È passato poco più di un anno da quando il presidente cinese Xi Jinping ha arringato il 47° Forum economico di Davos sui pregi della globalizzazione e gli effetti nefasti di populismo e protezionismo, difendendo a spada tratta quel libero mercato che ha permesso alla Cina di diventare la seconda potenza mondiale grazie a un bacino inesauribile di manodopera a basso costo, a cui le multinazionali occidentali hanno attinto a piene mani. Di Cina e globalizzazione si è tornato a discutere nel corso del festival della poesia di Berlino, organizzato dalla Haus für poesie (Casa della poesia) alla fine di maggio. Questa volta però da una prospettiva inusuale. «Mentre assemblavo quei piccoli oggetti mi sentivo parte del resto del mondo», racconta Zheng Xiaoqiong, classe 1980, ex lavoratrice migrante originaria del Sichuan, una delle province ad aver contribuito di più alla più massiccia migrazione di forza lavoro verso le zone costiere, vero cuore pulsante del manifatturiero cinese.

Nel 2001 Zheng ha lasciato il villaggio d’origine per un posto in uno stabilimento di Dongguang, città industriale del Guangdong a cui la Repubblica popolare deve per estensione il soprannome di “fabbrica del mondo”. Vi sarebbe rimasta sei anni, alternando le mansioni quotidiane sulla catena di montaggio alla narrazione in versi dell’alienazione fisica e spirituale sperimentata in fabbrica.

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