Covid-19 torna a minacciare la Cina continentale. Secondo le statistiche ufficiali, tra domenica e lunedì, il numero di nuovi casi nella mainland è raddoppiato raggiungendo quota 78. Di questi 74 sono contagi importati, rispetto ai 39 del giorno precedente. 31 sono concentrati nella sola Pechino, dove le autorità hanno introdotto misure più rigide sui nuovi arrivi dall’estero. In aumento anche le infezioni autoctone da casi importati, di cui una nella capitale e un’altra a Shanghai in aggiunta al primo caso registrato a Guangzhou sabato. Per la prima volta dal 19 marzo, anche la città di Wuhan torna a registrare un nuovo contagio. Stando alla stampa statale si tratterebbe di un medico 29enne dello Hubei Provincial People’s Hospital, probabilmente infettato sul posto di lavoro. Diversi elementi suggeriscono un alto livello d’allerta nella città, epicentro dell’epidemia, nonostante le autorità locali abbiano programmato per l’8 aprile la rimozione delle restrizioni su tutti i trasferimenti in uscita. Nello Hubei gli ingressi e le uscite saranno permesse già da mercoledì. Mentre Pechino ha ordinato il ritiro del personale medico mandato nei mesi scorsi in sostegno delle risorse locali, secondo Caixin, il team inviato dal Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie è stato invitato a restare per monitorare la diffusione di nuovi casi asintomatici, che – a causa di regole adottate a febbraio – non vengono resi pubblici dalle autorità. Rafforzando precedenti voci di corridoio, la rivista finanziaria cinese parla di “decine di nuove infezioni al giorno” nella sola Wuhan. Stando ad altre fonti di Kyodo News e RTHK, diversi ospedali avrebbero sospeso i tamponi per mantenere piatto il bilancio ufficiale. [fonte: Reuters, Caixin]

Le tensioni tra Usa e Cina spaccano la diplomazia cinese

La querelle sull’origine geografica del nuovo coronavirus sta portando allo scoperto un inusuale disaccordo all’interno della leadership cinese. Tutto è cominciato giorni fa quando, in risposta alla popolarità riscossa a Washington dal termine “razzista” “virus cinese”, il portavoce del ministero degli Esteri  Zhao Lijian  ha rilanciato teorie complottistiche secondo le quali il virus sarebbe stato portato dai soldati americani a Wuhan lo scorso ottobre, quando la città ha ospitato i  Military World Games. Ex numero due dell’ambasciata cinese in Pakistan, Zhao è stato uno dei primi diplomatici cinesi a sbarcare su Twitter, in parte per controbilanciare i cinguettii di Trump, in parte nella speranza di compiacere i superiori. Non l’unico – si veda il recente attivismo dell’ex ambasciatore cinese in Sud Africa – ma sicuramente uno dei più spregiudicati. Ci si è chiesti a lungo se la postura del funzionario rispecchiasse effettivamente le elucubrazioni ai vertici del potere. Una recente intervista rilasciata dall’ambasciatore cinese negli Stati Uniti ha reso il dilemma anche più intrigante. Prendendo le distanze dal collega, ai microfoni di Axios, Cui Tiankai ha definito “dannose” le speculazioni sulla paternità dell’epidemia, “un lavoro per gli scienziati non per i diplomatici”. Messaggio ripreso lunedì mattina dall’altro portavoce degli Esteri  Geng Shuang:  “l’origine del coronavirus è una questione scientifica che richiede una valutazione scientifica e professionale. Tutti i paesi devono lavorare insieme per combattere la malattia”. A chi dare credito? Cui è un funzionario di livello viceministeriale, eletto direttamente da Xi Jinping, Quindi nella gerarchia amministrativa si posiziona due gradini sopra Zhao. Ma considerata l’ostentata coesione della leadership cinese, le libertà concesse al funzionario hanno certamente uno scopo. Ad esempio, potrebbero rispondere ad esigenze di politica interna: come spiega Bloomberg, in tempi di nazionalismo rampante il ministero degli Esteri è diventato spesso bersaglio del malcontento popolare per non aver difeso con sufficiente risolutezza gli interessi cinesi all’estero. [fonte: Axios, Bloomberg]

Covid-19: anche il lusso sbarca su Tmall

Come detto più volte, l’emergenza Covid-19 sta cambiando le abitudini dei consumatori e di conseguenza le strategia di vendita dei brand. Tra le innovazioni più rilevanti va segnalata la conversione dei marchi del lusso all’e-commerce, un settore che in Cina vale già 1,9 trilioni di dollari. Il regime di quarantena unito al crollo dei voli e dei viaggi all’estero ha spinto anche le aziende più restie, come Prada, Cartier e Kenzo, a siglare accordi con Tmall la piattaforma di Alibaba per la vendita B2C. La fruizione online richiede inoltre nuove soluzioni per stimolare l’engagement. L’utilizzo del livestreaming è sicuramente uno dei metodi più efficaci, tanto che secondi iMedia l’industria totalizzerà 128,5 miliardi di dollari nel 2020. [fonte: Supchina]

Potere di vita e di morte all’AI

E’ giusto che l’intelligenza artificiale abbia potere di vita e di morte? E’ la domanda che si stanno ponendo gli esperti da quando ricercatori della Huazhong University of Science and Technology (HUST) e della Tongji Hospital di Wuhan hanno annunciato una nuova tecnologia per la diagnostica che grazie all’intelligenza artificiale è in grado di stimare con una precisione del 90% le possibilità di sopravvivenza di un paziente affetto da covid-19. Secondo il team, ottenuto un campione di sangue, un modello di apprendimento automatico basato sul livello di tre biomarcatori (lattato deidrogenasi, proteina C-reattiva ad alta sensibilità e linfociti) è in grado di prevedere lo sviluppo della malattia in un particolare paziente. Questo, secondo gli esperti, dovrebbe aiutare i medici a decidere a chi destinare le poche risorse disponibili. Sostanzialmente chi ha più possibilità di sopravvivere. Il sistema ha già causato qualche alzata di sopracciglio. Non è chiaro se la tecnologia è applicabile anche al di fuori di Wuhan (dove è stata testata), considerando che il virus ha già subito delle mutazioni.[fonte: SCMP]

Laos e Myanmar “immuni” al virus

UPDATE: Il Myanmar ha annunciato i primi due casi. Si tratta di due uomini birmani di 36 e 26 anni in ritorno da Stati Uniti e Regno Unito.

Covid-19 ha ormai contagiato oltre 100 paesi, ma Laos e Myanmar sembrano essere immuni al virus. Almeno questo è quanto dichiarato dai governi di Vientiane e Naypyidaw, secondo i quali tutte le persone sottoposte a test (circa 300 su un totale di 60 milioni di abitanti) sono risultate negative. Addirittura giorni fa il portavoce del governo birmano ha affermato che il risultato sconcertante per il paese direttamente confinante con la Cina va attribuito a una dieta sana e all’uso di banconote invece delle carte di credito. Spiegazione sconcertante sopratutto alla luce del decesso di almeno quattro persone sotto quarantena con sintomi da covid-19 ma mai sottoposte a test. A preoccupare è inoltre la situazione negli stati semiautonomi dove a causa della guerriglia tra truppe regolari e milizie etniche parte della popolazione vive in campi profughi in condizioni igieniche precarie. [fonte: Strait Times, Guardian]

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