Per la prima volta le autorità dello Xinjiang hanno aperto le porte dei controversi centri di detenzione ai giornalisti e diplomatici stranieri. L’invito sarà esteso a esperti delle Nazioni Unite, ha assicurato ieri il governatore della regione autonoma Shohrat Zakir. Le visite, avvenute la scorsa settimana in tre strutture detentive di Kashgar, Hotan and Karakax, hanno lo scopo di azzittire le critiche mosse dall’Occidente contro quello che è stato definito il sistema di detenzione extragiudiziale più massiccio dai tempi della rivoluzione culturale. Si parla secondo stime indipendenti di circa 1 milione di persone. Cifre “irrealistiche” secondo Shohrat Zakir, che sostiene di non essere a conoscenza del numero esatto dei rieducati. Secondo alcune persone intervistate dalla Reuters, la reclusione sarebbe stata volontaria. Nessuno avrebbe mostrato segni di maltrattamento e le norme di sicurezza all’interno dei centri sarebbero “minime”. Secondo Zakir, il sistema si è rivelato efficace nella lotta contro il terrorismo islamico e col passare del tempo saranno sempre meno gli elementi radicalizzati da educare. Intanto sabato Pechino ha approvato un piano quinquennale per sinizzare l’Islam in modo da renderlo “compatibile con il socialismo”.

Cina e Stati Uniti riprendono il dialogo

Sono cominciati questa mattina a Pechino i colloqui tra Cina e Stati Uniti, il primo faccia faccia da quando lo scorso dicembre Xi Jinping e Trump hanno deciso di congelare le tariffe commerciali fino al 1 marzo. Secondo Bloomberg, i colloqui – che saranno diretti per parte americana da Jeffrey Gerrish, vice rappresentante commerciale, e David Malpass, sottosegretario del Dipartimento del Tesoro per gli affari internazionali – affronteranno questioni come la proprietà intellettuale, l’agricoltura e gli acquisti industriali”. Tao Wenzhao, esperto di relazioni internazionali presso l’Accademia cinese delle scienze sociali, ha affermato che il meeting di oggi “sarà cruciale nella definizione dell’agenda per l’atteso incontro tra il vicepresidente cinese Wang Qishan e Trump” a Davos, alla fine di gennaio. I negoziati ricominciano mentre i contraccolpi della guerra commerciale hanno cominciato a intaccare visibilmente le vendite di Apple e Samsung. Il competitor locale Huawei, al contrario, si appresta a tagliare per la prima volta il traguardo dei 200 milioni di smartphone spediti oltreconfine.

Cina a rischio crisi demografica

Secondo un recente rapporto dell’Accademia cinese delle scienze sociali, mantenendo fisso l’attuale tasso di fertilità, la popolazione cinese comincerà a diminuire nel 2027, ovvero con tre anni di anticipo rispetto alle proiezioni delle Nazioni unite. Un trend che il think tank ammette avrà risvolti catastrofici per l’economia nazionale. Intanto, mentre si attendono le statistiche ufficiali per l’anno appena concluso, secondo esperti consultati dai media statali, “i dati rilevati dai servizi sanitari locali mostrano che il numero di neonati nel 2018 è diminuito di almeno il 15% rispetto all’anno precedente”. Si tratterebbe di 2 milioni di nascite in meno rispetto ai 17,23 milioni del 2017. I numeri smentiscono le proiezioni del governo che, annunciando un primo allentamento sul controllo delle nascite, nel 2016 avevano pronosticato per quest’anno un incremento di 790mila unità. Non solo. Secondo Yi Fuxian, ricercatore all’Università del Wisconsin-Madison, “il 2018 è stato un anno di svolta per la struttura demografica della Cina, che ha visto una crescita negativa per la prima volta” con più morti che nati.

Pechino spinge sul pedale delle infrastrutture

Pechino rispolvera i cari e vecchi investimenti infrastrutturali, tracciando una drastica inversione a U rispetto allo scorso anno, caratterizzato da una sospensione delle spese pazze da parte dei governi locali indebitati. Il fatto è che l’economia continua a rallentare e gli investimenti nei fixed asset – traino dai tempi della crisi finanziaria globale – sono cresciuti ai minimi da 15 anni. Servono stimoli. Secondo quanto riportato dalla stampa statale, durante il 2019 la Cina costruirà 3200 km di tracciati ferroviari ad alta velocità, più di quanto dispongono Spagna, Giappone e Germania, le altre tre potenze ferroviarie. In totale, dal 5 dicembre a oggi, la National Development and Reform Commission ha approvato progetti urbani per un totale di 125 miliardi di dollari in otto città e regioni. Mentre però il gigante asiatico conta già per i due terzi delle ferrovie superveloci a livello mondiale, stando all’Associazione Internazionale dei Trasporti Pubblici rappresenta solo un quarto dei passeggeri, segno che alcune linee sono sottoutilizzate.

La Cina passa dall’avorio alle zanne di mammut

Il divieto sul commercio di avorio attuato lo scorso anno da Pechino ha spianato la strada a un nuovo insolito business: quello delle zanne di mammut. Succede nella Yakutia, regione della Siberia dove il permafrost ha conservato circa 500.000 tonnellate di zanne appartenenti agli avi degli elefanti. Secondo Afp, nel 2017, la Russia ha esportato 72 tonnellate, di cui oltre l’80% finito in Cina, dove “l’oro bianco” viene considerato uno status symbol dalla nuova classe media. Complice la scarsa regolamentazione del settore, il commercio informale di zanne di mammut è diventato un’importante fonte di guadagno per la popolazione locale, entrata in collisione con gli oligarchi che fino a pochi anni fa detenevano il monopolio sulle attività estrattive. Secondo alcuni esperti, i giganti estinti stanno salvando la vita a centinaia di pachidermi.

In Myanmar è guerra tra buddhisti

Nello stato Rakhine si torna a combattere. Ma stavolta non sono i ribelli islamici rohingya il target dell’esercito birmano, bensì gli insorti dell’Arakan Army, sigla dietro cui si nascondono le istanze indipendentiste della popolazione buddhista locale. Secondo le ultime stime, è di 13 morti il bilancio dell’attacco sferrato venerdì dalla AA contro quattro stazioni di polizia. La tensione che cova da mesi sotto le ceneri è esplosa a distanza di un paio di settimane dal cessate il fuoco dichiarato unilateralmente da Naypyidaw per fermare gli scontri in atto dall’altra parte del paese contro i guerriglieri Kachin e Shan. La tregua, stando all’AA, sarebbe stata sfruttata per concentrare la repressione nello stato Rakhine, già vessato dalla crisi dei rohingya. Nelle ultime settimane, 2500 persone hanno dovuto lasciare le proprie case per sfuggire alle violenze.

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