«La Cina ha molto da insegnarci su questi temi. È leader mondiale nella sorveglianza delle malattie e nel controllo delle epidemie ed è stato uno dei primi paesi a intervenire durante l’epidemia di Ebola. La Cina ha realizzato un sistema di assicurazione sanitaria nazionale che copre oltre il 95% della sua popolazione. Il paese ha anche una grande capacità di ricerca e sviluppo ed è stato uno dei primi paesi a raggiungere l’obiettivo di sviluppo del millennio per la salute materna. Dobbiamo basarci su queste esperienze».

Queste parole sono state pronunciate in Cina da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità il 18 agosto 2017 nell’ambito di un discorso intitolato «Verso una via della seta sanitaria».

Le parole di Tedros (che dimenticano di specificare come la sanità cinese, però, non copre che il 40% dei costi effettivi che ogni cittadino deve spendere per curarsi) ricordano quelle pronunciate da lui stesso qualche settimana fa, al rientro proprio dalla Cina, da Wuhan, dove l’Oms ha cercato di verificare quanto il governo stesse facendo contro il Covid-19, concludendo che tutti «dovremmo imparare dalla Cina».

Il fatto che già nel 2017 si parlasse di via della seta sanitaria è significativo ed è il risultato dello sforzo cinese di inserire la salute all’interno del più ampio progetto della Belt and Road Initiative: se sulle tratte, create anche da nuovi investimenti in progetti infrastrutturali, viaggiano le merci, perché non possono viaggiarci anche medicine, materiale medico, mascherine?

E se gli «snodi» commerciali consentono alla Cina di trovare nuovi mercati per i propri prodotti, perché non inserire nel mazzo anche la medicina tradizionale cinese?

Sono infatti questi i due punti salienti della nuova via della seta sanitaria: sfruttare la crescita cinese non solo come mercato dei farmaci, ma anche come produttrice principale nel mondo degli Api (i principi attivi dei medicinali) e provare ad aumentare il giro d’affari in tutto il mondo della medicina tradizionale cinese per la quale Xi Jinping ha riservato un posto importante nel suo sogno globale.

Per quanto riguarda l’Oms, inoltre, è bene ricordare che il discorso del suo direttore generale avveniva proprio dopo la firma di un Memorandum of Understanding con la Cina sul tema, dopo che già nel 2016 si era tenuta a Shanghai la «Conferenza sulla promozione della salute globale» dell’Oms, una sorta di «certificazione» della Cina come partner responsabile in tema di salute. Perfino la rivista Lancet celebrò la nascita del progetto della via della seta sanitaria, ricordando che «la Cina ha fatto passi da gigante nella salute della popolazione negli ultimi decenni La malaria sta per essere eliminata e l’obiettivo del Millennium Development Goal per la tubercolosi è stato raggiunto cinque anni prima del previsto». Insomma, tutto il mondo scientifico ufficiale sembrava ben disposto a essere coinvolto nel piano cinese, considerando la forza degli investimenti cinesi.

L’accelerazione del coronavirus

Partiamo dal primo punto: l’emergenza del Covid-19 ha rappresentato, per la Cina, nuove possibilità. Dopo essere stato epicentro del focolaio, Pechino ha mutato la sua narrazione ponendosi come centro degli aiuti di tutto il mondo.

Come sottolinea Giulia Sciorati su Ispi la cosiddetta «diplomazia delle mascherine» costituisce una rinnovata forma di soft power cinese rivolta non solo all’esterno ma anche all’interno, confermando la complessità strategica di Pechino.

Per quanto riguarda l’esterno, la comunità internazionale, oltre a «ripulire» la propria immagine di presunto «untore» mondiale, la Cina finisce anche per risistemare alcuni paletti cardine della sua strategia globale.

Non a caso, scrive Sciorati, «gli investimenti della BRI non sono stati spazzati via dal coronavirus, ma sono rimasti esattamente dove li avevamo lasciati. In passato, la Cina ha dimostrato in più occasioni di saper imparare dai propri errori. Ha capito, infatti, quanto sia importante per la riuscita del progetto BRI mantenere alto il consenso delle leadership politiche dei suoi partner».

La Cina ha infatti dedicato grande attenzione all’Europa, sottolineando come la priorità sia stata data ai paesi più vicini, almeno in apparenza, come Italia e paesi dell’est europeo, ma si è concentrata soprattutto sull’Asia, in particolare in paesi come Pakistan e Sri Lanka nei quali il progetto di Nuova via della Seta aveva subito da tempo qualche intoppo e rallentamento.

Le infrastrutture e i mega progetti che dovrebbero favorire la corsa di merci su nuovi mercati sostengono anche la possibilità che una parte di questi prodotti siano farmaceutici, così come tutti i progetti di cooperazione correlati portano fin dal concepimento del progetto anche la parte «sanitaria».

