Guardate un po’ come siamo messi in Italia! Guitti dal palcoscenico e truculenti e improbabili politici da microfoni golosi del loro verbo, senza alcun titolo di studio specifico né esperienza nei campi in cui pontificano, disquisiscono con un linguaggio da bar su campi svariati: dall’economia alle relazioni internazionali, dalle politiche del lavoro alle infrastrutture, dal diritto tributario all’immigrazione, dalla magistratura alla medicina, e così via, spesso infarcendo i loro discorsi con errori di grammatica, di sintassi, di Storia e di Geografia.  E, tracotanti, come bulli continuano imperterriti a vomitare il nulla e il contrario del nulla come se fosse oro colato. Purtroppo, fanno proseliti.

Prendiamo come esempio la questione dei vaccini. Io non sono un immunologo, e dunque taccio su questo problema. Taccio, ossia non dico la mia, non ne ho alcun titolo, se parlassi dei vaccini lo farei come chiunque in un bar qualunque, davanti a una tazza di caffè e rivolgendomi a persone convinte che, oltre a sapere TUTTO sui vaccini, sono anche sicure di conoscere quale tattica utilizzare nel prossimo match della nazionale di calcio. L’Italia, un Paese di tuttologi!

Eppure, l’argomento dei vaccini è una cosa serissima, e non perché lo dico io, bensì perché il corso della Storia è stato spesso influenzato da grandi epidemie che hanno decimato intere popolazioni: penso, ad esempio, al tifo che nel V secolo a. C. causò circa 70 mila morti ad Atene, fra cui Pericle; il vaiolo, che tra il 166 e il 189 fece 10 milioni di morti nell’impero romano (compresi due imperatori), e a cavallo dei secoli XVI e XVII fu responsabile della sparizione dei tre quarti della popolazione amerindia; la peste cosiddetta “nera” che dal 1347 al 1352 dimezzò la popolazione europea; la febbre spagnola, una pandemia che tra il 1918 e il 1920 portò alla morte 500 milioni di persone; l’asiatica, con i suoi circa 4 milioni di decessi;  le più recenti; virulente epidemie di AIDS, la “mucca pazza”, l’ebola…

Se poi ci occupiamo delle malattie esantematiche, vi invito a dare un’occhiata al bollettino “Morbillo e Rosolia News”: il Italia, nel 2018 sono stati segnalati 2526 casi di morbillo, con 8 decessi, e nel 47% dei casi con complicazioni gravissime (encefalite, epatite, polmonite, laringo-tracheo-bronchite, insufficienza respiratoria). Nel 2019, fino a maggio, sono già 1096 i casi di morbillo denunciati. Lo stesso succede nel mondo: i casi più eclatanti sono l’epidemia in Madagascar che nel 2018 ha fatto 1200 morti per morbillo, e l’ordinanza del sindaco Di Blasio che nel 2019 ha dichiarato l’emergenza sanitaria e reso obbligatoria la vaccinazione nella città di New York. Se andiamo ai dati più recenti resi noti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, scopriamo che nel periodo 2000-2017, la vaccinazione contro il morbillo ha ridotto dell’80% i casi di morte ma, nonostante ciò, nel 2017, nel mondo, sono morti 110 mila bambini; e prima del 1963, anno in cui si diffuse la pratica del vaccino, il morbillo uccideva in media 2,6 milioni di persone all’anno. Mi fermo qui per confermare: che a parlare di vaccini siano gli addetti, e non gli ignoranti, ossia politici e non, da bar. E neanche io. E per parlare di vaccini, che parli anche la Storia. E in primis la storia della Cina, visto che l’immunologia e i vaccini sono nati proprio nel Celeste Impero.

Andiamo con ordine.

Wang Dan 王旦 (957-1017) fu primo ministro sotto  Zhenzong 真宗 (date di regno 997-1022) terzo imperatore della dinastia Song 宋 (960-1279) artefice di quello che gli storici chiamano a ragione “Rinascimento cinese”. Ebbene, quando il suo primogenito morì a causa del vaiolo, per evitare altri contagi in famiglia, Wang Dan fece chiamare un alchimista della comunità taoista del Monte Emei 峨眉山 (a differenza degli alchimisti europei che sperimentavano la fusione dei metalli alla ricerca della pietra filosofale, quelli cinesi erano specializzati nella ricerca dell’immortalità, dunque più ricercatori nel campo farmaco-medico che protochimici). Fu questo saggio taoista a rivelare e mettere in pratica la prima vaccinazione mai prima documentata in altre civiltà. La tecnica consisteva nell’inserire nelle narici del paziente un batuffolo di cotone imbevuto di frammenti delle pustole vaiolose di un malato. In un periodo successivo, per ridurre il contagio con quelli che oggi definiamo virus attivi, si utilizzavano scaglie delle croste di pustole in via di guarigione di qualcuno che era stato già vaccinato: il paziente entrava, così, in contatto con virus all’80% morti che non trasmettevano la malattia ma stimolavano la produzione di anticorpi.

