Gli investimenti diretti esteri cinesi nel Vecchio Continente sono diminuiti del 40% nel 2018, registrando il livello più basso in quattro anni. Lo rivela uno studio congiunto di Mercator Institute for China Studies (MERICS) e Rhodium Group (RHG), secondo il quale il crollo è da attribuirsi alle misure protettive messe in atto dall’Europa sulle M&A contestualmente al controllo cinese sull’esportazione di capitali all’estero. Il calo è evidenziato soprattutto nelle utilities e nelle infrastrutture, mentre sono aumentati gli investimenti nella finanza, sanità e biotech. Le tre maggiori economie europee hanno ricevuto la parte più consistente degli IDE cinesi, con la Gran Bretagna in prima posizione (4,2 miliardi di euro) seguita dalla Germania (2,1 miliardi di euro) e dalla Francia (1,6 miliardi di euro).

Giù anche l’export

Nel mese di febbraio le esportazioni cinesi sono precipitate del 20,7% su base annua, il calo più consistente dal febbraio 2016 e la terza contrazione mensile consecutiva. Le proiezioni degli analisti spaziavano da una diminuzione del 4,8-9%. Considerando che l’import è sceso del 5,2%, il surplus commerciale si è ridotto a 4,12 miliardi di dollari, compreso quello con gli Stati Uniti, passato da 23,7 miliardi a 14,72 miliardi di dollari. Gli analisti avvertono che i dati provenienti dalla Cina nei primi due mesi dell’anno vanno letti con cautela a causa di interruzioni dell’attività durante le vacanze del capodanno lunare, cominciate quest’anno il 4 febbraio. Tuttavia la frenata economica di inizio d’anno non arriva del tutto inattesa. Ormai da mesi i dati ufficiali mostrano un rallentamento delle attività industriali colpite dal calo dei consumi interni e degli investimenti, contestualmente alla guerra commerciale con gli Stati Uniti.

Il Partito-Stato dietro al mondo delle start-up

Start-up è quasi sempre sinonimo di innovazione e imprenditoria privata. Non in Cina dove il settore statale sta pian piano fagocitando anche quei settori fino a poco fa più permeabili ai capitali privati, come la finanza digitale e il ride-hailing. Secondo il Financial Times, la stretta normativa seguita alle truffe nel P2P lending e agli scandali che hanno colpito Didi, l’Uber cinese, ha portato all’estinzione di promettenti realtà a vantaggio di competitor legati a doppio filo al governo cinese. Un esempio è CGNfex, piattaforma di P2P di proprietà della China General Nuclear, la maggiore società cinese per lo sviluppo nucleare. Quasi 3000 aziende di social lending – perlopiù private – sono state chiuse o costrette a cambiare il proprio modello di business. La selezione darwiniana ha portato al consolidamento di oltre 45 compagnie legate alle amministrazioni locali o al governo centrale.

Comprare un appartamento all’estero con un click

Ice Chen, 36 anni di Pechino, non è stato a Bangkok ultimamente, ma ha appena comprato due appartamenti nella captale thailandese. Chen è uno dei giovani cinesi ad affollare le piattaforme online specializzate nella vendita di immobili sul mercato internazionali. Come Uoolu.com, sito web dove è possibile acquistare un immobile in poche ore senza nemmeno bisogno di entrare in contatto con un agente, tutto in pochi click. La piattaforma ha registrato un aumento del 60% delle transazioni a 5 miliardi di yuan nel 2018 e prevede di raddoppiare quest’anno. Gran parte dei capitali scorre verso destinazioni del Sud-est asiatico, dove i prezzi sono economici rispetto a quelli di Pechino o Shanghai. Lo scorso anno, la Thailandia è stata la destinazione più popolare per gli acquirenti cinesi attraverso la piattaforma Juwai.com. Le transazioni dalla Cina continentale e Hong Kong hanno coinvolto circa 15.000 nuovi appartamenti a Bangkok, metà del totale degli acquisti effettuati da stranieri.

Aumentano i bambini con il cognome materno

Lo scorso anno, almeno 1 nato su 10 a Shanghai ha preso il cognome della madre, anziché del padre come vorrebbe la tradizione. Secondo quanto annunciato dall’Ufficio per la gestione della popolazione di Shanghai, dei 90.000 bambini nati da residenti permanenti nel 2018, il 91,2% ha ricevuto il cognome del padre e l’8,8% quello della madre. Circa il 2,5% ha preso i cognomi di entrambi i genitori. Il cambiamento di rotta, sembra trovare spiegazione nell’emancipazione femminile nelle grandi realtà urbane, dove i tempi in cui la donna passava dalla tutela del padre a quella dl marito sono un ricordo lontano. Ma gli esperti ritengono che la politica dei due figli abbia influito non poco sulla nuova usanza. Sono sempre di più le coppie a “spartirsi” equamente i figli a cui affidare la discendenza della propria famiglia d’origine.

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