In un documento del governo cinese del 2016 intitolato proprio «Via della seta sanitaria» si scrive senza tanti giri di parole: «L’obiettivo principale della via della seta sanitaria è migliorare la salute e l’igiene generale dei paesi lungo la Belt and Road Initiative. Le misure principali includono: il rafforzamento della comunicazione sulle politiche dei vari sistemi sanitari, delle norme internazionali in materia di salute, il rafforzamento della cooperazione nella prevenzione e nel controllo delle principali malattie infettive, il rafforzamento della formazione del personale e la promozione di più prodotti farmaceutici di fabbricazione cinese per entrare nel mercato internazionale».

L’obiettivo dunque è piuttosto chiaro: stiamo assistendo in questi giorni a una sorta di battesimo – per ragioni di forza maggiore – di qualcosa di strategico e già pianificato che ha un obiettivo molto importante: portare la produzione farmaceutica cinese in nuovi mercati, innanzitutto.

In realtà, queste nuove prospettive sono arrivate a causa dell’epidemia in atto nel mondo, perché l’originaria intenzione della via della seta sanitaria era riferita in primo luogo all’Africa, come testimoniato dal vertice di Pechino 2018 del Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC) che ha riunito 53 paesi africani «tutti desiderosi di far avanzare l’ambiziosa BRI in collaborazione con la Cina», come scrivono gli autori di China’s Belt and Road Initiative: Incorporating public health measures toward global economic growth and shared prosperity, articolo apparso su Global Health Journal nel giugno 2019.

«Molti dei paesi africani lungo la Belt and Road, si legge nell’articolo, soffrono di investimenti insufficienti, lotte economiche interne e sistemi sanitari scadenti. Si posizionano anche in basso sull’indice di sviluppo umano delle Nazioni unite (ONU). Una spinta tanto necessaria nella capacità di combattere epidemie mortali e malattie infettive è stata fornita dall’aumento della leadership sino-africana e dagli ambiziosi piani di sviluppo estero della Cina volti a diventare leader nell’impegno globale della salute e nelle opportunità di investimento, mentre diffonde i suoi 900 miliardi di dollari in investimenti».

Il governo cinese, continuano gli autori, «si rende conto che l’economia e la salute sono collegate. Si è pertanto impegnata ad aumentare l’assistenza medica e l’assistenza medica d’emergenza ai paesi partner lungo la Belt and Road e ad attuare la cooperazione e il coordinamento regionali in materia di salute materna e infantile, salute mentale, disabilità correlata alle malattie croniche, malattie non trasmissibili e malattie infettive».

«Quando controlli la fornitura di medicinali, controlli il mondo»

Secondo un articolo del Sole24ore del gennaio 2019, «Il mercato farmaceutico globale supererà il valore complessivo di 1,5 trilioni di dollari nel 2023 con una crescita CAGR (tasso di crescita annuo composto) compresa tra il 3-6% nei prossimi cinque anni, in notevole rallentamento rispetto al +6,3% registrato negli ultimi cinque anni. E in questo scenario l’Italia passerà da una spesa farmaceutica media di 34,4 mld di dollari nel periodo 2014-18 – che ha registrato una crescita del 6,3% – a una spesa di 40-44 miliardi nel quinquennio 2019-23, con una crescita in frenata tra i 2 e il 5 per cento. Sono questi i trend stimati da Iqvia nel Report The Global Use of Medicine in 2019 and Outlook to 2023».

Un mercato immenso nel quale la Cina ha un doppio ruolo, come spesso accade. Intanto è uno dei primi mercati al mondo, ormai.

Come specifica il report, «Al top tra i mercati emergenti c’è la Cina – che ha una spesa pari a 132,3 miliardi di dollari e che raggiungerà un valore di 140-170 miliardi di dollari entro il 2023, ma la sua crescita dovrebbe rallentare al 3-6%. Nel 2018 il colosso asiatico ha messo a segno una forte crescita (arrivando a 137 miliardi di dollari) nel mercato del Pharma, anche sotto la spinta delle riforme promosse dal governo centrale verso un ampliamento dell’accesso assicurativo sia nelle aree rurali che in quelle urbane e del processo di ammodernamento dell’assistenza ospedaliera».

Ma non solo, perché la Cina i farmaci li produce anche. Di questo aspetto si è occupata di recente Al Jazeera in un articolo che cominciava proprio con la frase di Rosemary Gibson, co-autrice del libro, China Rx: Exposing the Risks of the American Dependence from China for Medicine, secondo la quale chi controlla la fornitura di medicine controlla il mondo.

Per l’Oms, in un documento del 2017 intitolato China policies to promote local production of pharmaceutical products and protect public health, la Cina rappresenterebbe il 20 percento della produzione globale di API.

