Quest’oggi Pechino dovrà sciogliere le sue riserve su Covax, l’iniziativa da 18 miliardi di dollari promossa dall’Oms per l’approvazione e la fornitura di un vaccino anti-Covid a livello globale. Mentre sono 172 i paese interessati, la Cina non ha ancora confermato la propria adesione. Entrare a far parte della piattaforma garantirebbe la possibilità di pagare in anticipo dosi per il 50% della popolazione locale, compatibilmente con l’esigenza di distribuire il vaccino equamente tra i paesi ricchi e poveri. Per il gigante asiatico – che ha già quattro farmaci nella fase 3 – potrebbe essere l’occasione buona per rifarsi il trucco dopo le critiche ricevute per la scarsa prontezza con cui l’epidemia è stata gestita nelle fasi iniziali. Ma procedere da solista potrebbe assicurare al gigante asiatico uno strumento politico per cementare la propria influenza nei paesi amici. Al momento sono 62 le nazioni a cui Pechino ha promesso forniture, perlopiù paesi membri della Belt and Road. Intanto, l’epidemiologo Zhong Nanshan ha auspicato una vaccinazione di massa per raggiungere l’immunità di gregge, stimando la durata dell’operazione tra uno e due anni. In caso contrario, l’esperto calcola che il contagio arriverà a interessare il 60-70% della popolazione globale, con un tasso di mortalità del 6,95%. [fonte Bloomberg, GT]

Xinjiang: sono 1,3 milioni i “rieducati”

Per la prima volta Pechino parrebbe aver confermato i numeri del sistema della “rieducazione” utilizzato nello Xinjiang con lo scopo conclamato di combattere il radicalismo islamico. Nella giornata di ieri, il Consiglio di Stato ha rilasciato un libro bianco “Sull’impiego e il diritto al lavoro” nella regione autonoma in stando al quale, tra il 2014 (anno in cui è stata lanciata la campagna contro il “terrorismo” uiguro) e il 2019, ogni anno circa 1,3 milioni di persone hanno beneficiato di un “training professionale”. Cifre che corrispondono alle stime della popolazione detenuta nei campi di lavoro secondo studiosi e Nazioni Unite. Secondo il rapporto, i “corsi di formazione orientati all’occupazione” prevedono l’insegnamento  del “cinese standard parlato e scritto, conoscenze giuridiche, know-how generale per la vita urbana e competenze lavorative”. Il tutto con l’obiettivo di fornire alle minoranze etniche – ritenute meno evolute – gli strumenti per combattere la povertà. Da tempo si sospetta che parte dei prodotti made in Xinjiang siano frutto del lavoro forzato dei “rieducati”, tanto che proprio di recente gli Stati uniti hanno introdotto delle restrizioni sulle importazioni dalla regione autonoma. Due giorni fa H&M ha annunciato di aver smesso di rifornirsi da un produttore cinese di filati con connessioni nell’area. [fonte SCMP SCMP]

Crollo degli investimenti tra Cina e Usa

Covid e le frizioni commerciali hanno fatto sprofondare gli investimenti tra Cina e Stati uniti ai minimi da nove anni. Lo rivela uno studio di Rhodium Group e della non-profit National Committee on US-China Relations, secondo il quale dall’inizio dell’anno al 30 giugno gli investimenti diretti e di venture capital tra le due sponde del Pacifico sono scesi a quota 10,9 miliardi di dollari rispetto ai 26 miliardi del 2016. Dei 4,7 miliardi iniettati dalla Cina nel mercato statunitense, 3,4 miliardi sono collegati all’acquisto da parte di Tencent di una quota di minoranza in Universal Music Group, mentre le aziende americane hanno scommesso sulla Cina appena 4,1 miliardi. Ciononostante, la prospettiva di un decoupling sembra ancora lontana, almeno stando ai dati previsionali raccolti dalle rispettive camere di commercio. D’altronde, secondo l’Oecd, la Cina sarà l’unico paese del G20 a registrare una crescita positiva nell’anno in corso. Da parte cinese sarà soprattutto questione di volontà politica. Secondo i media statali, mentre gli IDE  sono complessivamente calati, quelli diretti verso i paesi coinvolti della BRI sono aumentati di oltre il 30%. [fonte SCMP SCMP]

Gli Istituti Confucio, “un’arma” spuntata?

Qualche tempo fa, commentando la stretta sugli Istituti Confucio negli States, Mike Pompeo ne ha augurato la chiusura entro l’anno. Negli ultimi tempi, molti centri per lo studio della lingua e la cultura cinese sono stati costretti a sospendere le attività dopo episodi di sospetta censura e accuse di spionaggio. Ma davvero gli Istituti favoriscono il soft power cinese all’estero? No secondo uno studio di Naima Green-Riley, dottorando presso l’ Harvard University che ha intervistato 1300 studenti di due scuole superiori americane giungendo alla conclusione che lo studio del mandarino impartito dalle classi Confucio non ha stimolato nei ragazzi un sentimento filocinese. Anzi durante la pandemia il giudizio nei confronti del paese è peggiorato a prescindere dal fatto se gli studenti stessero studiando la lingua o meno. Alcuni hanno anche dimostrato di essere a conoscenza dei fatti di Hong Kong. [fonte WAPO]

Giappone: le implicazioni della nomina di Suga per i rapporti con la Cina

Dopo la conferma di Yoshihide Suga come nuovo primo ministro, nella giornata di mercoledì è subito arrivata una nomina significativa: quella di Nobuo Kishi a nuovo ministro della Difesa. Kishi è il fratello più giovane del premier uscente Abe, nonostante sia stato adottato quando dallo zio materno quando era ancora piccolo e porti il suo cognome. Oltre al rapporto di parentela con l’ex primo ministro, Kishi è conosciuto per essere un ultra conservatore. E’ uno dei più ferventi sostenitori della necessità della riforma della costituzione pacifista post seconda guerra mondiale e in passato si è espresso a favore sulla possibilità da parte di Tokyo di sviluppare armi nucleari. Fa parte anche della lobby Nippon Kaigi e di altri gruppi di destra come Japan Rebirth. La sua nomina non farà probabilmente felice Pechino, visto che Kishi è noto anche per i suoi stretti rapporti con Taiwan. Di recente ha incontrato Tsai Ing-wen durante una visita in onore della memoria dell’ex presidente di Taipei, Lee Teng-hui, scomparso a luglio. Secondo Stephen Nagy (Tokyo International Christian University, citato dal South China Morning Post, la nomina di Kishi rappresenta “una forte continuità in termini di confronto con la Cina, con il forte segnale che il Giappone è preoccupato circa gli sviluppi domestici in Cina e la sicurezza regionale”. Negli scorsi mesi si sono registrati diversi episodi di tensione intorno alle isole contese Senkaku/Diaoyu.  [fonte SCMP]

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