In Cina e Asia – Hong Kong si appella al G20

In Notizie Brevi by Alessandra Colarizi

Per la prima volta dal’inizio delle proteste anti-estradizione, la Gran Bretagna ha preso una posizione netta. Londra sospenderà la vendita a Hong Kong di gas lacrimogeni e altri equipaggiamenti per il controllo della folla. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Jeremy Hunt, chiedendo l’avvio di indagini approfondite per accertare la condotta mantenuta dalla polizia durante la repressione delle proteste del 12 giugno, quando fu fatto uso di gas lacrimogeni e proiettili di gomma. In virtù degli accordi raggiunti prima dell’handover, obblighi legali e morali imporrebbero alla Gran Bretagna una maggiore risolutezza nella difesa dell’autonomia assicurata – sulla carta – dal modello “un paese due sistemi”. L’annuncio di Hunt non ha mancato di sollevare diverse polemiche dal momento che le licenze già rilasciate permetteranno di proseguire le forniture fino almeno al 2020.

Intanto per le strade dell’ex colonnia britannica si torna a protestare in vista del G20. Questa mattina centinaia di persone sono confluite intorno alle sedi diplomatiche di 19 paesi nella speranza di richiamare l’attenzione della comunità internazionale. Una manifestazione separata, organizzata dall’attivissimo Civil Human Rights Front, è prevista per stasera alle 20,00 ora locale con tema “G-20 free Hong Kong”. La sospensione della legge da parte del governo locale non è bastata a placare lo sdegno della popolazione per il modo in cui è stata gestita la faccenda. Una campagna di crowdfunding fruttata quasi 6 milioni di dollari Hong Kong ha permesso ai manifestanti di sfruttare la visibilità di testate internazionali quali Financial Times e New York Times per diffondere le proprie rimostranze. La Cina ha già fatto sapere che la questione hongkonghese non  troverà spazio a Osaka [fonte: Guardian, Guardian]

Nuove purghe nell’esercito cinese

Oltre 70 alti ufficiali in servizio e in pensione sono stati retrocessi per il loro presunto coinvolgimento in uno dei più eclatanti scandali di corruzione ad aver scosso la leadership dell’esercito cinese negli ultimi anni. I demansionati sarebbero tutti collegati a Fang Fenghui, ex capo di stato maggiore condannato all’ergastolo per corruzione lo scorso febbraio. Il caso di Fang è a sua volta legato a doppio filo alla caduta in disgrazia degli ex vicepresidenti della Commissione Militare Centrale,  Guo Boxiong e Xu Caihou, Da quando Xi Jinping ha assunto il ruolo di presidente, segretario del partito e capo della CMC un giro di vite senza precedenti si è abbattuto tra le fila dell’esercito. Mentre lo scopo conclamato è quello di combattere la corruzione e rendere le forze armate cinesi più efficienti, l’opera di pulizia è anche verosimilmente finalizzata a rafforzare la posizione dei sodali di Xi [fonte: Scmp]

Realtà virtuale e aumentata al servizio della propaganda

Da quando Xi Jinping è diventato presidente, la propaganda cinese ha intrapreso un percorso di sperimentazione senza precedenti. Nel tentativo di riavvicinare la popolazione al partito, clip, app ideologiche e cartoni animati dal contenuto politico sono diventati il nuovo marchio di fabbrica della leadership al potere. Complice la rivoluzione tecnologica cavalcata dall’industria privata. C’è il solito Alibaba ma non solo. L’ultimo esperimento coinvolge Xijian, startup specializzata nella realtà virtuale e aumentata, in partnership con il partito comunista di Zhongshan, una cittadina di appena 3 milioni di abitanti. Qui i quadri partecipano a sessioni di studio con effetti speciali in grado di dare nuova vita a Mao. Il settore è promettente. Con le autorità comuniste a controllare il mercato interno, non c’è rischio che le nuove tecnologie patriottiche rimangano inutilizzate. D’altronde sono proprio le generose sovvenzioni statali a tenere in piedi l’industria VR/AR [fonte: Foreign Policy]

Il “prezzo della sposa” impoverisce le campagne

La costosa dote che per tradizioni lo sposo elargisce alla famiglia dell’amata è tra le principali cause dell’impoverimento delle campagne. A sostenerlo è nientemeno che il viceministro dell’Agricoltura Han Jun, secondo il quale ormai in alcune aree il prezzo della sposa ha superato i 100.000 yuan (14.500 dollari) rispetto ai 10.000 yuan degli anni ’90. Un fenomeno aggravato dall’introduzione della politica del figlio unico che ha reso le spose – in tutti i sensi –  merce rara. Soprattutto nelle zone rurali, non rispettare la tradizione è generalmente considerato un disonore tanto da spingere molti tra le braccia degli strozzini pur di ottenere il budget necessario [fonte: Scmp]

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