Pil a parte, il sorpasso simbolico della Cina sugli Usa è già avvenuto. Almeno stando alla Fortune Global 500, tradizionale classifica delle maggiori aziende al mondo per fatturato, stilata dall’omonima rivista americana. Secondo quanto annunciato lunedì, per la prima volta nella storia della lista le aziende cinesi hanno scavalcato quelle americane: 129 (di cui 10 taiwanesi) contro 121.  I dati ci dicono inoltre che sebbene  le entrate delle compagnie cinesi rappresentino il 25,6% del totale mondiale – ben al di sotto del 28,8% di quelle Usa – il ritmo con cui si espandono non ha eguali. Un dato è piuttosto significativo: 82 delle aziende cinese classificate sono statali, comprese le prime tre: Sinopec Group, China National Petroleum e State Grid. Ma la vera novità arriva dall’hi-tech con il produttore di smartphone Xiaomi al suo primo debutto nella classifica [fonte: China Daily]

Pechino prepara un avamposto militare in Cambogia

Un accordo siglato in primavera con Phnom Penh darà alla Cina accesso militare alla base navale di Ream, non lontano da dove un’azienda cinese sta costruendo un gigantesco aeroporto che gli Stati Uniti sospettano da tempo posso essere utilizzato da bombardieri a lungo raggio e altri velivoli militari. Secondo una prima bozza visionata da funzionari statunitensi, la Cina sarebbe titolata a utilizzare la base per 30 anni – e poi con rinnovi automatici ogni 10 anni – per inviare personale militare, immagazzinare armi e ormeggiare navi da guerra. Pechino e Phnom Penh negano. L’avamposto potenzierebbe quindi la capacità di esercitare la sovranità cinese su Taiwan e  in prossimità degli arcipelaghi contesi del Mar cinese meridionale, oltre a cementare la partnership con il paese asiatico corteggiato negli ultimi anni dagli investimenti americani ed europei. Fino ad oggi la Cina può contare su un’unica base navale – quella di Gibuti – sebbene siano circolate con insistenza voci su una presenza militare cinese in Afghanistan e Tajikistan, e futuri dispiegamenti in Pakistan. Solo negli ultimi due anni Pechino ha erogato alla Cambogia 600 milioni di dollari per progetti legati alla Belt and Road [fonte: WSJ]

Gli affari di Huawei in Corea del Nord

Huawei Technologies Co., il gigante tecnologico cinese sanzionato da Washington, ha segretamente aiutato il governo nordcoreano a costruire e gestire la rete wireless nazionale. E’ quanto confermano ex dipendenti e documenti interni ottenuti dal Washington Post, secondo i quali il colosso di Shenzhen avrebbe lavorato per otto anni a stretto contatto con l’azienda cinese Panda International Information Technology Co. Ltd. nella fornitura di prodotti hardaware e software (come stazioni base, antenne e altre apparecchiature) propedeutici al lancio di Koryolink, il provider locale. E’ dal 2016 che gli Stati Uniti indagano sulle attività di Huawei nel Regno Eremita. Infatti, considerato che l’azienda utilizza tecnologia americana, è probabile che la collaborazione con Pyongyang sia avvenuta in violazione dei limiti sull’export imposti dal Dipartimento del Commercio [fonte: WaPo]

Guo Wengui, dissidente o spia cinese?

L’uomo più ricercato da Pechino sarebbe in realtà una spia cinese. E’ quanto sostenuto da Strategic Vision, società americana ingaggiata dall’imprenditore Guo Wengui per ottenere informazioni su connazionali con presunti contatti ai vertici del partito comunista. In realtà, secondo Strategic Vision – citata in giudizio dall’imprenditore cinese per inadempienza agli obbligo contrattuali – i nominativi forniti da Guo sarebbero collegati a stranieri coinvolti in rapporti di cooperazione con il governo americano, probabilmente nell’ambito di indagini sulla sicurezza nazionale. Strategic Vision cita a sostegno della propria tesi le ingenti risorse economiche del fuggiasco, a cui in teoria le autorità comuniste avrebbero confiscato buona parte dei beni. Secondo una precedente inchiesta del WSJ, il tentativo dei funzionari del ministero della Sicurezza cinese di convincere l’imprenditore-dissidente a rimpatriare in cambio della restituzione degli asset avrebbe innescato un braccio di ferro tra l’FBI – pronta ad arrestare gli ufficiali cinesi giunti in territorio americano con un semplice visto di transito – e il Dipartimento di Stato, impegnato a mantenere relazioni diplomatiche stabili per salvare la cooperazione sino-statunitense sul versante nordcoreano e commerciale. Nonostante l’assenza di un accordo di estradizione con la Cina, lo stesso Trump – legato al presidente Xi Jinping da un “rapporto speciale” – si sarebbe in prima battuta detto favorevole alla riconsegna di Guo, accusato da Pechino di aver compiuto 19 reati, dalla corruzione allo stupro [fonte: WSJ]

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