Condanne a morte in Tibet?

In by Simone

Boia in azione in Tibet. Sarebbero quattro le condanne a morte eseguite il 20 ottobre dalle autorità cinesi nei confronti di due uomini e una donna tibetani – è sconosciuta l’identità del quarto giustiziato – colpevoli di aver preso parte agli scontri che il 14 marzo 2008 hanno infiammato le strade di Lhasa, capoluogo della Regione autonoma del Tibet. Il condizionale, però, è d’obbligo, sui media ufficiali cinesi non si trova traccia della notizia riportata dal quotidiano britannico Guardian. A darne conferma sono invece i siti vicini ai movimenti tibetani, primo fra tutti il Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia (TCHRD), un’organizzazione non governativa con base a Dharamsala, sede dell’esilio del Dalai Lama, guida spirituale dei tibetani. Il TCHRD riprende il comunicato del gruppo di ex prigionieri politici Gu Chu Sum, il primo a rendere pubblica la notizia delle esecuzioni e a fornire qualche dettaglio sull’identità dei quattro tibetani giustiziati. Si scopre così del corpo senza vita del giovane Lobsang Gyaltsen, ventisette anni originario di Lhasa, restituito alla famiglia per essere poi immerso nella acque del fiume Kyichu.

Con lui avrebbero affrontato il boia il venticinquenne Loyak, Penkyi, una ragazza di ventuno anni e una quarta persona ancora senza identità; tutti giustiziati, pare, senza che l’appello formalizzato dagli avvocati difensori dei quattro e presentato alla Corte Suprema fosse stato preso in esame Fin qui le fonti tibetane,mentre per avere qualche informazione ufficiale da parte cinese bisogna ritornare indietro alla scorsa primavera, quando sono state emesse le condanne. L’8 aprile a Lhasa, la Corte intermedia del popolo aveva condannato a morte due degli accusati (Lobsang Gyaltsen e Loyak), mentre altre due persone avevano ricevuto la sospensione della pena e un quinto era stato condannato al carcere a vita. Il 21 aprile altri tre tibetani – tra i quali compaiono due Penkyi – sono stati condannati rispettivamente alla pena di morte, poi sospesa, all’ergastolo e a dieci anni di detenzione. Il governo cinese ha sempre difeso il suo operato durante la repressione delle manifestazioni del marzo 2008, imputando ai manifestanti la morte di 28 persone e ammettendo l’uccisione di un solo «ribelle» da parte delle forze di polizia durante gli scontri. La repressione, che per il governo tibetano in esilio ha provocato 200 morti, ha dato vita a un’ondata di proteste in tutto il mondo. In diversi paesi ci furono tentativi di disturbo del passaggio della torcia olimpica durante il suo viaggio da Atene a Pechino sede dei Giochi 2008 e richieste di boicottaggio delle Olimpiadi cinesi furono avanzate dai gruppi per la tutela dei diritti umani. Dal canto loro i cinesi hanno sempre accusato i media occidentali di aver dato una visione distorta degli incidenti. La questione tibetana resta un nervo scoperto per Pechino.

A colloquio con l’ex Primo ministro nepalese e attuale leader dello United Communist Party of Nepal Maoist, Pushpa Dahal Kamal Prachanda, in questi giorni in visita a Pechino, il presidente cinese Hu Jintao ha espresso tutta la sua preoccupazione per le attività anticinesi compiute dai gruppi tibetani in esilio in Nepal. A irritate Pechino è anche la visita del Dalai Lama al monastero di Tawang, nella regione indiana del Arunachal Pradesh prevista dall’8 al 15 novembre. La contesa appare però più uno scontro tra Cina e India per il controllo della regione, al centro di una ormai quarantennale disputa territoriale tra i due paesi, che va avanti dal 1962. Il confine è rimasto militarizzato e senza troppe tensioni, ma una recente visita del Primo ministro indiano Manmohan Singh nella zona ha suscitato la «forte insoddisfazione» di Pechino. La Cina non nasconde la sua irritazione per l’annunciato viaggio del Dalai Lama nella regione e rivendica la sovranità sulla regione ricordando come Tawang faccia parte del Tibet e quindi appartenga alla Cina. Una posizione non condivisa dal vicino indiano. «Il Dalai Lama è libero di andare dovunque voglia all’interno del paese» è il commento del Segretario  agli esteri Nirupama Rao, un modo abbastanza esplicito per ricordare a Pechino come l’Arunachal Pradesh sia «parte integrante dell’India».

Il governo cinese non chiude tuttavia completamente il dialogo con il leader tibetano in esilio, ma a patto che sia Pechino a dettare le regole. Intervistato dal quotidiano tedesco online Focus, Zhu Weigun, vice ministro del Dipartimento del Fronte Unito per il Lavoro (UFWD) del Partito comunista cinese, ha affermato che la prosecuzione del dialogo sino-tibetano è subordinata a tre nuove condizioni. Punto numero uno, il governo tibetano deve rendere note le ragioni che lo scorso anno l’hanno spinto a rinviare i colloqui con Pechino. In secondo luogo deve rivedere «le linee di condotta alle quali la Cina si oppone fermamente». Terzo e ultimo: il Dalai Lama deve interrompere i suoi viaggi all’estero, per consentire alla Cina di avere rapporti amichevoli con le altre nazioni. Tutte richieste che il governo tibetano in esilio rimanda al mittente.

[Pubblicato su Il Riformista il 24 ottobre 2009]

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