E’ cominciata questa mattina l’attesa visita di Wendy Sherman in Cina. Il vicesegretario di stato americano ha incontrato l’omologo cinese Xie Feng nella municipalità di Tianjin, come previsto dalle misure anti-Covid dispiegate per proteggere la capitale. Come preventivato dagli analisti, la controparte cinese non ha mancato di esprimere il proprio disappunto per la linea adotatta dall’amministrazione Biden. Xie ha affermato che se le relazioni bilaterali vertono in una fase di “stallo e affrontano serie difficoltà” è perché Washington tratta la Cina come un “nemico immaginario” per sviare l’attenzione dai propri “problemi strutturali”. Ed è solo l’inizio. La visita entrerà nel vivo solo nel pomeriggio, quando Sherman incontrerà il ministro degli Esteri cinese Wang Yi nel tentativo di costruire dei “guardrail” per gestire le crescenti tensioni tra Washington e Pechino. La visita del vicesegretario è stata vista come una continuazione dell’incontro di marzo ad Anchorage, che è stato uno scontro pubblico tra i più eminenti rappresentanti delle due potenze, un conflitto le cui conseguenti amarezze sembrano persistere: in una conferenza stampa tenutasi sabato scorso, Wang Yi ha espresso il suo disappunto sulla posizione di superiorità che gli USA stanno mantenendo nei negoziati, aggiungendo che “se gli Stati Uniti non hanno imparato come andare d’accordo con altri paesi su un piano di parità, allora è nostra responsabilità, insieme alla comunità internazionale, dare loro un buon tutorial in questo senso”. La dichiarazione è stata pubblicata sul sito del ministero degli Esteri il giorno prima dell’arrivo di Sherman, avvenuto nel pomeriggio di domenica.

Le discussioni di oggi, che si incentreranno principalmente sul principio di equo accesso ai mercati per le imprese cinesi ed americane, iniziano in un quadro di tensione: venerdì scorso, infatti, Pechino ha annunciato sanzioni contro sei persone, tra cui l’ex segretario al commercio Wilbur Ross, e un’altra entità negli Stati Uniti come rappresaglia per le precedenti sanzioni imposte da Washington ai funzionari cinesi ad Hong Kong. La visita di Sherman è la prima visita diplomatica americana nella regione da aprile – quando il rappresentante statunitense per il clima John Kerry era stato in visita a Shanghai – ma non l’ultima: la settimana prossima, il segretario alla Difesa Lloyd Austin viaggerà nel sud-est asiatico e mercoledì il segretario di Stato americano Antony Blinken si recherà in India, dove inconterà il primo ministro Narendra Modi ed il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar. All’ordine del giorno di Blinken ci sarà il consolidamento dell’impegno indo-pacifico, degli interessi di sicurezza regionali condivisi, dei valori democratici e la lotta alla crisi climatica; è probabile che Blinken e Modi discutano anche i piani per un nuovo vertice delle potenze Quad – il raggruppamento di India, Giappone, Australia e Stati Uniti che è visto come il principale blocco anticinese della regione. [fonte SCMP, Reuters;SCMP]

Tokyo 2020: la Cina si scaglia contro i media occidentali

Ancora polemiche contro i media occidentali da parte della Cina, che sabato scorso ha criticato l’emittente americana NBC Universal per aver mostrato una “mappa incompleta” del paese durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Tokyo. La mappa, proiettata durante l’arrivo degli atleti cinesi, non includeva né Taiwan né il Mar Cinese Meridionale, zone strategiche che Pechino ritiene parte del proprio territorio nazionale. La critica, lanciata dal consolato cinese di New York, non ha specificato il motivo per cui la mappa fosse incompleta, richiedendo però alla NBC di “riconoscere la natura grave di questo problema e adottare misure per correggere l’errore”.

Anche il quotidiano cinese Global Times, controllato dallo stato cinese, ha criticato la copertura mediatica delle Olimpiadi, scagliandosi inoltre contro altre emittenti ed agenzie di stampa occidentali, tra cui Reuters, BBC e CNN, colpevoli di aver scelto foto poco lusinghiere per annunciare le vittorie cinesi ai Giochi Olimpici. Secondo l’ambasciata cinese dello Sri Lanka, infatti, la foto scelta da Reuters nel suo articolo “Il cinese Hou vince l’oro nel sollevamento pesi di 49 kg” sarebbe irrispettosa nei confronti dell’atleta: Hou è infatti ritratto con un’espressione di sforzo, giudicata “brutta” dalle autorità cinesi. Sebbene alcuni utenti occidentali sostengano che la foto di Hou non debba essere considerata inappropriata, l’ambasciata cinese ha deciso di fare un confronto della scelta di Reuters sulla copertura di altri atleti, mostrando come gli atleti occidentali fossero invece stati fotografati in pose più consone a degli atleti olimpici.

