Compagni, è allarme inflazione

In by Simone

[In collaborazione con AGICHINA24]

Pechino è pronta ad alzare una barriera contro l’ aumento dei prezzi. L’annuncio del premier Wen Jiabao conferma la mossa anti-inflazione della Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme (NDRC) che starebbe varando una serie di misure “a catena” finalizzate a rassicurare i consumatori sull’ aumento dei prezzi dei beni alimentari.

Le misure di controllo diretto sui prezzi del cibo si aggiungono alle manovre che da mesi il governo cinese mette in campo per tenere a freno l’inflazione; l’aumento dei tassi di interesse, l’aumento dei requisiti di riserva obbligatoria e la stretta ai prestiti bancari non bastano a rasserenare le famiglie cinesi azzannate dal lievitare dei prezzi degli ortaggi di maggior consumo. "Il rifornimento dei mercati – ha affermato Wen martedì in serata nel corso di una visita a un supermercato di Canton – la domanda e i prezzi sono di diretto interesse pubblico e dobbiamo prestare grande attenzione a questi temi". "Il Consiglio di stato – ha aggiunto – sta varando misure per ridurre l’eccessiva accelerazione dei prezzi".
 
L’inflazione a rotta di collo è diventata il rischio maggiore per l’economia cinese dopo il record degli ultimi due anni raggiunto nel mese di ottobre. Secondo i dati pubblicati l’11 novembre scorso dall’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino l’indice dei prezzi al consumo a ottobre è salito del 4,4% rispetto allo stesso mese dello scorso anno, un aumento consistente rispetto al risultato di settembre (+ 3,6%) e rispetto alle previsioni degli analisti, che ipotizzavano una crescita del 4%. Il risultato, che si situa ben al di là della soglia del 3,5% che il governo intende mantenere come media per la fine dell’anno, era stato diffuso giusto il giorno dopo una decisa manovra della Banca centrale cinese, che aveva ordinato ai cinque principali istituti di credito del paese di aumentare dello 0,5% i propri requisiti di riserva obbligatoria. La decisione di People’s Bank of China era giunta a meno di un mese dal primo aumento dei tassi d’interesse negli ultimi tre anni.
 
La crescita dell’indice dei prezzi al consumo è ascrivibile principalmente all’aumento dei beni alimentari. Il prezzo medio delle verdure nei primi dieci giorni di novembre ha registrato un balzo del 62,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Non mancano le speculazioni che interessano i beni di consumo alla base della dieta cinese; è il caso dell’aglio che costa oltre il 98% in più rispetto all’anno scorso, o del prezzo dello zenzero che ha invece subito un’impennata del 89,5%.
 
Il governo cinese intende punire soprattutto la speculazione sui prezzi del cotone e dei cereali. Tra le possibili azioni che Pechino sta studiando per fermare la spirale inflazionistica, oltre al controllo diretto dei prezzi, sarebbe previsto un controllo degli aiuti al commercio, un programma di sussidi al consumo, un uso massiccio delle riserve alimentari, e una politica di decentralizzazione amministrativa che renderebbe i sindaci delle principali municipalità responsabili del fissaggio del prezzo di un determinato paniere di beni. Dal China Security Journal non trapelano però i dettagli di una manovra che per ora rimane oscura.

Dopo l’impennata degli investimenti diretti esteri nel settore immobiliare annunciata ieri dal ministero del Commercio, che va ad aggiungersi ai nuovi dati sul surplus commerciale che ha raggiunto quota 27 miliardi (il secondo risultato più forte del 2010) e all’ulteriore crescita delle riserve in valuta estera detenute dalla Cina che hanno toccato quota 2.648 miliardi di dollari, la Cina all’indomani del G20 di Seoul è un gigante che deve preoccuparsi – insieme ad altre economie emergenti- che la forte ripresa dell’anno scorso non provochi ulteriore inflazione e bolle speculative, mentre le economie mature stentano invece a decollare di nuovo.

Le recenti manovre americane – l’alleggerimento quantitativo da 600 miliardi di dollari deciso dalla Federal Reserve – non fanno che aumentare le preoccupazioni cinesi su un surriscaldamento del sistema economico, dato che un dollaro più debole non mancherà di dirottare verso le economie emergenti flussi di capitali speculativi capaci di aumentarne l’inflazione al di là dei livelli di guardia (oltre che diminuire il valore delle enormi riserve in dollari che il Dragone custodisce nei suoi forzieri). E mentre alcuni funzionari cinesi puntano il dito contro la mossa della FED attribuendo all’allentamento delle politiche monetarie la causa dell’inflazione e di una maggiore esposizione dei mercati emergenti al rischio di nuove bolle speculative, sono molti gli analisti che individuano invece nella politica monetaria cinese la radice del male.

Secondo Ba Shusong, economista del think-tank governativo Development Research Centre, le banche cinesi si avviano nel 2010 a superare un livello di nuovi impieghi di 7.500 miliardi di yuan (circa 1.100 miliardi di dollari), sforando quindi il target annuale del governo. Nel 2009 su impulso del governo gl’istituti di credito cinesi hanno raddoppiato rispetto all’anno precedente i prestiti erogati per fare fronte alla crisi globale e non rallentare i ritmi di crescita della nazione (9590 miliardi di yuan, circa 1111 miliardi di euro), quella che alcuni economisti hanno definito “la più grande corsa al credito facile della storia”.
 
Il noto economista Fan Gang, ex-consulente della banca centrale, è invece a favore di un più rapido apprezzamento della valuta cinese come misura di contenimento dei prezzi. Secondo le dichiarazioni riportate dall’agenzia Bloomberg Fan Gang è come al solito una voce fuori dal coro:“una moneta più forte” ha dichiarato l’economista cinese “non solo sarebbe positiva per la gestione dell’inflazione ma servirebbe a riequilibrare l’economia domestica con quella internazionale”. La Cina com’è noto, affronta da mesi pressioni sempre più forti per un apprezzamento  dello yuan. Washington accusa Pechino di  mantenere artificialmente basso il tasso di cambio della sua moneta per garantirsi un vantaggio sleale nei  commerci con l’estero; Pechino ha operato  un lieve apprezzamento  della valuta nel  giugno scorso, ma ribatte che per impedire danni alle esportazioni ed evitare afflusso di capitali  speculativi  dall’estero la riforma della valuta sarà graduale.
 
La linea ufficiale è emersa in tutta la sua saldezza nel corso del recente G20 di Seul. Nell’incontro a due tra Barack Obama e Hu Jintao, il presidente cinese ha ribadito che una riforma del tasso di cambio dello yuan necessita di un “contesto internazionale stabile e adeguato”, e pertanto si potrà procedere “solo in maniera graduale”, resistendo così una volta di più alle pressioni americane.

[Pubblicato su AGICHINA24 il 17 novembre 2010]