Nella giornata di domenica, la Cina ha annunciato la prima trasmissione locale del virus da un caso importato. Si tratta dell’unica infezione autoctona registrata nell’arco di quattro giorni. Da tempo le autorità cinesi segnalano il rischio di nuovi focolai a causa dell’arrivo di infezioni dall’estero. Secondo i numeri ufficiali, a veicolare la malattia sono soprattutto expat e studenti cinesi di ritorno in patria, ben 10 dei 13 casi di domenica.  Un dato che ha spinto il governo di Pechino a dirottare i voli su altre città mentre Shanghai e Guangzhou introdurranno controlli RNA per tutti i viaggiatori internazionali. Intanto si cerca di tornare alla normalità. Mentre ad Hangzhou non serve nemmeno più mascherine e la misurazione della temperatura all’ingresso dei luoghi pubblici, a Wuhan, epicentro dell’epidemia. “le aree libere dal virus” hanno allentato le restrizioni sulla mobilità dei cittadini. Rimane una sola gigantesca incognita: come debellare del tutto l’epidemia se alcuni casi sono asintomatici?

Secondo documenti classificati ottenuti dal South China Morning Post, i casi asintomatici conterebbero per il 30% del totale dei tamponi risultati positivi alla fine di febbraio: oltre 43.000. Sono numeri ufficiosi, giacché il bilancio rilasciato dalle autorità sanitarie cinesi non tiene conto dei casi asintomatici. Il report getta tinte fosche sulla strategia adottata da paesi come Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti, dove vengono sottoposti a test solo i soggetti che presentano disturbi conclamati. Il livello di allerta rimane alto anche in Cina. Da alcuni giorni circolano sul web immagini di avvisi esposti in alcuni compound di Wuhan che sembrerebbero comprovare l’emrgere di nuovi contagi autoctoni anche nei giorni in cui il bilancio della Commissione sanitaria nazionale si è attestato a quota zero. Il governo locale ha smentito la notizia dando spiegazioni “caso per caso”. [fonte: SCMP, Global Times, Reuters]

Taiwan aveva avvertito l’Oms della trasmissibilità del virus a dicembre

Taiwan aveva avvertito l’Organizzazione mondiale della sanità del rischio di una trasmissibilità del nuovo virus da uomo a uomo già alla fine dello scorso anno. E’ quanto affermano fonti governative al FT, stando alle quali i medici cinesi avevano segnalato ai colleghi taiwanesi alcuni casi tra il personale medico, informazione passata il 31 dicembre sia all’International Health Regulations (IHR) dell’OMS sia alle autorità sanitarie cinesi. Quindi quasi un mese prima della conferma di Pechino. Se così fosse, l’episodio rimarca l’importanza di un coinvolgimento taiwanese nell’Oms, che considera l’isola democratica parte integrante della Cina continentale. Non è la prima volta che Taipei punta il dito contro l’agenzia dell’Onu accusandone l’inefficienza. [fonte: FT]

La stretta sui media stranieri colpisce anche i collaboratori cinesi

Dopo l’espulsione dei giornalisti americani di NYT, WSJ e WaPo, il Service Bureau for Diplomatic Missions di Pechino ha rimosso dai loro incarichi almeno sette collaboratori di nazionalità cinese del NYT e Voice of America. Quasi tutti i media stranieri si avvalgono dell’aiuto di assistenti locali, che secondo le leggi cinesi non possono svolgere ufficialmente il loro ruolo come giornalisti, venendo assunti piuttosto come ricercatori e assistenti. Sono tuttavia proprio loro a fungere da “fixer”, aiutando i reporter internazionali a colmare le distanze culturali e a reperire fonti dirette sul territorio. Sono ancora una volta loro a dover fronteggiare la maggior parte dei rischi, che comprendono accuse pesanti come la “diffusione di segreti di stato”. Secondo  Jane Perlez, ex direttore dell’ufficio pechinese del NYT, la decisione delle autorità cinese potrebbe non solo compromettere la qualità delle informazioni sul paese diffuse oltremare. Il rischio è anche che senza quel prezioso lavoro di mediazione culturale, l’immagine della Cina all’estero venga distorta a causa di sempre maggiori incomprensioni e fraintendimenti. A rimetterci sarà anche Pechino.  [fonte: Bloomberg, FT]

Il Giappone valuta un rinvio dei Giochi di Tokyo

Per la prima volta il premier nipponico Shinzo Abe ha ammesso una possibile posticipazione delle olimpiadi di Tokyo, previste per questa estate. Dopo aver difeso per giorni l’organizzazione puntuale dell’evento, Abe ha ventilato l’eventualità di un cambio di programma qualora non fosse possibile assicurare uno svolgimento dei giochi “in forma completa” a causa di covid-19. L’inversione a U giunge a stretto giro dalle dichiarazioni del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) che domenica, dopo una riunione di emergenza, ha incluso un possibile rinvio tra i vari scenari possibili. A smuovere le acque hanno contribntuito le pressioni di atleti, federazioni e sponsor internazionali. La decisione non è semplice: in ballo ci sono oltre 3 miliardi di dollari investiti dalle aziende partner e circa 12 miliardi di dollari spesi nell’organizzazione. Secondo il comitato olimpico australiano, le olimpiadi di Tokyo potrebbero scivolare all’estate del 2021.  [fonte: Reuters, SCMP]

Corea del Sud e Taiwan, la sorveglianza digitale raggiunge le democrazie asiatiche

La Corea del Sud ha limitato i contagi individuando i soggetti positivi e tracciandone gli spostamenti. Una strada che adesso anche l’Italia potrebbe seguire, riferisce a Repubblica Walter Ricciardi, consulente scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza. “Ci stiamo lavorando”, aggiunge Ricciardi. “Ma una volta risolti i problemi relativi alla privacy, penso con una legge ad hoc, siamo pronti a partire, perché dal punto di vista tecnologico abbiamo tutto ciò che occorre, a cominciare dagli operatori del settore (compagnie telefoniche, banche, ecc.) che ci hanno offerto il massimo della collaborazione”. Abbiamo parlato di recente di come il “modello sudcoreano” si sia rivelato piuttosto efficace, riuscendo ad evitare le controverse restrizioni cinesi con una strategia che poggia le basi sul controllo della salute e dei movimenti della popolazione attraverso test e tecnologie mobili. Un esempio è il sistema di alert via sms grazie al quale la popolazione viene tenuta aggiornata sulla localizzazione dei nuovi casi. A ciò di aggiungono un’app che impone ai viaggiatori in arrivo nel paese di dichiarare eventuali sintomi e un sistema GPS che permette al governo di monitorare le persone in quarantena per prevenire possibili infrazioni. Strumenti sviluppati dal governo e affiancati da molteplici iniziative private. Alla tecnologia si sta rivolgendo anche Taiwan, che secondo Reuters è il primo paese ad aver introdotto un sistema di monitoraggio in tandem con le compagnie telefoniche che sfrutta i segnali emessi dai dispositivi mobile per avvisare la polizia e i funzionari locali sulle violazioni del regime di isolamento. I trasgressori faranno fronte a multe fino a 32.955 dollari. Mentre nella Cina comunista, anche prima di covid-19, la sorveglianza era già una costante nella vita quotidiana di molti cinesi, la vera sfida adesso sta in una sua estensione nelle democrazia asiatiche dove i cittadini sono meno avvezzi al Grande Fratello.[fonte: Strait Times]

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