La nostra rassegna di oggi da Cina e Asia


Hong Kong ricorda (sempre meno) Tian’anmen

Partecipazione sotto le attese per l’annuale veglia in ricordo del massacro di Tian’anmen, che ha riunito a Victoria Park “appena” 110mila persone, un numero inferiore alle aspettative, il più basso dal 2008 e nettamente inferiore rispetto al 2014, quando si registrò un’affluenza record. Grandi striscioni con slogan quali “invertiamo il verdetto del 4 giugno” e “fine del regime dittatoriale” hanno incorniciato i due lati dello spazio, mentre nel mezzo svettava una replica della dea della democrazia, eretta dai manifestanti nel 1989. L’adesione sottotono è da attribuirsi ad un crescente disinteresse dei più giovani verso le sorti della mainland di pari passo con la maturazione di un sentimento spiccatamente localista. A interessare agli studenti hongkonghesi è lo stato della democrazia nel Porto Profumato non nella Repubblica popolare; specie nell’anno in cui cade il 20esimo anniversario (1 luglio) del ritorno del’ex colonia inglese alla Cina. La veglia di domenica, organizzata dalla Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements, è stata anticipata da una manifestazione pro-Pechino e da una riunione dei sindacati universitari sul futuro di Hong Kong nella giornata di sabato.

Mentre l’ex colonia britannica è l’unica parte di territorio cinese” in cui è possibile commemorare pubblicamente Tian’anmen, il ricordo dell’89 è vivo anche nella vicina Taiwan che ha dato riparo a molti attivisti sopravvissuti al massacro. Proprio domenica la leader indipendentista Tsai Ing-wen ha offerto a Pechino un aiuto verso una transizione democratica. “Quanto alla democrazia, qualcuno la raggiunge prima, qualcun’altro dopo, ma tutti alla fine ci arrivano”, ha dichiarato su Facebook Tsai. Un analogo appello è giunto anche dagli Stati Uniti con il segretario di Stato Rex Tillerson che ha invitato il governo cinese a interrompere gli arresti e a salvaguardare il rispetto dei diritti umani. Ma per la Cina comunista la strada verso la democrazia è ancora lunga: oltre alle abituali detenzioni di dissidenti all’approssimarsi del 4 giugno, quattro attivisti rischiano fino a 15 anni di carcere con l’accusa di “incoraggiamento alla sovversione del potere statale” per aver distribuito online bottiglie di baijiu con etichette chiaramente ispirate al rivoltoso sconosciuto. Intanto tra le misura precauzionale adottate per evitare la circolazione di informazioni su uno degli episodi della storia cinese più censurati quest’anno è da annoverare il blocco su Weibo della funzione di condivisione di immagini e video, esteso anche a milioni di user oltremare.

Allo Shangri-La Dialogue anche Taiwan e Mar cinese meridionale

Nemmeno la Corea del Nord è riuscita alla fine a distogliere l’attenzione dello Shangri-La Dialogue dalle vicende cinesi. Alla condanna unanime delle provocazioni di Pyongyang sono seguite le critiche contro la militarizzazione delle isole contese nel Mar cinese meridionale e il rinnovato appoggio americano al governo di Taipei. I ministri della Difesa di Stati Uniti, Australia e Giappone hanno espresso il loro sostegno alla sentenza del tribunale internazionale dell’Aja che lo scorso luglio ha rifiutato le pretese storiche di Pechino entro la linea dei nove punti. Di più. il segretario alla Difesa statunitense James Mattis non ha mancato di rigirare il coltello nella piaga spingendosi in territori scivolosi come la questione taiwanese. Citando per la prima volta nella storia del vertice di Singapore l’alleanza tra Washington e Taipei. Mattis ha confermato il sostegno militare americano a Taiwan come previsto dal Taiwan Relations Act. Affermazione che non ha mancato di indispettire Pechino, particolarmente occhiuto nei confronti dell’amministrazione Trump dalla telefonata tra il nuovo presidente americano e la leader taiwanese Tsai Ing-wen, che si è rifiutata di riconoscere l’ambiguo “consenso del 1992”, su cui si sono basate fin’oggi le relazioni tra le due Cine. Il commento di Mattis va letto tuttavia da una prospettiva più ampia e sembra rispondere alle preoccupazioni dei sodali asiatici riguardo al ruolo dell’America di Trump nella regione. La collaborazione cinese sul versante Corea del Nord non si baratta in cambio del silenzio internazionale nel Mar cinese.

