All’indomani dell’ennesima provocazione trumpiana, i media statali cinesi rispondono con un assordante silenzio. La minaccia di nuove tariffe sul Made in China non sembra aver turbato l’atmosfera di speranzosa attesa che accompagna il countdown verso il prossimo meeting tra Trump e Xi Jinping. I due leader si incontreranno al termine del G20 di Buenos Aires per una cena riservata mirata a ripristinare la “grande alchimia” suggellata durante i due precedenti faccia a faccia. Ma mentre scriviamo l’attenzione mediatica è tutta rivolta alle tappe europee che in queste ore vedono il presidente cinese cementare il consenso della Spagna alla Belt and Road. Pochi invece i riferimenti a quanto accadrà in Argentina.

Evitando di puntare il dito contro gli Stati Uniti e senza citare nemmeno una volta il nome di Trump, il People’s Daily martedì metteva in risalto come l’imminente vertice “sia stato investito di un particolare significato realistico, date le profonde contraddizioni che affliggono lo sviluppo globale, nonché i rischi e le incertezze incombenti in cui verte l’odierna economia mondiale.” “La Cina non chiuderà le sue porte al mondo e diventerà sempre più aperta”, aggiunge il quotidiano ufficiale del Pcc, rispondendo tra le righe agli appelli statunitensi per un mercato cinese più imparziale nei confronti delle aziende straniere.

Più diretto il China Daily che, ospitando sulle sue colonne un editoriale di Stephen S. Roach, ex direttore di Morgan Stanley Asia, definisce la risoluzione del conflitto “urgente” dal momento che le “alternative comportano gravi rischi per entrambi i paesi: una guerra commerciale in continua espansione, una guerra fredda o addirittura una guerra calda. Questi pericoli possono essere evitati, ma solo se entrambi i leader sono disposti a impegnarsi in un compromesso basato su sani principi.” E non è detto sarà sufficiente. Per la rivista finanziaria Caixin, “è difficile capire se si può parlare di progressi reali quando le relazioni vengono gestite principalmente durante meeting o telefonate private tra i due leader. Gli scambi a livello di capi di Stato possono agire come temporanee forze stabilizzanti, ma un incontro non è in grado di risolvere tutti i problemi in agenda.”

Dopo l’ultimo scambio telefonico di inizio novembre, le due parti hanno raggiunto una tregua mediatica, con Trump che ha ridotto vistosamente i suoi cinguettii incendiari via Twitter e la stampa cinese propensa a dirottare le proprie bordate contro il resto dell’amministrazione americana. Specie dopo le accuse “illogiche e assurde” sollevate dal vicepresidente Mike Pence nel suo discorso all’Hudson Institute, bollato dall’agenzia statale Xinhua come un'”implacabile e infondata retorica del China-bashing” mirata a “trascinare Pechino in un confronto diretto su vasta scala.” In quell’occasione era toccato al tabloid nazionalista Global Times fungere da paciere. Letteralmente: “la Cina non deve lasciare che i suoi problemi con gli Stati Uniti finiscano per influenzare i rapporti con tutto il mondo occidentale”, o che peggio ancora “provochino una svolta conservatrice nelle riforme e nelle politiche interne.”

L’improvvisa scomparsa del controverso piano industriale “made in China 2025” conferma lo sforzo distensivo intrapreso dalla propaganda cinese. Ma anche l’emergere di preoccupazioni tutte cinesi. Secondo il Financial Times, recenti disposizioni hanno bandito l’utilizzo del termine “guerra commerciale” nell’ambito di una stretta sul mondo dell’informazione mirata a contenere le speculazioni sullo stato di salute dell’economia nazionale, in lieve ma costante rallentamento.

[Pubblicato su il manifesto]