All’improvviso l’Italia ha scoperto la Nuova via della Seta. Le vicende internazionali che hanno finito per coinvolgere il nostro governo e potenzialmente mutare il nostro sistema di alleanze, con grande fastidio degli Usa e immediata risposta stizzita di Pechino, hanno portato all’attenzione il gigantesco progetto lanciato da Xi Jinping nel 2013. Ma i rapporti commerciali con la Nuova Cina da parte dell’Italia sono ormai in corso da tempo e hanno finito per sedimentarsi attraverso eventi più conosciuti, come ad esempio l’acquisizione delle società di calcio, e meno noti, come ad esempio le partecipazioni cinesi negli asset industriali e produttivi del paese.

E GIÀ SI TRATTA di un passo avanti: per anni siamo stati abituati a collegare la Cina a tutto quanto è fake, tarocco, di bassa qualità. Siamo stati abituati a pensare ai cinesi «italiani» come a persone senza volto impegnate nelle filiere del manifatturiero o a servirci piatti cinesi improbabili, mentre oggi la Cina esporta tecnologia (anche in Italia, ad esempio le telecamere intelligenti HikVision) e i cinesi di seconda generazione, come dimostra l’ultimo numero di Mondo Cinese edito dalla Fondazione Italia-Cina, sono laureati o diplomati, insegnano all’università, partecipano alla vita politica e scrivono perfino (di recente è uscito il libro Cinarriamo, edito da Orientalia).

Questo scarto si registra anche nelle relazioni politico-economiche. Per quanto riguarda la Nuova via della seta, infatti, Paolo Gentiloni, allora primo ministro, fu uno dei pochi premier dell’Europa occidentale presente al lancio in pompa magna del progetto, a Pechino nel maggio 2017. Ugualmente da allora si parla della possibilità da parte dell’Italia di firmare un memorandum di intesa sulla Nuova via della Seta. Ma l’Italia segue il progetto fin dall’inizio, perché è tra i paesi fondatori dell’Aiib, la banca di investimenti che la Cina ha creato ad hoc. Roma ha tentato fin da subito di seguire le vicende cinesi sotto il segno di Xi, a testimoniare un rapporto che negli ultimi anni ha visto aumentare interscambi e investimenti.

I DETRATTORI di un’eventuale e ulteriore vicinanza tra Cina e Italia ritengono che in questo modo Roma consentirebbe ai cinesi di fare del paese quanto vogliono, data la loro attuale forza economica. Ma è bene precisare due elementi: in primo luogo la firma di un memorandum avrebbe un valore primariamente politico.

In secondo luogo, i cinesi in Italia investono già molto e da tempo. Come ricorda un articolo di agosto 2018 di Agi, secondo uno studio pubblicato a inizio 2017 dal Mercator Institute for China Studies di Berlino e dal gruppo di consulenza Rhodium Group, «tra il 2000 e il 2016, l’Italia è stata al terzo posto, tra i Paesi dell’Unione europea, per le destinazioni degli investimenti cinesi, a quota 12,8 miliardi di euro». Nello shopping ci sono partecipazioni in Autostrade, Telecom, Enel, Terna e tante altre.

L’Italia potrebbe fare di più: due mesi fa su Class, Gianfranco Bisagni, co-head corporate e investment banking di Unicredit spiegava che «L’attività commerciale italiana con la Cina ha ancora importanti margini di crescita, tanto più se si considera che la Cina rappresenta meno del 3% del nostro export totale, contro il 7% per i tedeschi, il 5% per britannici e il 4% per i francesi». Intanto, se sarà confermato, il presidente della Repubblica popolare Xi Jinping sarà in Italia verso fine marzo.

OLTRE ALLA TAPPA ROMANA, pare che Xi abbia intenzione di aggiungerne una siciliana. Il riferimento alla Sicilia è qualcosa di importante nelle relazioni tra Italia e Cina. Nel 1225, infatti, un doganiere cinese avvezzo a segnalare ogni elemento degno di nota, per la prima volta fa riferimento all’Italia descrivendo un posto dal nome inequivocabile: Sicilia. Federico Masini e Giuliano Bertuccioli in Italia e Cina (Laterza, 1996) riportano l’avvenimento, definito «una perla», soffermandosi su alcune caratteristiche della descrizione fornita dal doganiere, all’interno della quale si tratteggia anche l’attività di un vulcano.

La vulgata, confermata però in occasioni ufficiali, come la recente visita del ministro degli esteri cinesi Wang Yi, vuole Italia e Cina come nazioni vicine, unite dalla millenaria cultura e dall’antico Impero.

Oggi i rapporti tra i due paesi si sono consegnati a una cooperazione sempre più economica e culturale che ha raggiunto una vicinanza talmente forte da destare le preoccupazioni americane: a Roma c’è un governo che ha una componente politica – il movimento Cinque Stelle – molto aperta nei confronti di Pechino. C’è poi l’attivismo del sottosegretario Michele Geraci e c’è l’antico antiatlantismo del movimento che ancora mantiene qualche barlume di vita in questo avvicinamento a Pechino. Ma i rapporti tra i due paesi sono sempre stati rilevanti. Limitandoci al periodo che parte dalla nascita della Repubblica Popolare (1949) tutto si mette in moto nel 1966 con i primi rapporti commerciali, ma la svolta arriverà nel 1970.

A NOVEMBRE DI QUELL’ANNO il New York Times pubblica un articolo nel quale riporta il riconoscimento ufficiale da parte di Roma della Repubblica popolare, dando conto della spaccatura sul tema all’interno della Democrazia Cristiana e dell’esultanza de L’Unità. Nel 1970 l’Italia è il settimo paese della Nato a riconoscere la Cina. Passeranno però 17 anni per la prima visita di un presidente della Repubblica: toccherà a Li Xiannan, protagonista della Lunga Marcia, a capo della Cina dal 1983 al 1988, oppositore di Deng e poi morto nel 2012. Nel 1987 incontra Francesco Cossiga e va a fare una visita privata a Venezia (i giornali dell’epoca mettono in evidenza il suo desiderio di andare a visitare la «casa» di Marco Polo). Passano altri 12 anni: nel 1999 tocca Jiang Zemin (che incontrerà l’allora premier Massimo D’Alema). Nel 2009 arriva Hu Jintao e nel 2011 è la prima volta di Xi, quando era ancora vicepresidente e incontrò Berlusconi. Da numero uno arriverà nel 2016. Ora, forse, troverà a riceverlo a Giuseppe Conte.

[Pubblicato su il manifesto]