Fallito il cessate il fuco: a Marawi si combatte ancora

Il cessate il fuoco, mediato dal gruppo separatista musulmano Moro Islamic Liberation Front, non ha dato i frutti sperati: domenica, prima della ripresa degli spari, solo 134 persone — contro le mille stimate in precedenza — sono riuscite a lasciare Marawi, la città meridionale finita in mano a Maute, gruppo islamico affiliato all’Isis. Sono circa 2.000 i residenti ancora intrappolati nella guerriglia in corso dal 23 maggio scorso, mentre il bilancio dei morti è di 120 miliziani, 40 soldati filippini e una quarantina di civili. Secondo le autorità le perdite sarebbero tutte da attribuire alla mano dei guerriglieri musulmani, ma l’intervento dell’esercito sembra essere altrettanto devastante. Come dichiarato dal presidente Rodrigo Duterte, “posso concludere questa guerra in 24 ore. Tutto quello che devo fare è bombardare l’intera area e raderla al suolo”.

Intanto aumentano le preoccupazioni per la facilità di movimento acquisita dai terroristi nel Sudest asiatico. Mentre 400 dei miliziani coinvolti negli scontri sull’isola di Mindanao sarebbero locali, ammontano a circa 40 i foreign fighters di nazionalità malese, indonesiana, cecena saudita, indiana e yemenita. La questione della sicurezza nella regione è stata oggetto di dibattito nel corso dello Shangri-La Dialogue di Singapore, nel corso del quale i funzionari della Difesa di Filippine, Malaysia e Indonesia hanno promesso di espandere le operazioni anti-pirateria a largo di Mindanao, magari con la partecipazione aggiuntiva di Singapore e Thailandia.

La NATO asiatica cresce

Nonostante le acerrime inimicizie, India e Pakistan verranno presto inclusi tra i membri effettivi della Shanghai Cooperation Organisation, l’organismo a guida russo-cinese fondato nel 2001 con la partecipazione di Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Quando l’8 giugno la capitale kazaka Astana ospiterà il summit annuale i due paesi dell’Asia meridionale, già membri osservatori, faranno il loro pieno ingresso nella Sco, che nel corso degli anni ha assunto prevalentemente funzioni di sicurezza e antiterrorismo. L’evento sarà inoltre occasione di dibattito sulla possibile inclusione dell’Iran, alleggerito dalle sanzioni internazionali anche grazie all’intervento cinese, mentre a novembre Pechino aveva esteso l’invito alla Turchia, nonostante la sua membership nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord,

Soprannominata la NATO asiatica, la Sco costituisce un ruolo di primo piano nel mantenimento della stabilità lungo i confini occidentali della Repubblica popolare. Tuttavia la sua operatività rischia di essere intralciata dalle numerose frizioni interne. Lungi dall’essere un gruppo compatto, l’organizzazione dovrà fare i conti non solo con le storiche tensioni tra Delhi e Islamabad, ma anche con le crescenti diffidenze tra India e Cina, e la sovrapposizione di interessi tra Pechino e Mosca. Il secondo paese più popoloso al mondo non ha mai nascosto una certa diffidenza nei confronti dell’attivismo cinese nel suo cortile di casa. Non a caso Delhi si è ben guardata dall’appoggiare formalmente la visione cinese di una nuova via della seta.