudendo profili falsi e pagine. Ma controllare il quarto Paese più attivo al mondo su Facebook, non è facile.

Secondo quanto riporta l’agenzia Mafindo, gran parte della disinformazione colpisce Jokowi, che viene etichettato come un cristiano, di origine cinese o come un comunista. Queste potrebbero non sembrare affermazioni particolarmente gravi – ma sono grandi accuse nell’Indonesia a maggioranza musulmana, dove la razza e l’ideologia sono questioni particolarmente delicate.

Secondo gli ultimi sondaggi, sembra che Jokowi sia avanti nelle intenzioni di voto, ma con un importante punto interrogativo legato all’incognita astensione.

Indubbiamente, il voto indonesiano avrà un peso importante sulla bilancia dei rapporti – soft e hard – dell’intero continente asiatico, e andrebbe guardato con maggior interesse anche in Occidente. E non solo come laboratorio, ma per la rilevanza che questo Paese estremamente popoloso rivestirà in questo secolo sullo scacchiere dell’economia mondiale.

di Filippo Lubrano

* Filippo Lubrano, ingegnere, giornalista pubblicista, consulente e formatore di sviluppo business su mercati asiatici. 8 anni nel gruppo Fiat sui mercati del sud-est asiatico in Sales & Marketing, ha poi lanciato una startup attiva nel settore food del mercato americano, prima di fondare la società di consulenza Asialize.org.

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