La crisi cubana è colpa di Washington. Al terzo giorno di protesta, la Cina ha preso le difese del presidente cubano Miguel Diaz-Canel, condannando le sanzioni statunitensi, considerate – non solo da Pechino – la prima causa della depressione economica del paese. “Come ha sottolineato la parte cubana, l’embargo statunitense è la causa principale della carenza di medicine ed energia a Cuba“,  ha affermato ieri in conferenza stampa il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian, aggiungendo che il leader cubano ha mostrato comprensione, visitando i manifestanti “e ha ascoltato la voce della gente”. Zhao ha inoltre citato la risoluzione approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a giugno per rimarcare come  “la voce universale della comunità internazionale” chiede la fine dell’embargo. Pechino non poteva trovare un pretesto migliore per tornare a criticare il doppio standard americano. Senza freni, su Twitter, il caporedattore del Global Times Hu Xijin, ha condannato l’ipocrito sostegno di Biden al popolo cubano: “La sofferenza dei cittadini cubani è causata dagli Stati Uniti. Tu te ne sei dimenticato, ma il mondo no.” Per Pechino è anche l’occasione per ricambia il favore. D’altronde L’Avana ha sempre preso le difese della Cina quando le violazioni dei diritti umani nel Xinjiang si sono fatte largo in sede Onu. [fonte SCMP, GT]

La Cina controlla 6,48 milioni di ettari di terreni all’estero

Ben 6,48 milioni di ettari di terreni destinati all’agricoltura, al mining e alle attività forestali. L’espansionismo delle aziende cinese in Asia e Africa sta cambiando la fisionomia del paesaggio in molti paesi emergenti. Secondo l’organizzazione Land Matrix, tra il 2011 e il 2020, le imprese cinesi hanno esteso il proprio controllo su una superficie che supera notevolmente quella su cui operano le aziende britanniche, americane e giapponesi messe insieme. Il processo di “go global” è finalizzato all’ottenimento delle risorse naturali necessarie a sostenere la crescita nazionale. Ma, oltre alle preoccupazioni ambientali, crescono anche i rischi per la sicurezza. A giugno, il parlamento giapponese ha promulgato una nuova legge per inasprire i regolamenti sull’acquisizione e l’uso di terreni in prossimità delle basi militari. [fonte NIKKEI]

Mar cinese meridionale: le attività dei pescherecci cinesi minacciano l’ecosistema marino

Le attività dei pescherecci cinesi nelle acque contese del mar cinese meridionale stanno danneggiando la barriera corallina e l’ecosistema marino pompando tonnellate di liquami grezzi. A lanciare l’allarme è Simularity, un’azienda americana specializzata nell’analisi di immagini satellitari, secondo la quale il deterioramento ambientale è riscontrabile dallo spazio. Non è la prima volta che l’effetto inquinante delle attività marittime cinese finisce sotto i riflettori.  Lo scorso aprile, l’ex capitano della marina statunitense Carl Schuster, aveva stimato che le oltre 200 navi cinesi ancorate vicino a Union Banks, un atollo delle Spratly, generano ciascuna 10 libbre di rifiuti al giorno. Ma lo studio di  Simularity è il primo a evidenziare una chiara relazione tra le attività delle navi cinesi e il danneggiamento dei fondali circostanti. L’afflusso delle acque reflue ha favorito il rapido sviluppo di  fitoplancton, alghe microscopiche note per il loro pigmento bianco riscontrabile nelle riprese satellitari. Secondo Liz Derr, CEO dell’azienda, portato alle estreme conseguenze il fenomeno rischia di causare una grave crisi alimentare per le popolazioni insulari che dalle risorse ittiche locali traggono l’85% delle fonti proteiche. [fonte SCMP]

Giappone: Taiwan entra per la prima volta nel rapporto sulla Difesa

Per la prima volta, il Giappone ha citato le tensioni tra Cina e Taiwan nel suo rapporto annuale sulla difesa. Letteralmente: “stabilizzare Taiwan è importante per la sicurezza del Giappone e la stabilità della comunità internazionale. Pertanto, è necessario prestare la massima attenzione alla situazione con un senso di crisi più che mai”. Negli ultimi tempi, le frequenti incursioni cinesi intorno all’isola – occupata dal Giappone per 50 anni sono diventate motivo di preoccupazione per il governo nipponico. Da quando Taiwan è comparsa nel comunicato congiunto rilasciato al termine della visita di Suga a Washington, diverse personalità nipponiche ne hanno preso pubblicamente le difese. Qualcuno si è spinto oltre. Il vice primo ministro Taro Aso, per esempio, si è detto favorevole a un intervento militare del Giappone al fianco degli Stati Uniti in caso di un attacco cinese contro l’isola. Grazie alla revisione della costituzione pacifista del 2015, tecnicamente Tokyo lo può fare. Rimane da capire quanto gli convenga, dovendo già fronteggiare le sortite cinese intorno alle Diaoyu/Senkaku. In tutta risposta Pechino ha ricordato che “Taiwan è puramente un affare interno della Cina non consente a nessun Paese di intervenire in alcun modo sulla questione di Taiwan”. Secondo gli analisti cinesi, Tokyo starebbe sfruttando la questione taiwanese per perseguire una “deregulation militare”. [fonte: SCMP]

Vietnam: nuove regole per controllre gli utenti internet

Vietnam, stretta sui social network. Il governo di Hanoi si prepara a introdurre nuove regole che mettono nel mirino i contenuti di livestreaming sui social media, inclusi Facebook, YouTube e TikTok. Le piattaforme saranno chiamate a fornire informazioni sugli utenti che gestiscono contenuti con oltre 10 mila follower o sottoscrittori. L’esecutivo vuole controllare in maniera maggiore il mondo digitale, che teme possa minacciare la stabilità del Paese. [fonte Nikkei Asian Review]

La #MilkTeaAlliance sosterrà l’indipendenza di Taiwan

La #MilkTeaAlliance sosterrà l’indipendenza di Taiwan. Lo ha rivelato l’attivista taiwanese Lim Khaim, specificando che il movimento – nato su Twitter nell’aprile 2020 – ha natura transnazionale e “riflette la determinazione delle giovani generazioni a porre fine allo sfruttamento politico, individuando i governi autocratici come causa”. Il gruppo, lanciato da alcuni attivisti thailandesi in tandem con i coetanei di Taiwan e Hong Kong, ha trovato terreno fertile in altri paesi asiatici e in alcuni casi ha assunto sfumature marcatamente anticinesi. Negli ultimi anni, la percentuale della popolazione taiwanese favorevole all’indipendenza è cresciuta costantemente, sebbene si attesti ancora al di sotto della metà del totale. [fonte Taiwan news]