La nostra rassegna sino-asiatica di oggi


Abituali provocazioni missilistiche nordcoreane

È stato un missile a breve gittata quello lanciato stamattina presto dalla Corea del Nord. Ha volato per 450 chilometri, meno quindi degli ultimi due lanci. Si pensa che sia uno Scud di fabbricazione ancora sovietica, di cui Pyongyang avrebbe ampie scorte. Le reazioni più allarmate sono arrivate dal Giappone dato che il missile sarebbe finito in mare nella cosiddetta “zona economica esclusiva” di Tokyo: Shinzo Abe ha detto che al G7 di Taormina tutti sono stati concordi nell’indicare la Corea del Nord come priorità e che Tokyo sta prendendo contromisure non meglio specificate insieme agli Stati Uniti. L’intelligence statunitense ha intanto garantito a Donald Trump che il missile non sarebbe stato in grado di raggiungere le coste americane. Significativo, perché in questa fase Washington teme soprattutto che la Corea del Nord stia sviluppando un missile balistico intercontinentale capace di colpire il proprio territorio con una testata atomica. La versione nordcoreana è sviluppare un tale ordigno sia necessario per difendersi dall’aggressione statunitense. Quindi Pyongyang porta avanti due programmi paralleli, uno missilistico e uno nucleare anche se nel 2017 Kim Jong-un non ha ancora effettuato nessun test atomico. Gli Stati Uniti hanno annunciato per domani il primo test di un sistema che dovrebbe essere in grado di intercettare un eventuale missile balistico intercontinentale.

Pechino e Mar cinese convitati di pietra al G7

La Cina ha espresso grande disappunto per le affermazioni “irresponsabili” dei paesi del G7, confluiti a Taormina nel weekend per discutere numerosi dossier internazionali. Quest’anno il comunicato congiunto finale del vertice ha fatto esplicito riferimento alla militarizzazione del Mar cinese meridionale e orientale, adottando un linguaggio più forte rispetto allo scorso anno, in cui l’espansionismo cinese nel tratto di mare conteso con i vicini asiatici era stato ugualmente citato come motivo di preoccupazione. Il G7 ha invitato tutte le parti coinvolte a osservare la United Nations Convention on the Law of the Sea e a risolvere le dispute attraverso canali diplomatici. L’appello segue — dopo mesi di stallo- la ripresa delle operazioni di libera navigazione nel Mar cinese meridionale da parte degli Stati Uniti, mentre incontri ravvicinati tra aerei militari cinesi tengono alta a tensione nella regione, già sotto minaccia nordcoreana.

WannaCry è made in China?

Gli autori di WannaCry sarebbero cinese, non nordcoreani come precedentemente suggerito dagli esperti. A riferirlo è Flashpoint, società di cyber intelligence, che basandosi su un’analisi linguistica forense del malware pare sia persino riuscita a determinare l’area esatta di provenienza sulla base dell’accento. Si tratterebbe della Cina del Sud, oppure di Hong Kong, Singapore o Taiwan. Una conclusione tratta analizzando il messaggio di riscatto apparso sui pc contaminati, che secondo Flashpoint sarebbe stato scritto in prima battuta in un cinese con forme dialettali del sud e poi tradotto in altre lingue. Una tesi che però non convince tutti, dato l’uso diffuso di termini un tempo prettamente meridionali anche in altre aree del paese. Negli scorsi giorni, università e uffici pubblici della Cina sono stati duramente colpiti dal ransomware, sopratutto a causa della diffusione di software piratati, anche se la minaccia pare essere rientrata.

I nomi della fuga di capitali

La fuga di capitali all’estero — culminata lo scorso anno dal deprezzamento dello yuan e dall’erosione delle riserve in valuta estera — continua ad impensierire Pechino. In una condanna ufficiale la State Administration of Foreign Exchange ha portato ad esempio 10 casi in cui grandi somme sono state iniettate oltreconfine in maniera illegale, attraverso la fabbricazione dei registri commerciali, il riutilizzo di fatture, prestanome, shadow banking e molto altro. Secondo la SAFE, dal 2015 a oggi, cinque società sarebbero riuscite a spostare un totale pari a 226 milioni di dollari. Si tratterebbe di Ningbo Big Fortune International Trade, Shanghai Daxinhua Logistic, Hangzhou Zhiyu, Harbin Goldenway Wooden Products e Daming Electron, a cui si aggiungono altri cinque furbetti accusati di aver aggirato le restrizioni sull’esportazione di capitali, servendosi di decine di conti di amici e colleghi.

Myanmar: il nazionalismo buddhista cambia il nome ma non la sostanza

Il Ma Ba Tha sfida il bando delle autorità religiose, che martedì hanno chiesto lo scioglimento del movimento ultranazionalista birmano, colpevole di aizzare la popolazione (a maggioranza buddhista) contro la minoranza musulmana. Mentre l’ordinanza prevedrebbe l’interruzione di tutte le attività entro metà luglio, domenica centinaia di persone — compreso l’oltranzista monaco Wirathu- hanno preso parte a un incontro presso un monastero di Yangon alla notizia che il gruppo buddhista non smantellerà il movimento, piuttosto cambierà il proprio nome in the Buddha Dhamma Philanthropy Foundation. Nell’ultimo mese, diversi nazionalisti sono stati arrestati in relazione al verificarsi di raid contro la minoranza islamica dei Rohingya a Yangon. Al contempo, aumentano le critiche da parte della comunità internazionale, preoccupata per l’incapacità del governo civile guidato informalmente da Aung San Suu Kyi di calmare le tensioni etniche e tenere a bada l’esercito, sospettato di violenze contro le minoranze.