La rabbia per i resoconti dei media stranieri sulla partecipazione dei cinesi alle Olimpiadi è stata infine aggravata dalla copertura della CNN della medaglia d’oro vinta dalla tiratrice Yang Qian. La vittoria è stata annunciata con un titolo che leggeva “Oro per la Cina … e più casi di COVID-19”: l’accostamento di due notizie apparentemente separate in un titolo – la prima medaglia d’oro di queste Olimpiadi per la Cina e più casi di COVID-19 legati alle Olimpiadi – ha generato il malcontento dell’opinione pubblica cinese poiché la formulazione avrebbe causato la falsa percezione che sia la medaglia d’oro che i nuovi casi di COVID-19 sarebbero legati alla Cina. Sebbene la CNN non abbia rilasciato commenti al riguardo, il titolo è ad oggi scomparso dalla homepage del loro sito web. Grane in arrivo anche per la BBC: secondo quanto affermato da un post pubblicato su Twitter da Mathias Boelinger, un reporter indipendente attualmente in Cina, il giornalista sarebbe stato aggredito a Zhengzhou da alcuni passanti cinesi che lo avrebbero scambiato per Robin Brant, celebre corrispondente della BBC in Cina. Il reporter ha inoltre allegato alcuni screenshot del social cinese Weibo, dove alcuni utenti incitavano ad una vera e propria caccia all’uomo ai danni di Brant colpevole, secondo i netizens, di spargere disinformazione e diffamare il popolo cinese. [FONTE SCMP;GT; Twitter]

Cina: crollano le quotazioni delle aziende di tutoraggio scolastico

Le azioni della New Oriental Education & Technology e della rivale TAL Education Group – due delle più grandi aziende cinesi nel settore della formazione doposcuola – sono crollate sulla borsa di New York, in seguito all’annuncio di una imminente stretta sul settore dell’educazione da parte di Pechino. Venerdì scorso sono state divulgate nuove regole, secondo le quali tutte le istituzioni che offrono servizi di tutoring scolastico dovranno essere registrate come organizzazioni senza scopo di lucro, e non saranno concesse nuove licenze.

Negli ultimi mesi, il governo centrale cinese ha intensificato la sua retorica e le azioni normative per correggere le presunte irregolarità nel settore del tutoraggio, chiedendo meno compiti a casa e disincentivato i corsi doposcuola per gli studenti, nel tentativo di alleviare la pressione sui bambini e  ridurre i costi dell’istruzione per i genitori.

Sul piano legislativo, una riunione di alto livello presieduta dal presidente cinese Xi Jinping a maggio scorso ha concluso che il governo dovrebbe intensificare la supervisione sul settore dell’educazione e reprimere le irregolarità nella struttura delle commissioni, rafforzare la regolamentazione delle tasse scolastiche e vietare le operazioni di finanziamento arbitrario. Queste linee guida informali si sono tradotte in multe per alcune società di tutoraggio: il mese scorso, il regolatore cinese ha multato 15 società per un totale di 5,7 milioni di dollari per pubblicità ingannevole e prezzi fraudolenti. Separatamente, è stato anche istituito un nuovo ufficio all’interno Ministero dell’Istruzione per supervisionare l’industria del tutoraggio.

Attualmente, sia la New Oriental che TAL hanno affermato in dichiarazioni separate che nessun regolamento è stato pubblicato dal governo e che nessuna delle due società ha ricevuto una notifica ufficiale riguardante un potenziale blocco delle proprie attività. [fonte Reuters WSJ]

Xinjiang: boom delle esportazioni verso l’UE nonostante le preoccupazioni sul lavoro forzato

Nonostante le preoccupazioni occidentali sul lavoro forzato, le esportazioni verso l’UE dallo Xinjiang sono aumentate del 131% su base annua nei primi sei mesi del 2021, a fronte di un aumento del 35% dell’ export complessivo dalla Cina verso il blocco europeo, secondo i calcoli compilati dal  South China Morning Post e basati sui rapporti rilasciati dalle dogane cinesi. La più grande economia del blocco, la Germania, ha acquistato il 143% di merci in più rispetto a un anno prima, mentre le esportazioni in Italia sono aumentate del 32% e nei Paesi Bassi del 187%.

Le cifre sono dovute principalmente dal commercio di alcune materie prime – tra cui prodotti a base di pomodoro, articoli in cotone, componenti per fibre artificiali ed attrezzature per l’energia eolica – tutti settori che gli Stati Uniti e gli attivisti per i diritti umani hanno collegato al lavoro forzato nello Xinjiang. Attualmente, l’UE non ha vietato tali importazioni, ma sta elaborando un piano di due diligence della catena di approvvigionamento per limitare il flusso di merci prodotte utilizzando il lavoro forzato: una prima bozza di tale regolamentazione è prevista entro la fine dell’anno ed alcune indiscrezioni indicano che potrebbe diventare vincolante per le aziende a partire dal 2023.

Sebbene l’UE abbia sanzionato quattro funzionari cinesi all’inizio di quest’anno ed il Parlamento europeo abbia chiesto maggiori sanzioni e un divieto totale sui beni fabbricati nello Xinjiang, gli ultimi dati sembrerebbero dunque suggerire che per Bruxelles gli affari continuano sostanzialmente come al solito, poiché – diversamente da quanto accade negli USA – non vi è un blocco ufficiale delle merci ritenute relazionate con il lavoro forzato: Germania, Spagna e Italia hanno importato ciascuna quasi 10 milioni di dollari di polibutilentereftalato (PBT), un poliestere testurizzato con elasticità naturale, simile allo Spandex e spesso utilizzato nei costumi da bagno: un’investigazione condotta dal Post ha rivelato che la produzione di questo materiale è relazionata con aziende coinvolte nei controversi centri di riconversione professionale dello Xinjiang. In totale, tra gennaio e giugno di quest’anno l’UE ha importato 373,2 milioni di dollari di merci prodotte nello Xinjiang, più del triplo del valore delle merci esportate dallo Xinjiang negli Stati Uniti. [fonte SCMP]

Ha collaborato Alessandra Colarizi