UPDATE 29 SETTEMBRE

Ou Hongyi, la 17enne balzata agli onori della cronaca per essere diventata la prima attivista cinese a scioperare contro i cambiamenti climatici, è stata presa in custodia dalla polizia, interrogata per due ore e costretta a firmare un’autocritica dopo aver manifestato in silenzio nel centro di Shanghai venerdì scorso.

 

Greta Thunberg l’ha definita “una vera eroina”. Ma Howey Ou, 17 anni, rimpiange di non avere avuto più coraggio quando nel maggio 2019 ha sfidato Pechino, diventando la prima attivista cinese a scioperare contro i cambiamenti climatici. Sette giorni trascorsi davanti agli uffici governativi della pittoresca città di Guilin con un cartello tra le mani: “La nostra sopravvivenza è in pericolo. C’è bisogno anche di te”. Poi la ramanzina dei poliziotti, le pressioni della scuola e i rimproveri dei genitori. Da allora Howey ha chiuso con le proteste. Ma la sua battaglia per il momento continua lontano dai riflettori. Sono i piccoli accorgimenti nella vita di tutti i giorni a fare la differenza, ci racconta su Signal, l’app di messaggistica criptata: seguire una dieta vegetariana, limitare l’uso dei dispositivi elettronici e ridurre il packaging nell’e-commerce può servire a contenere il riscaldamento globale.

Per circa quarant’anni, l’economia cinese è cresciuta con licenza di inquinare, tanto che dal 2006 la Repubblica popolare domina saldamente la classifica globale per emissioni di CO2. Genera ancora il 60% dell’energia elettrica dal carbone ed è il primo mercato automobilistico del mondo. Ma è anche il primo paese per finanziamenti nelle energie rinnovabili (83,4 miliardi di dollari nel 2019), nonché il principale promotore degli accordi di Parigi. Gli sforzi – riassunti nell’Air Pollution Action Plan del 2013 – hanno portato risultati importanti: nelle province industriali la concentrazione delle particelle inquinanti è calata sensibilmente, e nelle grandi città la popolazione ha cominciato a correggere le proprie abitudini in un’ottica “green”.

Generalmente, tuttavia, il riscaldamento globale riscuote meno attenzione rispetto a fenomeni ambientali più tangibili come l’inquinamento dell’aria, dell’acqua o del suolo. Tanto che secondo il primo sondaggio nazionale, solo il 14,2% degli oltre 4000 rispondenti si è detto “molto preoccupato dai cambiamenti climatici”. Una media piuttosto bassa (trainata da donne e giovani) se comparata con altri paesi, a partire dall’Italia dove – secondo l’ong ambientalista Hope Not Hate – il problema viene considerato “un’emergenza” dall’89% dei cittadini. Eppure è proprio in Cina che i mutamenti del clima esercitano gli effetti più devastanti.

Stando uno studio della società di consulenza britannica Verisk Maplecroft, il delta del fiume delle Perle, cuore manifatturiero della Cina meridionale, è il cluster urbano più minacciato al mondo dall’innalzamento del livello del mare. Senza misure preventive, si stima che nel 2100 la regione potrebbe finire fino a 2 metri sott’acqua, Shanghai compresa. L’effetto dei cambiamenti climatici ha già avuto ripercussioni evidenti sul paese. Nel 2018 fenomeni legati alle mareggiate, come l’erosione della costa, sono costati oltre 4,7 miliardi di yuan (670 milioni di dollari) di interventi, secondo il Ministero delle Risorse naturali che stima il tasso medio di aumento del livello del mare lungo la costa cinese intorno ai 3,3 millimetri l’anno tra il 1980 e il 2018, più della media globale. Le alluvioni di quest’estate, le peggiori dal 1998, confermano un trend preoccupante.

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