La vaccinazione contro il vaiolo per inoculazione, cominciò a diffondersi in Cina nei secoli XVI-XVII (epoca Ming 明); vivaci descrizioni di questo metodo sono in un testo del 1643, Yuyi Cao寓意草 (Miscellanea medica), di Yu Chang喻昌(1584-1664). Le fonti che raccontano del primo ministro Wang Dan e della pratica del vaccino contro il vaiolo in epoca Song sono tardive:  Yizong jinjian 医宗金鉴 (Specchio d’oro della medicina) di Wu Qian 吴谦 (1689-1748), e Zhongdou Xinshu 种痘新书 (Nuovo libro sull’inoculazione del vaiolo) di Zhang Yan  張琰, entrambe del 1741. Per inciso, “vaccinazione contro il vaiolo” o “inoculare”, in cinese, si dicono zhongdou 種痘e zhongmiao 種苗che letteralmente significano “piantare germogli” e “seminare germogli”.

Nel secolo XVII, dalla Cina, la pratica si diffuse in Turchia; dal 1721 l’inoculazione del vaiolo cominciò a essere utilizzato come prassi a Londra. È noto che lady Mary Wortley Montagu (1689-1762), moglie dell’ambasciatore britannico a Costantinopoli, fece inoculare il vaiolo a suo figlio, e quando rientrò a Londra anche a sua figlia. Nel 1733, sulle Phylosophical Transactions of thr Royal Society, a firma di E. Timoni, apparve il primo esaustivo articolo scientifico occidentale sull’inoculazione, dal titolo “Clausola excerpta, ex historia variolarum quæ per incisionem excitantur”.

Una nota tecnica. L’antica inoculazione alla cinese del vaiolo è un impianto di cellule umane malate; se l’immunizzazione riesce, essa è a vita, se non riesce e il paziente è particolarmente debilitato, ne può causare la morte. Il vaccino che invece usiamo oggi è stato messo a punto per la prima volta nel 1796 da Edward Jenner (1749-1823); è tratto da frammenti di pustole di bovini affetti da vaiolo bovino (da cui il termine “vaccino” che indica i prodotti della vacca), una forma lieve del vaiolo  umano; la vaccinazione non presenta i rischi dell’inoculazione ma l’immunità è temporanea e deve essere ripetuta periodicamente. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha decretato che ai giorni nostri il vaiolo è stato eradicato. Restano, però, tante altre pericolose malattie infettive che continuano a mietere vittime, e per le quali esistono vaccini.

Un’altra nota, questa volta dedicata a coloro che sono contrari ai vaccini in modo non scientifico, insomma parlo dei no-vax da bar. Data la loro propensione a parlare per sentito dire, non mi stupirebbe se adottassero anche la tesi di Louis Duvrac in “Est-il permis de proposer l’inoculation de la petite vérole?”, del 1755: «L’inoculazione del vaiolo … potrebbe essere causa di molti crimini. Un padre è disgustato dal figlio? Allora l’inoculazione gli fornirà un facile modo per disfarsene. Una ragazza teme che il suo disonore diventi pubblico? Troverà che l’inoculazione le permetterà di sbarazzarsi del suo frutto…». E se non bastasse, i nostrani no-vax savonaroleschi potrebbero ispirarsi alle parole scritte per opporsi a un altro tipo di vaccino, quello contro la sifilide,  parole che si leggono in “Guide du médecin praticien”,  del 1853, di François Luis Isidore Valleix: «A nostro parere, la vaccinazione preventiva contro la sifilide è immorale! Vaccinare un bambino, un ragazzo o un adulto, vuol dire dargli carta bianca per essere depravato … Infine, si dovrebbero vaccinare anche le ragazze? Questa ingiuria gratuita fatta alla loro futura condotta e alla moralità dei loro mariti, ispira la più profonda ripugnanza. I buoni costumi sono meglio del vaccino!»

Secondo voi, cosa ne penserebbe di questi argomenti il primo ministro Wang Dan?

Di Isaia Innaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015) e “Il dio dell’I-Ching” (2017).