Il ruolo chiave di Pechino nell’industria farmaceuticascrive Al Jazeera, «in particolare nella produzione di farmaci generici più economici che hanno perso i loro brevetti, è in gran parte passato inosservato. Il suo dominio su questo segmento del settore è in gran parte dovuto alla sua posizione dominante nella produzione e nell’esportazione di cosiddetti ingredienti farmaceutici attivi (API). Questi sono gli elementi chimici per molti farmaci cruciali, tra cui la penicillina, l’ibuprofene antidolorifico e il popolare farmaco per il diabete acarbosio».

L’industria cinese delle API sarebbe cresciuta di circa il doppio del tasso medio globale, generando, solo nel 2018, oltre 71 miliardi di dollari di ricavi, in crescita del 14,7% su base annua «e le esportazioni sono aumentate del 14% annualmente di recente, secondo i dati della Camera di commercio cinese per l’importazione e l’esportazione di medicinali e prodotti sanitari».


Secondo un venditore di Api la Cina esporta in oltre 70 paesi in Nord America, Europa, America Latina e Asia
. «Due grandi clienti a cui forniamo le nostre API sono Merck e Bayer», ha detto ad Al Jazeera.

La medicina tradizionale

Nelle settimane scorse sono arrivati a Roma medici e materiale medico cinese. Come riportato dai media «tra i rinforzi sanitari portati a Roma anche alcune medicine a base di erbe, come la capsula Lianhuaqingwen, che «si è dimostrata efficace nel trattamento della Covid-19, altri Paesi stanno iniziando a imparare l’efficacia del trattamento con le medicine tradizionali cinesi».

Passata un po’ sottotraccia, questa notizia in realtà rappresenta un aspetto decisamente rilevante della strategia generale della Cina.

Non a caso molte associazioni di medici e addetti del settore da anni ormai, da quando è aumentata la collaborazione tra Oms e Cina, temono che la medicina tradizionale cinese possa avere una sorta di certificazione internazionale, nonostante esistano molte voci contrastanti rispetto al suo effettivo funzionamento (nel 2019 l’OMS ha deciso di aggiungere un capitolo sulla medicina tradizionale cinese alla classificazione internazionale delle malattie, che elenca i trattamenti disponibili a livello globale per le condizioni mediche).

Una cosa è sicura: lo stesso Xi Jinping ha sottolineato la rilevanza della medicina cinese tradizionale spingendo a esportarla il più possibile, anche perché intravede in questa specificità cinese uno degli elementi più identitari della nuova postura internazionale cinese.

A fine dicembre 2016 era stata infatti approvata una legge che ha come scopo quello di favorire la diffusione e la specializzazione nella TCM. Huang Wei, vice presidente dall’Assemblea nazionale del popolo ha specificato che la nuova legge «aumenterà l’influenza della TCM e darà una mano al soft power cinese». L’investimento previsto dalla Cina è di oltre 260 milioni di dollari.

Con la nuova legge sono stati favoriti enormemente i consultori tradizionali, mentre per i medici è possibile ottenere una licenza anche senza avere superato gli esami riguardo la medicina «moderna», come era invece previsto in precedenza.

Ma la spinta sulla medicina tradizionale è già ampiamente in atto, così come le medicine tradizionali (e non solo) viaggiano già insieme agli aiuti. Il 23 marzo scorso, durante una conferenza stampa a Wuhan dell’ufficio stampa del Consiglio di Stato cinese, è stato specificato che «la medicina tradizionale cinese ha giocato un ruolo importante nel trattamento dei malati di Covid-19, dimostrando una efficacia di oltre il 90%. La Cina intende offrire preparati farmaceutici della medicina tradizionale cinese di comprovata efficacia ai Paesi e alle regioni che ne hanno bisogno».

Nel corso della conferenza stampa, come riporta Radio Cina internazionale, «il segretario del gruppo direttivo del PCC dell’Amministrazione Nazionale della Medicina Tradizionale Cinese, Yu Yanhong, ha illustrato che oltre 74mila pazienti affetti da Covid-19 su scala nazionale (pari al 91,5% del totale dei casi di contagio confermati) hanno fatto ricorso alla medicina tradizionale cinese. Nella provincia dello Hubei, oltre il 90% dei malati ne ha fatto uso».

«L’osservazione clinica degli effetti curativi mostra che la medicina tradizionale cinese ha una efficacia di oltre il 90%. Può alleviare efficacemente i sintomi, ridurre la possibilità che casi lievi o comuni si aggravino, innalzare il tasso di guarigione e ridurre il tasso di letalità, e aiutare a riabilitare l’organismo in fase di convalescenza».

[Pubblicato su il manifesto]