Sui giornali birmani si sprecano le fotografie della distribuzione gratuita di riso. La crisi fa paura e la Banca asiatica di sviluppo ha già stimato che il Pil rallenterà significativamente al 4,2 rispetto al 6,8 dell’anno prima. Il ministero del Commercio ha ridotto la tassa di licenza per le imprese di importazione di quasi la metà e ha invece sospeso il rilascio dei permessi di esportazione del riso per mantenere la stabilità del prezzo di un bene esportato per oltre 20 milioni di tonnellate l’anno.

SE IL MYANMAR ha ancora pochi casi di Covid-19, in Indonesia, il Paese più a rischio dell’Asia con l’India e che viene paragonato all’Italia, il governo stima che quasi 4 milioni di indonesiani potrebbero finire in povertà e oltre 5 milioni perdere il lavoro. Giacarta ha stanziato oltre 26 miliardi di dollari per pacchetti di stimolo incentrati su spesa sanitaria, protezione sociale e ripresa economica. L’orizzonte è cupo.

Le stime del Fondo monetario internazionale – che prevede la peggiore recessione globale dalla crisi del ‘29 – stima che la crescita in Asia nel 2020 sarà dello zero%, «la peggiore performance di crescita in quasi 60 anni».

Detto questo – scrive nella sua analisi più recente – l’Asia sembra «far meglio» di altre regioni del pianeta. «Le revisioni al ribasso – sostiene il Fmi – sono sostanziali e vanno dal 3,5% nel caso della Corea a oltre 9 punti percentuali nel caso di Australia, Thailandia e Nuova Zelanda», colpiti dal rallentamento del turismo globale e – nel caso dell’Australia – da prezzi delle materie prime più bassi.

Quanto alla Cina, la crescita dovrebbe diminuire dal 6,1% nel 2019 all’1,2 nel 2020, un elemento che non consentirà alla Rpc di «aiutare la crescita dell’Asia» come in passato.

C’È PERÒ UN PO’ DI LUCE in fondo al tunnel: «Se le misure di contenimento funzionano, con uno stimolo politico sostanziale per ridurre le “cicatrici”, la crescita in Asia dovrebbe riprendersi con forza» mentre l’economia cinese sta «iniziando a tornare al lavoro» (anche se i dati del primo trimestre mostrano una contrazione dell’economia del 6,8%).

NEL SUO RAPPORTO sull’economia mondiale, di qualche giorno precedente, il Fondo monetario – di solito piuttosto freddo ai richiami delle esigenze popolari – si è sbilanciato a dire che la fase di recupero dopo un eventuale allentamento del lockdown globale potrebbe rendere necessaria una proroga della «moratoria sui rimborsi del debito e la ristrutturazione del debito» e che la «cooperazione multilaterale è vitale per la salute della ripresa globale».

Parole certo, ma in un momento difficile per l’Oms, minacciata dalla furia di Trump, Kristalina Georgieva, amministratore delegato dell’Fmi, ha dato il suo appoggio al direttore dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus con una conferenza stampa congiunta in cui ha fatto appello ai leader politici affinché riconoscano che «la protezione della salute pubblica, la protezione dell’economia e il reinserimento lavorativo vanno di pari passo». Rischia ora di sentirsi dare della filocinese.
Intanto, anche sul fronte del coordinamento e della cooperazione, l’Asia orientale sembra un passo avanti ad altre regioni del pianeta. Mercoledi scorso i leader del cosiddetto Asean Plus Three – un forum che riunisce i 10 Paesi del Sudest asiatico più Corea, Giappone e Cina – hanno tenuto una conferenza virtuale per affrontare il tema Covid-19.
Non è la prima, mentre la Cina ha prestato competenze e medici per favorire i vicini e soprattutto non guastare le relazioni coi suoi futuri partner della Via della seta. Che si son ben guardati sinora dal chiamare il Covid-19 «virus di Wuhan».

Di Emanuele Giordana

[Pubblicato su il manifesto]