A cura di Alessandra Colarizi.

Tecnologica e indipendente, la Cina del prossimo futuro perseguirà una crescita moderata per privilegiare il consolidamento di standard di vita qualitativamente elevati senza dover dipendere dai mercati internazionali. E’ quanto annunciato dal premier cinese Li Keqiang durante la sessione plenaria dell’Assemblea nazionale del popolo, il parlamento cinese che ogni primavera si riunisce per approvare gli obiettivi economici e politici dell’anno in corso. L’ultima edizione, terminata ieri, ha coinciso anche con la ratifica del nuovo piano quinquennale 2021-2025 e della cosiddetta “vision 2035”, la strategia intermedia adottata dalla leadership cinese in vista del traguardo finale: rendere la Cina una “nazione socialista grande e moderna” entro il 2050. La strada sembra quella giusta. Sconfitti il virus e la povertà assoluta, il prossimo luglio il Partito comunista compirà cento anni, portati benissimo. Ma, come suggeriscono gli obiettivi numerici prudenti, le sfide all’orizzonte non mancano.

Ostentando un cauto ottimismo, la leadership ha ripristinato la vecchia abitudine dei target fissi dopo la pausa forzata dello scorso anno. Nel 2021, l’economia cinese dovrà crescere a un ritmo “superiore al 6%”. Quanto basta – secondo Li – a sostenere “la promozione delle riforme, dell’innovazione e dello sviluppo di alta qualità”, ma ben inferiore all’8,4% pronosticato dagli analisti. Questo spiega perché, in rottura con la tradizione, non ci sarà invece alcun obiettivo di crescita per il prossimo quinquennio. Troppe ancora le incertezze del contesto internazionale. Piuttosto, si cercherà di mantenere il tasso di disoccupazione non oltre il 5,5% e una riduzione dell’intensità energetica del 13,5%. Parametri che, entro certi limiti, dovrebbero permettere non solo di mantenere la stabilità sociale e raggiungere la neutralità carbonica non più tardi del 2060. Ma persino di ancorare la crescita in un “intervallo appropriato” senza dover ricorrere a rischiosi stimoli monetari e fiscali. Secondo Yang Wei, vicedirettore della Commissione economica della Conferenza politica consultiva del popolo, un 4,73% annuo basterà a raddoppiare il Pil pro capite entro il 2035, come promesso dal presidente Xi Jinping durante lo scorso plenum del partito. CONTINUA A LEGGERE

Semaforo verde di Pechino: al via la riforma del sistema elettorale di Hong Kong

A cura di Serena Console

Senza troppe sorprese, l’Assemblea nazionale del popolo cinese ha approvato un progetto che prevede modifiche al sistema elettorale di Hong Kong. Con 2.895 voti a favore, zero contrari e un’astensione, il massimo organo legislativo cinese ha segnato nella giornata di ieri un cambiamento radicale nel sistema delle consultazioni dell’ex colonia britannica, marginalizzando l’opposizione pro-democrazia e riducendo il numero di rappresentanti eletti dal popolo. Come lo scorso anno, quando la chiusura dei lavori delle sessioni plenarie ha portato all’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale, con 2.878 voti favorevoli, sei astensioni e uno solo contrario, l’alto consenso evidenzia il forte sostegno al Partito comunista cinese. L’intento è quello di assicurare e garantire fedeltà a simboli e idee, che rappresentano il sentimento patriottico cinese, e al Partito guidato da Xi Jinping.

Sono passati 24 anni da quando Hong Kong è passata dal controllo inglese a quello cinese ma, sebbene gli hongkonghesi non abbiano goduto di una democrazia durante la parentesi coloniale, la città ha potuto vantare una condizione di privilegio rispetto alla Cina continentale. Scritto nero su bianco e concentrato nella dottrina “un paese, due sistemi”, il particolare status di Hong Kong sarebbe dovuto rimanere in vita fino al 2047, assicurando il suffragio universale per le elezioni del governatore della città. CONTINUA A LEGGERE