Continua senza sosta il calo degli investimenti cinesi in Europa. Secondo un recente studio realizzato congiuntamente da Mercator Institute for China Studies (MERICS) e Rhodium Group (RHG), il 2018 si è chiuso con un crollo verticale degli IDE in arrivo dalla Cina, scesi a quota 17,3 miliardi di euro, il valore più basso da quattro anni a questa parte e il 40% inferiore rispetto all’anno precedente. Se confrontato con i 37 miliardi iniettati nel 2016, l’anno in cui l’attivismo cinese nel Vecchio Continente ha raggiunto il livello più alto, la diminuzione è addirittura di oltre il 50%.

Dando un senso ai numeri, lo studio – che non include acquisizione di quote sotto il 10% – spiega che “gli investimenti cinesi sono stati distribuiti più uniformemente in una maggiore varietà di settori. Con un minor numero di mega accordi, il capitale cinese è stato spartito in modo più uniforme tra vari i settori rispetto al 2016 e al 2017.” Nel dettaglio, l’erosione è evidente soprattutto nelle utilities, nei trasporti e nelle infrastrutture, mentre sono aumentati i capitali diretti nei settori della finanza, sanità, automotive, servizi e biotech.

Una più equa ridistribuzione degli investimenti è evidente anche nella scelta dei paesi target. Se le tre maggiori economie europee hanno ricevuto la parte più consistente degli IDE cinesi – con la Gran Bretagna in prima posizione (4,2 miliardi di euro), la Germania terza (2,1 miliardi di euro) e la Francia quinta (1,6 miliardi di euro), in realtà, gli accordi firmati nei tre paesi contano per appena il 45% del totale rispetto al 71% dell’anno prima. Complice l’incremento registrato in nazioni più piccole come Svezia e Lussemburgo, rispettivamente seconda (3,4 miliardi di euro) e quarta (1,6 miliardi di euro) destinazione preferita.

L’Europa Meridionale ha, invece, rappresentato circa il 13% degli IDE cinesi, ben al di sotto del boom registrato tra il 2012 e il 2015, con la fetta più consistente attribuibile ad alcune grandi operazioni di fusione e acquisizione (M&A) tra Spagna e Italia, dove i capitali cinesi sono entrati nell’azionariato di NMS Group, la società che controlla Nerviano Medical Sciences, ed Esaote, leader nel settore delle apparecchiature biomedicali. Non è andata meglio all’Europa Orientale, scesa all’1,5% del totale nonostante la maggiore apertura dimostrata nei confronti del progetto infrastrutturale a guida cinese Belt&Road.

Il 2018 verrà altresì ricordato come il primo anno in cui le operazioni di disinvestimento da parte della Cina hanno raggiunto numeri significativi. Stando al rapporto, le imprese d’oltre Muraglia hanno ceduto asset pari ad almeno 4 miliardi di euro, con il valore maggiore riportato dal disimpegno di HNA e Wanda in Avolon, Deutsche Bank e TIP Trailer Services e One Nine Elms.

“La storia degli investimenti diretti esteri cinesi è entrata in una nuova fase”, spiega lo studio, “dopo un decennio di rapida crescita, gli investimenti globali della Cina sono diminuiti drasticamente nel 2017, in seguito alla reimposizione di controlli amministrativi per domare i deflussi di capitali ‘irrazionali’.” Soprattutto quelli ritenuti non attinenti al core business delle imprese investitrici. Secondo il report, “le principali ragioni del continuo calo sono quindi ancora da cercare in casa”. Ma non solo. Le preoccupazioni di Pechino per la stabilità del mercato finanziario cinese hanno coinciso con l’introduzione di nuove barriere a protezione degli asset europei.

Proprio lo scorso anno, Berlino ha abbassato i requisiti per avviare operazioni di monitoraggio ed eventualmente bloccare le acquisizioni da parte di aziende estere, arrivando persino a ventilare l’istituzione di un fondo d’investimento statale con cui procedere al rilevamento di società nel mirino dei competitor cinesi. Il futuro non sembra riservare tempi migliori per i capitali in arrivo dalla Repubblica popolare. A partire dal prossimo aprile, l’Unione Europea comincerà ad adottare un nuovo sistema di screening – sebbene non vincolante – per frenare l’avanzata delle aziende estere – specialmente quelle statali – nei comparti di interesse strategico. La ricerca stima addirittura che l’82% delle operazioni di M&A messe a segno dalla Cina nell’ultimo anno sarebbero state soggette a maggiori verifiche se le disposizioni approvate dal blocco dei 28 fossero già state attive.

“Regolamentazioni più complesse sugli investimenti inbound sono probabilmente solo il primo passo di una revisione più ampia della politica europea nei confronti del commercio e degli investimenti con la Cina”, concludono gli autori del rapporto, “i dibattiti in corso indicano che alcuni leader europei vorrebbero o stanno prendendo in considerazione riforme anche in altri settori, come nel caso delle esportazioni di tecnologie essenziali o dual use, sicurezza dei dati e norme sulla privacy, disposizioni sugli appalti e politica della concorrenza”.

[Pubblicato su Il Fatto quotidiano online]