Il presidente scappa da Quebec City per lo storico incontro con il leader nordcoreano e per tenersi stretta Seul. E mentre la città si prepara al meeting di martedì con Kim, tutti si aspettano qualche fuori programma in linea con i due protagonisti


All’ombra dei loro grattacieli, le strade di Singapore si adeguano alle modifiche del traffico urbano in preparazione del summit di martedì: deviazioni, inversioni di marcia, vie chiuse. Proprio l’ordine e la sicurezza per cui Singapore è nota nel mondo, sono state alla base della scelta di fare qui lo storico incontro tra Donald Trump e Kim Jong-un.

La storicità dell’evento è presto detta: sarà la prima volta che un presidente americano in carica incontra il leader della Corea del Nord. Un evento unico ospitato da una città unica, nella quale il neoconfucianesimo permeato di regole, campagne educative e un’architettura tesa a creare un «ambiente totale», ne hanno disegnato un’anima che assomiglia ancora oggi a quella del fondatore dell’«idea» stessa di Singapore, Lee Kuan Yew (deceduto nel 2015).

Benché oggi le redini della città siano nelle mani del figlio, considerato molto meno geniale del padre, Singapore ha convinto tutti.

Martedì alle 9 del mattino (nella notte italiana) Donald Trump e Kim Jong-un si incontreranno nell’isoletta di Sentosa, nel Capella Hotel.

Una struttura che a guardarla dall’alto sembra una specie di simbolo dell’infinito stropicciato dal clima tropicale, mentre dal basso l’ambiente appare l’ideale per il Trump «The Apprentice» e amante del golf: un luogo perfetto per fare business.

Il presidente americano dovrebbe arrivare già oggi dal Canada, da quel G7 che aveva definito una «perdita di tempo», una distrazione, verso l’appuntamento con la storia.

Il meeting con il giovane leader nordcoreano, infatti, è sembrata un’ottima scusa per abbandonare un’assise nella quale Trump non sembra proprio trovare agio.

Con Kim, invece, «The Donald» potrà sfoggiare quanto probabilmente lui stesso considera la sua miglior dote: l’imprevedibilità.

Sull’incontro infatti un po’ tutti gli osservatori la pensano allo stesso modo: la stretta di mano tra i due leader sarà storica, ma al di là della photo opportunity potrebbe uscire ben poco, forse una road map, l’inizio di un «processo», come lo ha definito Trump la settimana scorsa.

Tutti quindi sono in attesa di qualche fuori programma, ipotesi per niente balzana viste le caratteristiche dei due personaggi.

Nel merito del summit Usa e Corea del Nord, nonostante la girandola diplomatica delle ultime ore, non sono affatto vicine; non solo, i due grandi protagonisti arrivano all’evento con stati d’animo differenti.

La lettera con la quale Trump ha fatto saltare momentaneamente il banco, ha stanato Kim Jong-un, dicono negli Usa; lo ha confermato Giuliani, da Israele, secondo il quale Kim Jong-un avrebbe praticamente «implorato» per avere questo incontro.

La verità è che invece anche gli Usa hanno molto da giocarsi: fare saltare il summit, in modo poi così grottesco dato il testo della ormai famosa lettera di Trump, sarebbe stata la pietra tombale sulla fiducia, risicata, che i paesi asiatici «amici» degli Stati uniti hanno ancora nei confronti di Washington.

Il primo atto da presidente di Trump è stato infatti quello di fare saltare la Trans Pacific Partnership (Tpp), un accordo di libero commercio che escludeva la Cina.

Pechino zitta zitta si è presa il regalo ed è passata alla carica con il vero personaggio della svolta coreana, Moon Jae-in.

Il ritiro degli Usa dall’accordo ha creato malumori perfino in Giappone.

Confermare il vertice a questo punto non era più una priorità solo per Kim: Moon jae-in si è giocato tutto su questo riavvicinamento e se Trump non vuole una Corea del Sud sempre più vicina a Pechino, non poteva fare saltare l’incontro a Singapore.

Trump, inoltre, ha tutto l’interesse a spendersi mediaticamente la stretta di mano con Kim: nel sottile linguaggio diplomatico significa oscurare per un attimo il peso che Pechino ha avuto in tutta questa vicenda.

In un crescendo di pathos, dopo gli incontri tra Kim e Moon e quelli tra Kim e Xi Jinping, Trump sa bene di avere la possibilità di decidere i titoli di coda momentanei di questo intenso periodo diplomatico.

Non a caso i quotidiani nazionalisti cinesi negli ultimi giorni sono apparsi nervosi: gli editoriali — specie quelli del Global Times — erano tutti tesi a evitare una marginalizzazione della Cina in questo processo.

di Simone Pieranni, inviato a Singapore

[Pubblicato su il manifesto]