Il tocco del peccato: corruzione e vendetta in una Cina senza via d’uscita

In Cina, Dialoghi: Confucio e China Files by Martina Bucolo

“Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica curata in collaborazione con l’Istituto Confucio di Milano. CineSerie è una rassegna ricca di contenuti cinematografici per stare al passo con  i successi della Cina continentale e tenere in allenamento ascolto e lettura. In questo appuntamento parliamo del film “Il tocco del peccato”

 Corruzione, ingiustizia, vendetta e disuguaglianza sociale. Sono i temi portanti dei  quattro episodi che accompagnano e scandiscono la narrazione. Quattro personaggi in quattro diverse città, volutamente e impercettibilmente collegati. Shanxi, Chongqing, Hubei e Dongguan, quattro luoghi geograficamente distanti ma con storie tristemente vicine.

Dahai cerca con ogni mezzo di opporsi alla dilagante corruzione dei dirigenti del villaggio e decide di fare giustizia da solo. 

Zhou San, lavoratore migrante, torna dalla sua famiglia. Si annoia presto della vita sedentaria e recupera il suo passatempo preferito: le armi

Xiao Yu, receptionist che cerca di cambiare vita, si trasforma da vittima a carnefice

Xiao Hui salta da un lavoro all’altro, ma lo stress è insostenibile. 

 Nei trenta minuti in cui ogni protagonista occupa la scena, la ricerca di un senso di pace e di realizzazione lascia spazio ad atti crudi, sofferenza e agonia. Quanto si è disposti a rischiare e a mettersi in gioco per scalare la vetta del successo? Se ragione e giustizia non riescono a farsi strada in un mondo corrotto, prevarranno forza e violenza. Malgrado le scene di violenza, il film riesce a rappresentare in maniera eccellente le difficoltà della vita quotidiana. Come in molte delle sue produzioni precedenti, Jia Zhangke sceglie un cast che sia una simbiosi di attori esperti e non professionisti, mostrando i luoghi suggestivi e rappresentativi di una scena urbana allo stesso tempo underground e in via di sviluppo. L’immagine della Cina che il regista regala all’osservatore è colma di ottime occasioni. Le opportunità, che sembrano essere a portata di mano, si sostengono in realtà sulla corruzione dilagante. Una situazione che accresce il senso di impotenza dei protagonisti, e che li spinge in un vortice di scelte istintive e crudeli, allontanandoli dalla loro vera natura e dal carattere pacato con cui sono presentati allo spettatore all’inizio del film. Costretti, loro malgrado, ad agire secondo nuove dinamiche.

   Premiato a Cannes 2013 per la miglior sceneggiatura, il film offre un vivido ritratto della società cinese e narra fatti realmente accaduti. La repentina trasformazione della Cina separa in modo netto e definitivo i ricchi dai poveri. Mentre i ricchi si rimpinguano le tasche, le  aree povere vedono peggiorare la propria condizione. Il malcontento si fa strada tra la popolazione e l’ingiustizia sociale diventa un peso sempre più grave, insopportabile. 

 

   I temi che vengono affrontati racchiudono riferimenti storici, politici ed economici. Pennellate fugaci attirano l’attenzione dello spettatore più esperto nei suoi richiami al famoso “A Touch of Zen” 侠女 (1971, King Hu) – riferimento già evidente dal titolo – e a una fotografia che riprende gran parte delle sue precedenti produzioni – ambientate nella regione natale del regista, lo Shanxi. Tratti ben delineati, invece, per tessere le lodi di registi oltreoceano quali Tarantino e rimandare alla tradizione wuxia e all’opera di Pechino. Affresco di profondi cambiamenti ambientali e sociali, conflitto tra modernità e tradizione contadina lontana da qualsiasi miglioramento socioeconomico. 

 

Come la precedente produzione, “Still Life” 三峡好人 (2006) – Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia nel 2006 – anche qui ci troviamo di fronte ad una sequenza narrativa strutturata in diverse sezioni. Quattro storie che raccontano l’implacabile e irragionevole atto di violenza nella società moderna. Sebbene possano sembrare storie scollegate tra loro, gli elementi in comune non sono pochi: attacchi di ira, alienazione sociale, senso di non appartenenza e solitudine, caratteristiche tipiche del cinema di Jia Zhangke. Lo spazio pubblico e quello privato si fondono spesso, ma nessuno riesce a sentirsi appartenente ad un luogo specifico. 

Tutto, attorno ai protagonisti, sembra frantumarsi. Persi in una Cina che sembra senza via d’uscita