“Siamo preparati al peggio”. Con queste parole il governatore della banca centrale cinese Yi Gang ha rassicurato i vertici di G20 e FMI riuniti a Bali sulla resilienza della seconda economia mondiale, trascinata da Trump in una guerra commerciale tutt’altro che passeggera e alle prese con nuovi smottamenti del mercato finanziario, la svalutazione del renminbi e “un iceberg del debito” (copyright S&P Global). Ma, affermando che “in Cina molti sono pronti alle prolungate incertezze,” Yi sembra dare voce a pochi ottimisti, ignorando le preoccupazioni nutrite da quella fetta di popolazione su cui la leadership cinese punta tutto per ribilanciare il proprio modello di crescita. “E’ finito il tempo del binomio investimenti-export, si passa a consumi e servizi,” aveva annunciato Pechino nel 2013, anticipando l’arrivo di riforme economiche.

Secondo i dati dell’agenzia di stampa statale Xinhua, lo scorso anno i consumi hanno contribuito al Pil nazionale per il 58%, mentre i servizi sono arrivati a contare per il 51,6%. Ma quei numeri, sbandierati fino a oggi a riprova della soddisfacente performance economica, rischiano di segnare una traiettoria decrescente ora che le frizioni commerciali con Washington – abbinate alle misure restrittive nei settori finanziario e immobiliare – cominciano a esercitare i loro effetti psicologici sulla pancia del paese prima ancora di intaccare l’economia reale.

Non è il rallentamento della crescita al 6,5% a preoccupare gli esperti.

Quest’anno durante la Golden Week, uno dei pochi periodi vacanzieri nella Repubblica popolare tradizionalmente dedicato allo shopping selvaggio, i consumi hanno toccato i minimi dal 2000, perdendo 10 miliardi di dollari rispetto all’anno scorso.  La crescita delle vendite al dettaglio (barometro della spesa dei consumatori) è rallentata al livello più basso degli ultimi 15 anni, con segni di sofferenza anche nell’automotive, di cui la Cina è il primo mercato al mondo.

Secondo Li Shi, professore di economia presso l’Università Normale di Pechino, l’erosione dei consumi, sul lungo periodo, andrebbe imputata al calo del reddito delle famiglie – sceso al 50% del reddito nazionale complessivo dai circa due terzi del 2000 – a causa di un aumento più rapido delle entrate statali dovuto alla sostenuta imposizione fiscale; un punto che Pechino vorrebbe correggere con l’introduzione di sgravi fiscali e l’annuncio del primo taglio in sette anni delle tasse sul reddito. A ciò si aggiungono mutui e affitti, spese mediche, per l’istruzione dei figli e l’assistenza agli anziani.

A contribuire all’assottigliamento dei portafogli concorre la riduzione delle possibilità di investimento, minacciate dal recente crollo delle borse e dal rallentamento del real estate, settori che negli ultimi anni si sono alternati nel fornire un rifugio ai risparmi delle famiglie cinesi. Dall’inizio dell’anno a oggi, gli investitori hanno perso in media più di 100.000 yuan ciascuno dopo che il crollo registrato dai listini negli ultimi mesi ha bruciato 3 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato.  Secondo la  Xinhua, nel 2017  il 66% degli investitori ha chiuso l’anno in perdita. Il tutto proprio mentre il mattone – che conta per il 15% del Pil – comincia a perdere terreno dopo sei mesi di crescita continuativa sulla scia delle misure introdotte dal governo centrale in ottica di deleveraging. Un trend che spaventa tanto gli sviluppatori immobiliari quanto i proprietari che vedono polverizzarsi il valore delle loro abitazioni, spesso acquistate con scopi speculativi.

Per la leadership al potere in gioco c’è molto più della stabilità economica. A rischio è il patto implicito con cui all’indomani del massacro di Tian’anmen Pechino ha promesso alla popolazione benessere in cambio di lealtà politica. Segni di insofferenza tanto tra i piccoli investitori quanto tra i proprietari immobiliari evidenziano la posizione scomoda delle autorità, chiamate a intervenire come deus ex machina per riportare la situazione alla normalità. Negli scorsi giorni, la riduzione dei prezzi delle case a Shanghai, Xiamen e Guiyang è stata accolta da proteste violente e appelli “in lacrime e in ginocchio affinché il governo serva il popolo.”

Che la fiducia nei confronti di Pechino sia in discesa lo dimostra la premura con cui, negli ultimi anni, la classe media ha provveduto ad assicurarsi assets all’estero con l’obiettivo di ottenere permessi di residenza e un accesso a servizi migliori in paesi come Australia e Stati Uniti. Acquisti spericolati talvolta sfociati in frodi. In altre circostanze culminati in pesanti sanzioni a causa dei limiti imposti sull’esportazione di capitali. Alla fine di agosto la SAFE ha reso noti 23 casi, di cui cinque concernenti l’acquisizione di proprietà immobiliari, con multe fino a 1,45 milioni di yuan per l’impiego di “banche sotterranee”.

Chi è che sarebbe “pronto a tutto”?

[Pubblicato su il manifesto]